FABRIZIO CARCANO.
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IL CACCIATORE DI CAINO.
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2020. Ugo Mursia Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nel corpo di Caino c' il veleno del peccato. Ha ucciso e uccider ancora. Si diverte, lo diverte giocare con la morte, con il potere di togliere la vita ad altri esseri umani, dissacrando anche i simboli religiosi.  un assassino che non si fermer.
Milano, gennaio 2020. In una chiesa a due passi da piazzale Loreto, mani ignote depositano un cellulare con un video di un inquietante duplice omicidio. La prima vittima  un sacerdote, esperto in esorcismi, con una croce rovesciata incisa sulla schiena.
Il carnefice si presenta come Caino e annuncia nuovi delitti.
Una donna danese viene uccisa a forbiciate, i capelli tagliati corti.
E la firma del Viaggiatore, un serial killer che da anni sta insanguinando il Nord Europa.
Esiste un legame tra il Viaggiatore e Caino? Ancora una volta toccher al vicequestore Bruno Ardig, il Cacciatore di Assassini, braccare questi mostri, scavando in un passato torbido. Un'indagine a sfondo religioso che si snoda in una Milano sempre pi nera, tra il cimitero di Chiaravalle e i quartieri intorno alla Stazione Centrale, dove i murales dei sottopassi ferroviari raccontano gli intrecci e i misteri che legano i delitti.
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L'AUTORE.
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FABRIZIO CARCANO (Milano, 1973)  giornalista professionista, scrive per Il Giorno, Superbasket, Bergamo&Sport e Affari Italiani.
 uno dei giallisti pi apprezzati dal pubblico milanese e lombardo nell'ultimo decennio. Il cacciatore di Caino  il suo dodicesimo romanzo noir dedicato ai misteri e al fascino di Milano dopo Gli Angeli di Lucifero (2011), La tela dell'eretico (2012), Mala Tempora (2014), L'ultimo grado (2014), L'erba cattiva (2015), Una brutta storia (2016), Il Mostro di Milano (2017). In nome del male (2018). Il codice di Giuda (2018), Milano Assassina (2019) e Nemesi Nera (2019), tutti pubblicati con Mursia.
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Il cacciatore di Caino.
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Dedica.
A tutte le vittime del coronavirus.
A mio suocero Ferdinando ucciso dal Covid.
A tutta la mia Bergamo, per quello che ha sofferto.
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Prologo.
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Parco delle Groane, estate 1982.
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L'eco dei festeggiamenti per la vittoria degli azzurri sul Brasile
non era arrivato fin l, dentro il cuore buio di quel bosco.
Betulle, faggi e larici custodivano il silenzio intorno a
quella villa circondata da alte inferriate.
Il giovane specializzando stava fumando una sigaretta in
giardino, solo, agitato. Sconvolto.
Mille demoni urlanti sconquassavano il suo animo impreparato.
Aveva studiato dieci anni per affrontarli.
L'orrore del traumatico impatto con la realt lo aveva tramortito,
frantumando in poche ore le certezze del suo percorso di studi.
La sua scienza non poteva dargli le risposte che la sua
coscienza cercava, non dopo averli visti.
Assassini, mostri che non provavano pentimento, rimorso
o dolore per quello che avevano fatto.
Si domand che senso avesse tutto quello, che senso
avessero quelle vite perdute.
Aspir l'ultima boccata dopo aver gi deciso.
L'indomani se ne sarebbe andato senza neppure salutare.
Quel pensiero lo rinfranc per un istante, prima che un
grido gli facesse accapponare la pelle. Arrivava direttamente
dall'inferno.
Si volt verso la villa, vide un bagliore.
Una luce danzava, tremolante, nel corridoio all'ultimo
piano.
Per un istante il fascio della torcia illumin la tenda del
corridoio.
Angeli svolazzanti e putti sorridenti presero vita per un
secondo, ricordandogli che quei mostri che lo stavano terrorizzando
erano solo dei bambini.
La stanza era pi grande di quanto lo fosse nella realt.
Erano scomparsi i mobili, il tappeto, il tavolo.
Il vuoto si prendeva lo spazio aprendo la scena.
Un uomo e una donna sul pavimento piangevano, si contorcevano
per quel dolore che lacerava gli intestini.
Chiedevano aiuto senza pronunciare i vocaboli.
Agitavano la bambinetta come fosse un bambolotto disarticolato.
Braccia e gambe penzolanti.
Una schiuma biancastra le aveva macchiato la bocca, il
mento e il collo.
Il veleno per topi non le stava lasciando scampo.
L'altro bambino, di soli otto anni, stava rannicchiato in
un angolo terrorizzato, le ginocchia strette al petto. La paura
bloccava le lacrime, costringendolo a restare immobile.
Il peluche bianco, il piccolo orso polare di fianco a lui,
non riusciva a stargli vicino.
Lo trascinarono in cantina, chiudendolo dentro, a doppia
mandata.
Era buio, era freddo, era solo, senza neppure il suo orso
bianco.
Poteva solo urlare con quanto fiato aveva in gola.
Url. L'urlo irruppe nella camera buia, come un tuono a
spaccare il silenzio della notte.
La bambina che dormiva nella branda a fianco balz dal
letto per correre da lui, per abbracciarlo, come fosse suo
fratello.
Un rumore di passi echeggi nel corridoio.
La porta si spalanc, la luce della torcia sciabolava su di
loro.
L'uomo che stava entrando aveva in mano una siringa e
sul volto un falso sorriso rassicurante.
Anche il prete che lo seguiva sfoggiava un'aria rassicurante.
Era un prete strano. Era diverso dagli altri.
Brandiva un crocifisso di pietre rosse e vestiva totalmente
di nero.
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Copenaghen, autunno 2019.
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Piazza Andersen bagnata dalla pioggia si presentava ancora
pi romantica e caratteristica.
La donna passeggiava senza fretta.
Adorava quello spazio ampio, arioso, eppure ordinato
in maniera rassicurante, intitolato al padre delle favole che
avevano preceduto la buona notte di intere generazioni occidentali.
I palazzi austeri a circondare la statua bronzea, anche
se ormai ossidata, dedicata a lui, la celebrit locale: Hans
Christian Andersen.
Un'opera imponente. Il novelliere era stato immortalato
seduto, con vestiti eleganti e la tuba in testa, il bastone nella
mano sinistra e un libro nella destra. Lo sguardo rivolto verso
un orizzonte limitato dal Tivoli Park, il celebre parco dei
divertimenti, una delle principali attrazioni turistiche della
capitale danese.
Quel contesto allegro stonava con quanto stava vivendo
la citt in quei giorni grigi.
Il dolore e il lutto per quella povera donna inglese trucidata
cos brutalmente.
La paura per tutte loro. Per la prossima di loro.
La donna camminava piano apposta, per distrarsi, per
godersi la spensieratezza di quel panorama.
Attravers al semaforo per infilarsi da Starbucks per una
tardiva colazione che avrebbe anticipato il pranzo.
Caff americano con spruzzata di cacao e una generosa
fetta di appi pie.
Per ingannare l'attesa estrasse il solito iPad.
Per la quarta volta in quella mattina cos assurda rilesse
quell'articolo pubblicato dal sito web del quotidiano
Jyllands-Posten.
Scorreva quelle righe, e il nome di quella citt maledetta
tornava a rimbalzarle addosso.
Milano. Di nuovo Milano. Ancora Milano.
Era l che il destino l'avrebbe riportata.
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1.
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Milano, abbazia di Chiaravalle. 6 dicembre 2019.
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Il vicequestore Bruno Ardig ne aveva viste cos tante in
vent'anni alla sezione Omicidi da non meravigliarsi pi di nulla.
Eppure, era proprio il suo stupore a lasciarlo di stucco:
era ancora capace di farsi sorprendere dal male.
Lo stupiva quel piccolo cimitero sconsacrato, un cimitero
in disuso da due secoli, nascosto dietro a un imponente
complesso monastico.
Angusto e riservato, acquattato alle spalle dell'abbazia,
invisibile all'occhio indiscreto degli estranei. Un luogo di
spiriti e silenzio.
Un campo santo privato, riservato solo ai religiosi.
Lo colpivano loro, i monaci cistercensi dell'abbazia di
Chiaravalle.
Uomini avanti con l'et, anziani.
Lo stupiva che non temessero il freddo polare di quella
mattina: lo sfidavano a viso aperto, indossando i tradizionali
calzari scoperti e il saio bianco con la striscia centrale nera.
Dicembre si apriva con il freddo, quello vero, quello del
generale inverno che si prende la scena con un paio di settimane
di anticipo.
Non temevano il gelo i vecchi monaci. Non temevano
neppure il male. E nemmeno la morte.
La affrontavano con la preghiera e con una serenit che
lui aveva smarrito da troppo tempo. Parevano un muro
bianco. Un gregge compatto.
Pregavano, all'unisono, in un brusio sommesso che ronzava
come una fastidiosa litania, sibilando nel silenzio cupo
di quella mattina di ghiaccio.
Sopra di loro un cielo da neve, un tappeto argentato uniforme.
Attendevano i fiocchi che non si decidevano a cadere.
L sotto, in quel pezzo di terra umida, la scena era irreale.
Le ossa di un essere umano, deceduto molto tempo prima,
erano sparse sul prato, di fronte a una vecchia edicola
funeraria in mattoni scrostati.
Il muro alle spalle era infiltrato da edera rampicante.
Vermi e insetti nei decenni trascorsi avevano ripulito
quelle ossa di tutto quanto ci fosse da succhiare, lasciandole
nude, scure, lorde di terra. Incluso il teschio, un testimone
muto che li osservava con le sue cavit vuote.
Un monaco stava faticosamente tentando di ricomporlo,
riassestando le ossa costali alla cassa toracica.
Ardig studiava tutta la scena, sempre pi stupito.
Lo stupore era il suo alleato contro l'orrore. E per quello
spettacolo macabro che aveva davanti agli occhi.
Stavolta non c'era l'ennesimo corpo martoriato.
Ma sarebbe arrivato presto, non aveva dubbi.
Intanto doveva aspettare. E comprendere.
Qualcuno aveva profanato una tomba, scoperchiando la
lastra di pietra, per estrarre i resti del corpo del caro estinto
e inumare al suo posto abiti femminili, insozzati di terra ed
erba.
Vestiti invernali, normali, pantaloni, maglione girocollo,
una maglietta di lana a manica lunghe, stivaletti.
La maglietta e il maglione erano gruvierati di squarci
coincidenti, sovrapponibili nella zona scapolare.
Gli indumenti erano macchiati da un ampio alone scuro
che regalava pochi dubbi.
Uno dei monaci, due ore prima, affacciandosi da un lucernaio,
aveva notato le ossa sparse e aveva dato l'allarme ai
confratelli che avevano completato la raccapricciante scoperta
vedendo la terra smossa. Con pochi colpi di vanga avevano
rinvenuto i vestiti.
I primi tasselli di un mosaico sanguinario di un omicidio
plateale e scenico.
Non un delitto come gli altri.
Perch nessun assassino improvvisato penetra in una
notte di dicembre in un cimitero abbandonato, nascosto nel
retro di un'abbazia, per profanare una tomba, rimuovere le
ossa del defunto e seppellire al suo posto gli abiti della disgraziata
che ha massacrato.
Negli ultimi tre giorni ha sempre piovuto e nessuno di
noi  venuto qui, era tutto fangoso, altrimenti l'avremmo
scoperto prima si giustificava un religioso, interpellato da
un agente.
Lo attendeva un'indagine di quelle che nessuno vorrebbe
condurre. Lo sapeva.
Erano altre le cose che non conosceva. E i frati potevano
dargli una prima risposta.
Chi era? domand indicando lo scheletro.
Tommaso Solonio.
A rispondergli era stato direttamente il priore, un settantenne
che sembrava la versione terrena del biblico Mos dei
dipinti rinascimentali.
Barba candida e ben curata, fisico imponente, volto scolpito
dagli anni e da una vita dedicata al lavoro e alla preghiera.
Sotto il saio portava una calzamaglia di lana pesante e
spessi calzettoni, come quelli dei calciatori degli anni Trenta,
incastrati dentro i sandali.
Il cavalier Tommaso Solonio? Quel Solonio?
Il banchiere conferm il priore, lasciandolo interdetto
e nuovamente in balia dello stupore che quella mattina lo
cullava in un limbo tra incredulit e inquietudine.
Lo stupiva quel nome cos ingombrante e quella sepoltura
inattesa in quel luogo sconsacrato.
Mezz'ora dopo erano sotto un soffitto di mattoni a vista
e travi in legno.
Ardig avrebbe voluto un caff, un espresso del bar, e un
whisky per scaldarsi e per calmarsi, invece doveva accontentarsi
di un cazzo di infuso alle erbe balsamiche. Quello
passava la maison...
I monaci tossivano. L'umidit dei locali dove erano situate
la cucina, la foresteria e la biblioteca, il freddo del lavoro
nei campi e nelle officine li condannavano a un perenne raffreddamento
che combattevano con rimedi naturali.
Quei cistercensi, appartenenti a un ordine che si rifaceva
alla regola benedettina, erano i discendenti dei frati che un
millennio prima avevano trasformato le paludi e gli acquitrini
malsani della pianura in una terra fertile, escogitando il
sistema delle marcite.
Pochi sapevano che erano stati proprio quei monaci a inventarsi
il formaggio grana, come soluzione per non sprecare
il latte in eccesso e conservarlo con un procedimento particolare
da cui era nato il caseus vetus, il formaggio vecchio a
forma compatta e granulosa, diventato poi il grana.
Anche nel millennio 2.0 i laboriosi monaci cistercensi
continuavano a lavorare la terra, realizzando latticini, confetture
e altre eccellenze, oltre a prodotti di erboristeria
come quell'intruglio verdastro, bollente, che gli stavano offrendo
in una tazza di coccio.
Vuole il miele?
Annu, facendosene versare un abbondante cucchiaio.
La tisana era gradevole.
Tarassaco, tiglio, menta e un'aggiunta di rabarbaro
borbott il priore prima di fissarlo dritto negli occhi.
Conosce la storia di quel sepolcro?
Conosceva vagamente la storia del suo occupante.
Tommaso Solonio era stato il banchiere di Dio, un uomo
di finanza e di fede, un banchiere bianco. Il suo nome
era impresso nell'inchiostro delle cronache pi oscure della
Prima Repubblica.
Il grande pubblico, allora, lo aveva conosciuto con un
nomignolo di complessa interpretazione: il Cavaliere Grigio,
per via della sua chioma argentata e di un abbigliamento
monotematico, con completi color cenere che lo facevano
apparire come un uomo rivestito da una cortina fumogena.
Era stato Indro Montanelli, con la sua penna graffiante,
a etichettarlo cos.
Il Cavaliere Grigio copriva un'ampia gamma di significati.
Nessuno positivo.
Nel grigio non c' chiarezza, non c' luce,  tutto opaco
e malinconico.
Il grigio della nebbia, il grigio della polvere.
Ma il grigio, nel caso di Solonio, andava declinato attraverso
i suoi segreti, i suoi silenzi, i suoi rapporti con mondi
lontani che, in teoria, non avrebbero dovuto interagire tra
loro.
Un massone, un personaggio di rare parole e troppi misteri
che oscillava tra la Democrazia Cristiana andreottiana,
il Vaticano che in un solo anno, il 1978, alternava tre papi, e
l'orbita statunitense di Carter e Kissinger.
Era stato il numero due, il socio di minoranza di Michele
Sindona alla Banca Privata Italiana e poi di Roberto Calvi al
Banco Ambrosiano.
Istituti finiti travolti da mille scandali, tutti legati ai miliardi
provenienti dallo IOR, la banca vaticana al centro di
un vortice di illazioni e menzogne.
Sindona era morto avvelenato con un caff al cianuro nel
carcere di Voghera nel 1985.
Calvi era morto appeso alle travi del ponte dei Frati Neri
a Londra nel 1982.
Solonio li avrebbe raggiunti pi tardi: era morto qualche
anno dopo nel suo letto, per cause naturali, dopo aver camminato
sulle loro ceneri per tutti gli anni Ottanta.
Dalla sua poltrona di comando del Banco di Ascona, un
piccolo istituto di credito svizzero con una lussuosa sede a
Milano a due passi da piazza degli Affari, Solonio era stato
al centro di intrighi finanziari e voci mai corredate da fatti
o inchieste.
Il suo tempo era finito insieme alla guerra fredda.
Un brutto male lo aveva divorato alla soglia dei settantacinque
anni, quando la sua banca era gi stata chiusa e
smembrata in mille rivoli che si erano fagocitati centinaia di
miliardi svaniti nel nulla.
Se ne era andato senza fare rumore, nel pi totale riserbo,
la notizia della sua scomparsa occultata da editori amici, che
avevano imposto il silenziatore ai direttori.
Erano i giorni del crollo del muro di Berlino, della fine
di un mondo che non sarebbe stato rimpianto. Nessuno si
era accorto della sua dipartita e neppure della sua sepoltura
all'ombra del campanile di un'abbazia millenaria.
Ardig era incredulo.
Non si era mai interessato al personaggio e non avrebbe
mai immaginato che riposasse in un campo santo sconsacrato,
circondato dalle anime candide dei cistercensi trapassati
e cullato dalle preghiere di quelli in vita.
Il priore evit di girarci intorno.
Indic con il dito le pareti e il soffitto: Il Cavaliere Grigio
era un benefattore del nostro ordine quando era in vita
e, in punto di morte, ha disposto un importante lascito per
la nostra comunit, esprimendo come ultimo desiderio la
possibilit di riposare laddove era stata inumata la Boema.
Ancora lo stupore. Sempre lui, maledetto...
Chi?
La Boema scand con imbarazzo il priore, accompagnando
il capo della Omicidi oltre ogni soglia di meraviglia
per quelle parole.
Conosceva bene la storia della Boema.
Una storia vecchia di sette secoli.
La principessa Guglielmina di Boemia era la figlia di un
re boemo ritenuto discendente di una stirpe che tramandava
le sue origini addirittura ai tempi della nascita e della crocifissione
di Ges Cristo. Una nobile di sangue blu, che vantava
una discendenza divina, venuta nella Milano trecentesca
a predicare un culto che metteva la donna al centro della
concezione cristiana.
Un'eretica che fin male, come tutti gli eretici in quegli
anni bui dell'Alto Medioevo.
Rammento le vicende della Guglielmina. Era stata condannata
al rogo osserv, incrociando lo sguardo corrucciato
del priore.
No, non proprio.  quello che pensano i pi, ma la verit
 un'altra. La Boema concluse qui la sua vita serenamente
all'interno di questa abbazia, in preghiera, protetta dalla
benedizione del santo padre. Venne sepolta nei nostri giardini
e il nostro ordine avvi un processo di canonizzazione grazie
alle testimonianze dei miracoli compiuti a Milano.
Un'eretica che stava per essere canonizzata?
Le cose sono andate diversamente. Alcuni anni dopo
il suo trapasso i suoi seguaci iniziarono a propagandare un
culto ossessivo della sua figura, basato per l'appunto sui suoi
presunti miracoli terreni, diffondendolo tra il popolo milanese
intorno alla fine del tredicesimo secolo. Andrea Saramita, un
teologo suo discepolo, sosteneva fosse la discendente diretta
di Ges e della Maddalena. E una nostra sorella, suor Maifreda,
alimentava questa credenza con la sua testimonianza
sui miracoli compiuti dalla Guglielmina, malati curati con
una carezza, storpi a cui era stata restituita la possibilit di
camminare... Capisce? Una discendente del figlio di Dio...
E a quel punto?
Sul soglio pontificio si era seduto papa Bonifacio ottavo,
il quale, per ragioni politiche di contrasto alla casata dei
Visconti che aveva acconsentito alla proliferazione del culto
della chiesa Guglielmita, ordin di estirpare il male di
quell'eresia, per cui gli inquisitori che operavano nella basilica
di Sant'Eustorgio misero ai ferri i seguaci della chiesa
Guglielmita fondata dallo stesso Saramita e li condussero al
rogo. Tuttavia, le esecuzioni non furono sufficienti a fermare
la devozione della santa boema. Cos gli inquisitori decisero
di ardere in piazza, insieme agli eretici, anche le ossa della
Guglielmina, ormai deceduta da vent'anni, prelevandole dal
suo sepolcro che per questa ragione  poi rimasto vuoto per
sette secoli.
Sta scherzando? Mi sta dicendo che Solonio si  fatto
seppellire in quella che doveva essere la tomba della Guglielmina?
Il priore assent.
Dopo sette secoli, la certezza che la tomba fosse proprio
quella ovviamente non c'era. A ogni modo, avr notato che
la fossa  stata scavata proprio di fronte a quell'edicola funebre
dove, quello  accertato, avevano riposato le ossa della
Guglielmina prima che gli inquisitori strappassero i suoi resti
all'eterno riposo...
Un banchiere cattolico che aveva scelto come sua eterna
dimora il sepolcro di un'eretica le cui ossa erano state arse
in una pubblica piazza.
Mancava ancora una sorpresa, l'ultima di quella mattina
assurda.
Il priore lo accompagn nella piccola cappella adagiata al
fianco dell'abbazia, indicandogli una statua vicina al portale
che immetteva nel vecchio campo santo sconsacrato.
Ardig l'aveva intravista un'ora prima mentre, a passo
veloce, attraversava la chiesetta per recarsi sul luogo della
profanazione.
Una scultura moderna, classicheggiante, di marmo bianco,
una figura elegante avvolta in un panneggio drappeggiato.
Il volto indefinito poteva essere maschile o femminile. I
capelli corti non aiutavano a sciogliere il dilemma.
Alla base della statua un'incisione.
Exsurrexi et adhuc sum tecum.
Il priore la indic traducendola: Il significato preciso sarebbe
risorsi e sono di nuovo da te. Si tratterebbe di un
passo tratto da un Salmo, il 138, che nella liturgia viene esclamato
nel giorno di Pasqua, il giorno della Resurrezione.
Ardig si chin per osservare meglio la frase.
La statua  stata commissionata dallo stesso Solonio,
suppongo.
Esattamente, uno dei suoi lasciti alla nostra abbazia, anche
se ignoriamo chi sia l'autore di quest'opera.
Cosa significa?
 un'allegoria della resurrezione, se vuole dell'immortalit
medesima.
Ardig esamin per un istante la scultura.
 un uomo o una donna?
Volutamente l'artista ha giocato su questa domanda,
senza dare una risposta.  una sorta di angelo, un angelo
laico. Un messaggero.
E che messaggio porterebbe?
 un'altra domanda che si deve porre chi passa di qui.
Forse era proprio questo che volevano l'artista e il committente,
obbligarci a porci delle domande e a cercare delle risposte.
Anche dentro di noi.
Ardig si stava ponendo la domanda.
Solonio non sarebbe risorto, anche le sue ossa erano state
riportate alla luce del sole.
E la presunta vittima? Quei vestiti squarciati annunciavano
un'esecuzione o erano solo una macabra messa in scena?
La zona a sud di Milano regala a chi ha il tempo e la voglia
di scoprirla un panorama sorprendente.
La campagna dell'agro lombardo, l'inizio della bassa, la
porta di accesso alla Pianura Padana, a due passi due dall'asfalto
di Milano.
Il verde appena fuori dalla metropoli.
Alberi, prati, campi, cascine e abbazie di rara bellezza e
altrettanta sacralit come Chiaravalle e Viboldone, che fino
a un secolo e mezzo prima erano separate da un'ora di mulattiera,
con i carri.
Nel millennio 2.0 le due abbazie, distanti in linea d'aria
una manciata di chilometri, erano divise da un dedalo di
incroci e snodi infrastrutturali.
La biforcazione che arrivando dall'autostrada del Sole
si apre tra la tangenziale Est e la Ovest, la rete della tratta
ferroviaria Milano-Bologna e, qualche chilometro sopra, il
corridoio di sorvolo degli aerei in arrivo o in partenza dallo
scalo di Linate. Lo snodo del traffico su gomma, su ferro e
su aria.
Tutto l, in quell'angolo di campagna dove una volante
della Polizia Penitenziaria planava leggera sull'asfalto, viaggiando
a moderata velocit.
Dal sedile posteriore il detenuto con gli occhialini rotondi
osservava quel paesaggio incuriosito.
La sua prima volta fuori dalla gabbia e la piacevole scoperta
che il mondo era ancora l ad attenderlo dopo tutti
quegli anni, con i suoi colori malinconici e quella sua bellezza
immutata. Rivedeva la luce e il sole dopo troppo buio
e tutto gli sembrava meraviglioso, anche quello scorcio periferico.
Non andava da quelle parti da tanti anni, dalla sua vita
precedente.
Nemmeno i due agenti impegnati in quel trasporto ordinario
avevano fretta di depositare il pacco e tornare a
chiudersi tra le mura tetre di San Vittore.
Una leggera nebbia ammantava di una patina romantica
quel paesaggio agreste, regalando una sensazione di torpore.
Un anestetico allo stress metropolitano.
Una strada tra i filari e al fondo della strada, ad attenderli,
un'altra meraviglia: l'abbazia di Viboldone, un gioiello
architettonico risalente al 1170.
Dalla met del XIV secolo era diventata la Casa degli
Umiliati. Frati, religiosi e conversi, emanazione dei francescani,
devoti al limite del fanatismo che applicavano il loro
credo nell'estrema deriva del rifiuto di tutto quanto era superfluo.
Non solo materialmente.
Duecento anni dopo il cardinale Carlo Borromeo li aveva
soppressi, tuttavia gli umiliati erano sopravvissuti in forme
non ufficiali, infiltrandosi tra i benedettini, fino al ritorno
alla luce del sole, da quando papa Francesco, rispettando il
suo nome, in ossequio allo spirito francescano, aveva dato il
nulla osta alla loro ricostituzione.
Cos, una piccola cellula del ritrovato ordine monastico
aveva ricevuto ospitalit proprio a Viboldone, nel complesso
laterale rispetto al principale monastero delle suore che
presidiavano da secoli quell'abbazia.
In pochi anni i nuovi monaci umiliati, in prevalenza ex
benedettini, si erano improvvisati muratori, carpentieri e
fabbri per riportare quella parte abbandonata del monastero
agli antichi splendori. E nella loro piccola comunit avevano
ottenuto ospitalit anche dei laici, dei conversi, offrendo il
loro lavoro in cambio di un letto nelle celle della foresteria e
di una zuppa da consumare la sera nel refettorio.
Accettando l'unica condizione di rispettare le regole monastiche
all'interno delle mura, tra il silenzio, la preghiera e
le fatiche del lavoro.
La stessa scelta compiuta da quel condannato per scontare
il suo residuo di pena detentiva: per la parte terminale
della sua custodia domiciliare aveva chiesto accoglienza in
quel monastero.
Anche lui si rivedeva nella luce che illuminava la rinascita
degli umiliati.
Avevano concordato che, non avendo pi la forza fisica
per occuparsi dei lavori manuali nei campi adiacenti, sarebbe
stato adibito a funzioni di bibliotecario con il gravoso
compito di censire e catalogare gli innumerevoli tomi ereditati
da altri monasteri chiusi per la cronica crisi di vocazioni.
Non vedeva l'ora di cominciare quel lavoro.
Quando la volante si arrest nel piazzale principale
dell'abbazia comprese che la sua nuova vita stava per iniziare.
Aveva una seconda occasione e forse non la meritava.
Due frati infilati nell'abito tradizionale degli umiliati, un
semplice saio bianco, erano l ad attenderli, chiss da quanto.
Sembravano immuni dal freddo di quel pomeriggio. Non
avevano il telefono e neppure l'elettricit.
Il detenuto, gracile come una foglia ingiallita a novembre,
emerse dal sedile posteriore con gli immobilizzatori ancora
stretti intorno ai polsi.
Un uomo avanti con gli anni, schiacciato da rimorsi e acciacchi
che lo avevano invecchiato prematuramente, pallido,
diafano. Pi anziano rispetto al numero anagrafico impresso
nei suoi documenti.
Il numero del diavolo, amputato del terzo sei. I settanta
ancora lontani, quattro giri di calendario... e avanti cos non
ci sarebbe arrivato.
Anche per quello, anche per motivi di salute, il giudice
del tribunale di sorveglianza aveva accelerato la sua scarcerazione.
L'aria dell'altro monastero, quello di San Vittore
trasformato in penitenziario cittadino, non era salubre per
un uomo in frantumi come quello.
I due religiosi lo accolsero con un abbraccio e un sorriso
luminoso, mentre gli agenti sbloccavano le manette consegnando
a uno dei frati l'incartamento contenente le prescrizioni
per il sorvegliato.
Non avrebbe potuto oltrepassare il perimetro di pertinenza
dell'abbazia durante le ore diurne, mentre in quelle
notturne avrebbe dovuto permanere all'interno delle mura
del monastero.
Lo sapeva lui, lo sapevano loro. E sapevano che non ci
sarebbero stati problemi, non con un condannato che dopo
sette anni di regime carcerario aveva scelto volontariamente
di continuare a scontare la sua colpa in un monastero di un
ordine resuscitato direttamente dal Medioevo.
La volante si allontan diretta verso la citt che si estendeva
dietro la tangenziale.
Il priore usc per andare incontro al nuovo arrivato.
Non era il primo detenuto a transitare nella loro casa.
Tuttavia, sarebbe stato l'unico in quel frangente, insieme
ad altri uomini che avevano scelto per diverse ragioni di
rinunciare a vivere il mondo frenetico e consumistico della
Milano del 2019.
C'era chi aveva tentato il suicidio dopo aver visto fallire
la sua impresa, chi aveva perso soldi, famiglia e reputazione
ai tavoli da gioco, chi non aveva retto alla perdita di un figlio,
chi era guarito da una grave malattia e aveva deciso di
rinascere da umiliato.
Nessuno l parlava del proprio passato, dei dolori e dei
tormenti che lo accompagnavano, del perch avevano rinunciato
a tutto e tutti, chi per un po', chi per sempre.
L'uomo con gli occhiali rotondi segu i monaci all'interno
dell'abbazia e si riemp la vista con lo splendido Giudizio
Universale affrescato intorno al 1350 dal fiorentino Giusto
de' Menabuoi, un allievo di Giotto che aveva imparato lo
stile e i temi del maestro.
Rimase interdetto, quasi intimorito.
Non era pi abituato alla bellezza e quel Giudizio Universale
era bello per davvero.
Ricordava il capolavoro affrescato da Giotto nella padovana
cappella degli Scrovegni, anche l l'inferno era alla destra
di chi lo osservava.
Raddrizz gli occhiali, soffermandosi sull'orrendo Lucifero,
dipinto come una bestia mostruosa che divorava un
dannato.
Un'allegoria del suo stato d'animo, anche lui si sentiva
come il demonio divoratore o come il dannato divorato, a
seconda delle ore, della luce del giorno o del buio della notte.
Aveva divorato una vita innocente, la pi preziosa e pura
delle vite, e da allora la colpa di quell'immondo crimine divorava
lui nel suo inferno quotidiano.
Era giusto cos, ragionava, guastandosi il piacere della visione
dell'opera che un pittore stava restaurando nella parte
dedicata al paradiso.
Avvolto in tuta da lavoro bianca, con il cappuccio alzato,
pareva uno spettro, un fantasma di neve.
Le mani, sotto i guanti, erano ancora sporche della terra
che si era infiltrata sotto le unghie qualche notte prima.
Issato sull'impalcatura il restauratore si volt per guardare
dall'alto della sua posizione privilegiata il manipolo di
uomini che lo fissavano con lo sguardo all'ins. Anche lui li
fissava senza essere notato, soprattutto l'uomo con gli occhiali
rotondi.
Un tuffo al cuore lo sorprese.
Lui, proprio lui. Quel passato lontano che tornava, riportando
in superficie tutto il male mai dimenticato.
Lo interpret come un altro segno del destino. Un altro
segno nefando.
Un vento freddo lo sorprese, eppure il portale dell'abbazia
era chiuso.
Il male ormai lo aveva stanato dopo anni di oblio e non lo
avrebbe pi abbandonato.
Fuori dal palazzo della Questura la vita continuava frenetica,
ordinaria.
Macchine in fila in via Fatebenefratelli, l'arteria che costeggia
il centro storico pi in, con gente affannata sui marciapiedi,
bar intasati, uomini e donne con lo sguardo rivolto
allo smartphone. Tutti di corsa, come criceti impazziti sulla
ruota che non si ferma mai, tranne nelle ore notturne.
Milano si stava facendo bella per l'indomani.
La festa di Sant'Ambrogio coincideva con il sabato, amputando
il primo ponte dicembrino atteso dai milanesi.
Il 7 dicembre  un giorno particolare per Milano.
La data che apre ufficialmente le festivit natalizie: si accendono
le luci delle luminarie stradali predisposte dall'amministrazione
comunale e dalle associazioni di commercianti,
si inaugurano intorno al Castello Sforzesco i tradizionali
mercatini degli Oh Bej! Oh Bej! che peraltro nel nuovo
millennio avevano perso quasi tutta la componente artigiana
della tradizionale locale, la loro milanesit rimpiazzata
da manufatti etnici africani o asiatici, a testimoniare il cambiamento
continuo di una Milano in perenne metamorfosi,
dove il bollito e il risotto con l'ossobuco erano un passato
folkloristico e il sushi e il ramen il nuovo piatto tipico cittadino.
Alcune tradizioni per erano dure a morire, cos, nel tardo
pomeriggio di Sant'Ambroeus, sarebbe andata in scena
come sempre la prima della Scala, con la Milano bene a sfilare
sotto il portico del teatro Piermarini, uomini rigorosamente
in smoking e donne in abito da gala, per una serata di
lusso e sfarzo, rifilando uno schiaffo alla miseria, in faccia ai
poveracci stipati nei casermoni popolari delle periferie.
Un copione che non cambiava mai per Milano.
Anche per Ardig il copione non cambiava mai.
L, all'interno dei laboratori della sezione Scientifica, il
tempo diventava rarefatto, immobile come le sue giornate.
Quelle che partivano male, con la telefonata della sala
operativa, ricevuta quella mattina poco dopo le nove mentre
saliva in auto, appena uscito dallo studio della fisioterapista
che da qualche settimana lo manipolava per rattoppare
quella schiena malridotta da una vita spericolata.
Di solito la telefonata si apriva con la solita frase, sempre
la stessa.
Dottore  stato rinvenuto un cadavere era la formula
alternativa, quella ambigua che lasciava spazio a diverse
ipotesi; l'altra prevedeva un banalissimo c' stato un omicidio,
pi secco, senza dubbi.
Questa volta per il centralinista non era sicuro che si
trattasse di un caso di sua pertinenza per cui aveva tentennato:
Si tratta di... beh,  una cosa strana, questo mi hanno
detto di dirle. Hanno profanato una tomba, ci sono delle
ossa e anche dei vestiti.
Non si era neppure stupito. Si era limitato a una sola domanda.
Dove?
A Chiaravalle, all'abbazia.
Erano passate gi diverse ore, eppure ancora non riusciva
a capacitarsi di quel che aveva visto. Dell'assurdit della
scelta di interrare gli abiti di quella sventurata nella tomba
di un banchiere massone, che sotto quei tre metri di terra si
era portato segreti da far tremare le vene ai polsi.
Al piccolo cimitero si poteva accedere da un vecchio cancello
arrugginito. La serratura non risultava forzata, per cui
l'intruso si era procurato una chiave.
C'erano calchi di impronte, profonde, le avevano rilevate,
ma erano confuse e sovrapposte.
Si profilava l'ombra di un rituale esoterico.
Tuttavia, non comprendeva il significato della profanazione
della tomba di Solonio.
L'intruso doveva essere munito di una pala per scavare la
terra e di una discreta vigoria fisica.
L'amico Daniele De Piccoli sollev la testa da un visore
collocato su uno scanner a laser.
L'apparecchio era curioso per l'occhio del profano: ricordava
gli abituali scanner dei gate aeroportuali. Un rullo
trasportatore, manovrato da un joystick, spostava gli abiti,
ospitati in una teca decontaminante trasparente, sotto i vari
visori. Una sorta di acquario con una serie di rilevatori ottici
di vario genere per individuare tracce di DNA.
Sai una cosa? osserv il collega accarezzandosi i fianchi
larghi.
Era continuamente a dieta da un decennio, da quando
sfiorava i novanta chili e i cinquant'anni. Adesso si avviava
ai sessanta, di anni, e ai cento di chili. E appena svestiva
il camice del professionista tormentava tutti discettando su
carboidrati, grassi, lipidi, zuccheri e amidi, emettendo sentenze
lapidarie da nutrizionista affermato.
Ardig si domandava cosa aspettasse il suo dietologo a
portarlo in tribunale citandolo per gli irreparabili danni di
immagine che gli provocava ogni volta che apriva bocca.
Questo era il De Piccoli fuori dai suoi laboratori.
Tuttavia, sul lavoro era uno vero, che non ne sbagliava
una.
Uno sbirro atipico che in quarantanni non aveva mai visto
in faccia un criminale e non aveva mai impugnato una
rivoltella ma, in mezzo a quelle strumentazioni da terapia
intensiva, si destreggiava come un mago.
A volte anche come un veggente.
Cosa?
Di DNA se ne trova quanto ne vuoi. Saliva sputacchiata,
sudore di una mano che ti si appoggia sui vestiti, tutto
quello che vuoi. Magari c' anche quello dell'assassino, ma
poi tu nemmeno sei sicuro che sia un delitto...
Li hai guardati i vestiti, tu che ne pensi?
Ah, per me si tratta di un omicidio.
Ecco, appunto. Per cui dimmi qualcosa.
De Piccoli inforc gli occhiali.
Abiti taglia 40, stivali taglia 39. Misure standard. Una
donna sul metro e settanta, vicina ai sessanta chili. Sul maglione
c'erano dei capelli e questa  la cosa strana.
Non mi pare strano, li abbiamo tutti i capelli che cadono
sui maglioni.
Questi non hanno bulbo. Sono capelli tagliati. Come
quando sei appena uscito dal barbiere.
Sei sicuro?
Certamente.
Altro?
I collant e l'intimo sono di una marca sconosciuta. Magari
da quelli risaliamo a qualcosa. Serve tempo.
Va bene, prenditi il tempo che ti occorre.
Un agente entr in quel momento con un altro acquario
senza pesci. Dentro un ospite particolare.
In quella teca decontaminante c'erano un teschio e un
cumulo disordinato di ossa. Erano scure, di un marrone che
sconfinava in un grigio petrolio.
Sic transit gloria mundi... decant De Piccoli, tra il serio
e il faceto.
Ecco cosa resta del potere terreno del cavalier Solonio.
Ossa e polvere.
Ardig fiss quei resti umani.
Di polvere ne vedo poca...
Era per dire.
Cosa dovete farci?
Beh, per scrupolo, su richiesta del Questore, verifichiamo
che si tratti proprio dell'ex banchiere. C' un'indagine
per profanazione tombale, no?
Uhm... e il suo DNA per le comparazioni dove lo trovate?
Contatteremo i familiari. I figli grandi sono residenti
negli Stati Uniti ma l'ultimogenita risiede qui a Milano, no?
Basterebbe qualche vecchio oggetto di utilizzo quotidiano o
forse persino dei vecchi abiti per estrarre un campione per
la comparazione.
Uno spreco insensato di tempo e risorse pubbliche valutava
Ardig.
Se non si fosse trattato di un ex pezzo da novanta lo
avrebbero interrato un istante dopo senza alcuna analisi.
Ma evit di esternare i suoi dubbi.
L'esistenza di Tommaso Solonio era stata nebulosa come
il grigio che aveva contraddistinto la sua immagine.
Un uomo riservatissimo, che non concedeva interviste,
non amava apparire, non partecipava a eventi mondani, a
convegni o altro.
Giravano leggende e aneddoti curiosi sulla sua figura.
Lo descrivevano come un uomo avaro di sentimenti e
non solo, che andava a messa ogni mattina alle sette, che
mangiava pochissimo, nutrendosi prevalentemente di legumi
e di riso bianco.
Difficile comprendere quanto ci fosse di vero.
Alcune sue peculiarit avevano alimentato leggende o
malignit intorno al suo personaggio, di certo particolare.
Era zoppo da una gamba per un incidente giovanile, una
frattura mal saldata, vestiva sempre con il completo grigio e
la cravatta nera, appoggiandosi a un bastone.
Wikipedia e altri siti ricostruivano la sua figura.
Solonio era di origine ebraica, la sua famiglia, decisamente
abbiente, si era trasferita nel Canton Ticino negli anni
Trenta, per allontanarsi dall'Italia fascista che incubava
le leggi razziali. Era tornato nei primi anni Cinquanta, pur
mantenendo la doppia nazionalit, elvetica e italiana.
La sua ascesa nel mondo bancario era stata favorita dalle
sue connessioni con gli ambienti cattolici, dalle sue entrature
con la Santa Sede e con la Democrazia Cristiana, in particolare
con la corrente andreottiana.
Il presidente Saragat lo aveva insignito del titolo di cavaliere.
Curiosamente non era mai stato indagato per nessun reato
finanziario.
L'unica macchia di rilevanza pubblica sulla sua figura
austera era stata quella tessera della loggia massonica P2,
che lo aveva costretto per qualche tempo a emergere, suo
malgrado, da quel cono d'ombra che riparava tutta la sua
esistenza, trascorsa negli ultimi decenni tra gli uffici milanesi
e una villa leggendaria ad Ascona, sulle sponde svizzere del
lago Maggiore, villa Tramontana. Come il vento che soffiava
in quella parte sommitale del Verbano.
La villa era stata venduta negli anni Novanta dagli eredi,
insieme alla collezione di dipinti e oggetti d'arte di cui
Solonio era collezionista.
Dagli incartamenti risultava che il banchiere fosse rimasto
vedovo due volte: la prima moglie era deceduta nel 1956,
la seconda nel 1975. Erano entrambe cittadine svizzere.
Dai due matrimoni aveva avuto quattro figli.
Tre maschi dalla prima moglie, tutti nati negli anni Quaranta.
Uno era gi scomparso, gli altri due avevano preso la
cittadinanza statunitense da diversi decenni.
E una bimba in seconde nozze, Ursula, che da quel che
sapeva, continuava a portare avanti il piccolo istituto di credito
di tradizione familiare, anche se il Banco di Ascona non
esisteva pi da decenni.
Non riuscivano a sapere altro.
Trent'anni dopo la sua scomparsa Solonio era diventato
uno spettro, del suo impero di soldi e contatti restavano vaghi
ricordi e tanti misteri.
Ardig si accese una bionda mentre rifletteva su quelle
carte inutili.
Il banchiere di Dio era deceduto a settantaquattro anni,
nel novembre del 1989, proprio mentre crollava il muro
di Berlino e finiva quel mondo di intrecci oscuri e segreti,
ancora ignoti dopo quasi mezzo secolo.
E come sua eterna dimora aveva scelto un campo santo
sconsacrato dove avevano riposato le ossa di un'eretica trecentesca
venerata come una discendente di Ges Cristo.
Una scelta inquietante per un uomo devoto che aveva
ostentato la sua fede come biglietto da visita in tutta quella
sua esistenza lontana dai riflettori.
Chi aveva scoperchiato la sua tomba per depositarci quegli
abiti forse voleva solo riportare alla luce non tanto quello
scheletro, quanto l'uomo che ormai tutti avevano dimenticato.
Anzi no, non proprio tutti.
Il nuovo questore si era fatto vivo con una telefonata, dopo
averne ricevute altre di telefonate, dai ministeri.
Era richiesta la massima discrezione su quanto accaduto.
La versione ufficiale sarebbe stata semplicemente che
c'era stata una profanazione nel vecchio cimitero sconsacrato
alle spalle dell'abbazia, senza specificare quale tomba
fosse stata violata.
Tanto a nessuno importa di questa storia aveva chiosato
il Questore, che tutto sommato aveva ragione.
Senza un morto cui dare giustizia, senza un assassino da
inseguire, non gli fregava nulla di Solonio e del suo eterno
riposo disturbato da una mente folle.
Non si trattava di una confessione, non con i crismi del
sacramento.
L'uomo e la donna parlavano seduti a fianco su una panca.
Alla loro sinistra l'affresco murale del martirio di Sant'Orsola.
Il religioso ascoltava.
Non erano peccati quelli che prendevano forma nelle parole
deliranti di quella creatura che ormai conosceva bene
insieme ai suoi tormenti notturni.
L'ho vista... ha la schiena squarciata, i capelli rasati... 
su un pavimento, intorno  tutto buio.
La donna parlava con una voce innaturale che scaturiva
dai visceri, dal gorgo oscuro delle sue follie, delle sue paure.
Aveva gli occhi chiusi, per proiettare nella mente le visioni
che turbavano il suo sonno agitato da incubi continui. Con la
mano destra tormentava una catenina con il ciondolo spezzato
a met, la parte sinistra di un cuore mancante della destra.
...
.
...
2.
...
.
...
 finita, la nostra mezz'ora  passata. Puoi alzarti dal
materassino. Piano, alzati piano gli comunic, allungandogli
una salvietta detergente per ripulire la schiena dalla
crema oleosa cosparsa con generosit.
Il commissario Bruno Ardig rifiut, infilando la t-shirt
nera con cui era arrivato.
Vado direttamente in piscina e l mi faccio la doccia, ho
una maglietta di ricambio.
Min Ly scosse la testa ridacchiando. Nell'ultimo mese tra
i due si era instaurato un rapporto di confidenza.
Va a ciapa' i ratt, poi domani sei di nuovo incriccato.
Era nata a Milano, cinese di terza generazione, cinese pur
non avendo mai vissuto in Cina. Una donna che incarnava
due mondi: nome e lineamenti da orientale. Parlata e modi
da milanese imbruttita.
Una delle tante figlie della fusione milano-cinese perfettamente
riuscita nel quartiere di via Paolo Sarpi. Nella Chinatown
milanese i giovani erano tutti come lei: milanesi di
nascita, crescita e mentalit, cinesi nei documenti e nell'approccio
professionale.
E Min Ly non faceva eccezione.
Con quella contrattura muscolare l'ultima cosa da fare
 infilarsi in acqua e nuotare. Devi renderti conto - protest
con la sua parlata veloce - che la L-5 e la S-1 in quel punto
hanno prodotto una protrusione erniale...
Sventol una mano per fermarla.
Lei non si arrese e riprese a mitragliare: Dammi retta
e lascia stare la piscina, che poi non sono mai riscaldate a
norma.
Lui fece finta di non ascoltarla.
La donna sapeva il fatto suo e ben conosceva i pazienti
testoni come quello, per cui lo conged con un sorriso
compiacente, identico a quello sfoggiato dalla receptionist
che fungeva da cassiera, un'altra milanese con nome e passaporto
cinese.
Quaranta euro per mezz'ora di decompressione e allungamento,
altri dieci di iva per la regolare fattura.
Un altro mezzo centello svanito per la maledetta schiena
che da qualche mese lo affliggeva, per un'ernia che si era
fatta largo tra l'ultima vertebra lombare, la L-5, e la prima
sacrale, la S-1.
Ardig aveva scoperto che un maschio su tre, superati
gli anta, soffriva di quel tipo di patologia ortopedica:
lombalgia, o sciatalgia nei casi pi acuti, se andava a infiammare
anche l'omonimo nervo sciatico.
Eppure, in questo caso il mal comune non era affatto
di mezzo gaudio.
Non gliene fregava niente dei mal di schiena altrui.
Gli bastava il suo e ne aveva gi le palle piene, di problemi,
di pensieri, di malumori.
Il tempo stava iniziando a presentare un anticipo del suo
inevitabile conto al vicequestore Bruno Ardig.
L'ironman da mezz'ora di corsa in circonvallazione ogni
mattina, da raffiche di cinquanta flessioni consecutive e da
quaranta vasche in piscina, cominciava a incrinarsi, anzi a
incriccarsi, utilizzando quel termine tanto caro a Min Ly.
Le prime crepe a quarantasei anni si aprivano sulla corazza
esteriore.
La maledetta schiena con mille problemi lombari a causargli
dolori da anestetizzare con pasticche di antidolorifici
e antinfiammatori. Doveva utilizzarle soltanto in casi estremi
per mali estremi, invece le ingurgitava come fossero le
mentine da masticare contro la noia.
Tre pillole al giorno, a volte anche il doppio.
Perch c'era pure il ginocchio destro che si gonfiava dopo
la corsa e la spalla sinistra che ululava dopo il nuoto.
E poi la pressione arteriosa, ormai stabilmente oltre la
soglia dei centoquaranta, con obbligo di un'altra pastiglia
annessa ogni mattina.
Segnali di allarme che ignorava per scelta.
Le trenta sigarette quotidiane restavano un dovere pi
che un piacere, la dieta basata su panini imbottiti di salse e
su fritti era un must intoccabile, come i bicchieri di rum la
sera.
Non voleva cambiare, non voleva arrendersi.
Non poteva farlo.
E poi c'erano loro, i Caini, gli assassini, con il loro carico
di veleni: la sua Chernobyl quotidiana di radiazioni tossiche.
Inalava in ogni momento della giornata la rabbia dei casi
insoluti che affollavano il suo schedario.
Ne aveva tanti, troppi, a tormentarlo.
Non era per le vittime, pace all'anima loro, che tanto ormai
dormivano il sonno eterno.
Era per quei bastardi, per gli assassini, per le prede fuggite
alla sua caccia grossa metropolitana.
Aveva immolato una ventennale carriera in Polizia sull'altare
della caccia ai Caini.
Avrebbe gi potuto essere un Questore in un capoluogo
di provincia, oppure un dirigente di una squadra Mobile,
invece si ostinava a restare vicequestore di una sezione piccola
come la Omicidi e reati contro la persona, secondaria
rispetto alla Narcotici, alla Reati contro il Patrimonio, alle
squadre catturandi antimafia o alle antiterrorismo della
Digos.
Poteva spiccare il volo. E invece no.
Restava ad annaspare nel mare torbido degli assassini,
menti malate o spiriti bastardi, carnefici senza alcun sentimento,
macellai di esseri umani che spesso nelle aule di
tribunale godevano della benevolenza di giudici distratti o
menefreghisti per le vittime.
Eppure, si dannava l'anima per braccarli e prenderli.
E ogni volta che non ci riusciva si tormentava sempre di
pi per un'altra spina nel fianco, per un altro caso irrisolto.
Come quello che si stava profilando da settimane.
Un macabro indovinello incompleto, che le maledette feste
avevano complicato fino a quella mattina.
Da Sant'Ambrogio all'Epifania il tempo investigativo si
era dilatato. Il guado dei ponti aveva rallentato gli adempimenti
delle indagini.
Succedeva sempre cos quando un assassino aveva la pessima
idea di colpire a dicembre o ad agosto.
Vietato uccidere in un calendario che non contemplava
due mesi lavorativi all'anno in cui mancava personale e voglia
di sbattersi, regalando all'assassino il peggiore dei vantaggi:
lo scorrere impietoso del tempo che cancella ricordi,
tracce, dettagli.
Cos c'erano voluti giorni, troppi giorni, per avere le prime
basilari risposte, quelle necessarie per far scattare un'indagine
canonica, in cui si parte dalla vittima per individuare
un potenziale movente e la ragnatela dei suoi contatti personali,
professionali, ambientali.
Loro non avevano nulla, nemmeno la vittima, soltanto il
suo sangue imbevuto dai vestiti, fradici di terra umida.
Jeans scuri, stivaletti invernali, maglione a collo alto, maglietta
di lana.
Tutta roba di marca.
Li potevi acquistare in qualunque capoluogo italiano, in
qualunque centro commerciale dell'hinterland.
I laboratori che avevano esaminato quegli indumenti inumati
nel sepolcro del banchiere Solonio avevano sentenziato
che le macchie scure erano sangue umano.
Avevano scoperto l'acqua calda, ovvero che quel DNA
era di un soggetto ignoto di sesso femminile.
Sugli abiti altre tracce di DNA, stavolta maschile.
Ma non significava nulla, non c'era la certezza che appartenesse
all'ipotetico assassino e non potevano collegarlo
a nessuno.
Era un elemento da utilizzare il giorno in cui mister X
avesse avuto un nome e un cognome. E le manette ai polsi.
Quegli stracci non raccontavano altro.
I collant invece raccontavano qualcosa di diverso.
Erano 0 Denier, Rebecca Tights: lo avevano appurato
dopo tre settimane di accurate verifiche. Collant neri della
marca danese Dear Denier, fatti all'86% di poliammide e
del restante 14% di elastan.
Praticamente introvabili in Italia e nell'area mediterranea.
Quelle calze li avevano aiutati a restringere il campo della
ricerca all'area nord tedesca e scandinava.
Nei giorni successivi avevano richiesto la collaborazione
all'EGF, la Forza di Gendarmeria Europea, l'organo di raccordo
tra le forze di Polizia di Stato dei singoli Stati comunitari,
il connettore delle denunce di scomparsa o segnalazioni
dei vari Stati.
Un apparato elefantiaco che si muoveva con tempi ministeriali.
Per questo soltanto quella mattina, con il nuovo anno,
con la Befana gi volata via a cavallo della sua scopa, erano
riusciti a collegare la denuncia di scomparsa di una donna
danese, segnalata a Milano, a quegli abiti rinvenuti nel cimitero
sconsacrato di Chiaravalle.
Da quella mattina, dopo cinque settimane, avevano un
possibile nome e cognome per il fantasma che stavano cercando:
Christine Larsen, danese, classe 1963. Di professione
interprete.
La denuncia di scomparsa era stata presentata il 27 dicembre.
La sua famiglia, un fratello e una sorella residenti a Copenaghen,
non ricevevano sue notizie da oltre tre settimane.
Il telefono era disattivato dal 4 dicembre, non rispondeva
ai messaggi su Messenger e alle e-mail dal 3 dicembre.
Ricevuta la segnalazione dagli uffici della Questura gli
agenti della sezione Omicidi si erano immediatamente attivati
per una prima ricerca pi facile del previsto.
Non avevano un indirizzo dove andare a cercare la Larsen,
ma la sua pagina Facebook li stava facilitando. La donna
scomparsa aveva attivato la funzione di localizzazione
automatica. Ogni suo post era mappato.
Le sue foto casalinghe, quelle sul terrazzo affacciata su
una Milano buia, illuminata da mille luci, erano tutte localizzate
nel quartiere Spadolini.
Per questo Ardig stava affrettando il passo, per raggiungere
l'angolo di via Melzi d'Eril dove la Giulietta nera del
commissariato lo attendeva.
Al posto di guida intravedeva la figura taurina dell'agente
Antonio Linares. Personaggio da barzellette, ma sui Carabinieri.
Figlio d'arte, suo padre era stato alla squadra Mobile a
Milano nei turbolenti anni Settanta, prima di sistemarsi dietro
la scrivania in un comodo commissariato della provincia.
Era l'ultimo di una nidiata di cinque femmine, la leggenda
narrava che il padre, Linares senior, non si sarebbe fermato
fino a quando non fosse arrivato il tanto sospirato maschio.
Con un destino gi scritto: calciatore della Nazionale.
L'altra leggenda recitava che i piedi di Linares junior
fossero un insulto al calcio. Esattamente come il suo acume
investigativo era agli antipodi con il suo ruolo nella sezione
Omicidi e Reati contro la Persona.
Uno cos avrebbe dovuto restare al reparto mobile, a
brandire un manganello sulla schiena degli ultras o dei black-block,
come forza d'urto nelle manifestazioni di piazza.
Ardig lo aveva accettato senza protestare, tanto non
sarebbe servito a nulla, adattandolo ad autista. Almeno la
macchina riusciva a guidarla senza compiere disastri...
E aveva anche un'altra dote rara: il silenzio.
Poteva bastare. Si accontentava.
Il giovane Linares, che ormai a trent'anni suonati tanto
giovane non era, stava leggendo la Gazzetta dello Sport
mentre lo aspettava con il motore acceso e il navigatore gi
impostato: via Spadolini.
Il nuovo quartiere residenziale Giovanni Spadolini  un
agglomerato moderno sorto intorno all'omonima via intitolata
allo statista toscano, negli anni Ottanta segretario del
Partito Repubblicano e primo Presidente del Consiglio non
democristiano.
Lo Spadolini  sorto dentro un vecchio quartiere storico:
il Morivione. A sud di Milano, il cuscinetto tra la Barona e il
Corvetto. Non lontano da Chiaravalle.
Stavolta non potevano scomodare la celebre frase di Celentano
riferita a via Gluck. In questo caso il l dove c'era
l'erba ora c' una citt l non valeva.
Lo Spadolini era un'araba fenice nata dalle macerie di
una vecchia zona industriale rigenerata a parco cittadino e
ad area residenziale, nell'ambito di un'elaborata e costosa
riqualificazione urbanistica.
La Milano del 2020 era quella. Via il vecchio, a suon di
demolizioni e bonifiche, per fare largo al nuovo, anticipando
il futuro che sotto la Madonnina coincideva con il presente.
In un mosaico di contraddizioni urbanistiche periferiche,
dove edifici di cristallo con classe energetica A convivevano
gomito a gomito con casermoni fatiscenti del dopo guerra
che trasudavano polvere e grigiume con caldaie a gasolio
che inquinavano il cielo pi di una raffineria.
A volte bastava svoltare un angolo per fare un viaggio nel
tempo, avanti o indietro di mezzo secolo, dagli anni Sessanta
all'oggi in stile newyorkese.
Quella era la fotografia della matrioska del vecchio
Morivione che conteneva il moderno Spadolini, nell'ennesima
contraddizione urbanistica.
Ardig era stupito ancora una volta.
La sua citt riusciva a stupirlo sempre.
Nel bene come nel male.
Linares aveva sbagliato all'ultima curva, portandolo all'imbocco
del parco.
Le nuove palazzine erano dall'altra parte.
Due passi all'aria fresca ci potevano stare.
Al posto della piscina avrebbe passeggiato per scoprire
quella novit, nuova solo per lui.
Perch il parco ex OM, o parco Ripamonti, viveva di suo
gi da qualche annetto, semplicemente Ardig non lo sapeva.
Il capo della Omicidi esplorava compiaciuto quel polmone
verde inatteso.
Il giardino cittadino sorto dalla fatiscente area industriale
dell'ex gigante metalmeccanico delle Officine Meccaniche,
la OM, poi diventata FIAT e IVECO prima del malinconico
tramonto industriale che aveva contagiato tra gli anni Ottanta
e Novanta tutte le aree siderurgiche di Milano.
La Milano da bere, la citt della Borsa, degli affari, della
moda, dell'innovazione e delle start up, aveva sfrattato da
tre decenni le tute blu con tutto il loro cosmo desueto, i bar
dove si giocava a carte prima dei turni, le osterie dove si
pranzava con due lire, le prostitute che di notte attendevano
il cambio turno per adescare gli operai.
Ricordi sfocati di un passato ormai leggendario, sepolto
sotto strati di cemento e lusso, convertendo in oro rosso, quello del mattone, la ruggine che aveva aggredito quei luoghi.
L'ex area Alfa Romeo al Portello, divenuta il north side
della nuova City Life, era il simbolo pi evidente di questo
restyling metropolitano senza consumo del suolo.
In ricordo del suo trascorso industriale quel pezzo di parco,
intitolato il Parco delle Memorie Industriali, conservava
un carroponte con torre e argano.
Una sorta di mostro metallico preistorico.
Un drago innocuo, un rudere immobile, mantenuto in
vita solo a scopo decorativo.
Emerse dal parco per avviarsi verso le moderne palazzine
spadoliniane per iniziare una sorta di caccia al tesoro.
Sempre su Facebook la Larsen, il 24 novembre, aveva
postato una foto dell'edificio. Era una di quelle palazzine
tutte uguali, per non si scorgeva il numero civico.
Santoni e l'agente Foglia, che li avevano preceduti, avevano
gi iniziato il canonico giro dei bar e dei negozietti di
vicinato. Un paio di caff, qualche distintivo mostrato come
nei film polizieschi.
Intorno a mezzogiorno erano davanti alla palazzina dove
la Larsen soggiornava secondo i commercianti.
Un anziano imbacuccato in una giacca da vento da militare,
con il cappello da alpino in testa, gli venne incontro
con passo marziale. Il nonnetto era realmente calato nella
parte dell'eterno reduce: scarponi da montagna con calzettoni,
pantaloni verdi, un collare di lana di quelli che utilizzavano
nelle caserme alpine.
Vedendo i tesserini al collo degli agenti Foglia e Santoni
si irrigid nel saluto militare: Caporale Giovanni Chiodini,
a disposizione.
Ardig e Santoni evitarono inutili sorrisi. Era un anziano
vicino agli ottanta ma era giusto concedergli quella pantomima
innocua, quel sentirsi ancora parte di qualcosa...
Comodo Chiodini, noi siamo informali. Caporale in
congedo, deduco si limit a replicargli Ardig.
Un Alpino non ci congeda mai. Si  Alpini per sempre.
Non poteva saperlo il vecchietto arzillo, ma in una caserma
sperduta nelle alture bellunesi c'era un capitano che
di cognome faceva proprio Ardig, suo fratello Marco, il
maggiore, di tredici anni pi vecchio.
Non avevano quasi rapporti per via della differenza di
et, non erano cresciuti insieme: quando aveva sei anni il
fratellone era partito per la naja e non era pi tornato, scegliendo
la carriera in divisa.
Un altro carattere solitario, che in montagna aveva trovato
la sua dimensione, lontano da tutto e da tutti.
Scacci quel pensiero fastidioso per dedicarsi al Chiodini
che teneva il portone aperto con un secchio pieno di acqua
lurida a bloccare gli infissi.
Si occupa lei delle pulizie? domand Santoni.
No, no, io sono in pensione. Ho fatto il metalmeccanico
qui alla OM, ho tirato la lima per trentotto anni. E con la
mano indic il parco da cui erano appena transitati.
Mi occupo del condominio aggiunse.
Come amministratore? chiese ancora pi scettico Santoni.
Macch, faccio i mestieri che occorrono, la manutenzione,
se non la faccio io... C' un puzzo insopportabile gi
nelle cantine, da giorni ormai, cos stavo pulendo i pavimenti,
ma se  un gatto che si  infilato dentro una cantina per
andare a morire l siamo freschi. Allora bisogna chiamare la
disinfestazione.
Ardig drizz improvvisamente le antenne.
Ci accompagni in cantina.
Una doppia rampa di scale con un pianerottolo di svolta.
Aprirono una porta metallica antincendio e il fetore diffuso
li aggred.
Il freddo invernale e il corridoio piuttosto ampio disperdevano
il tanfo. Eppure, quell'odore era inconfondibile per
i loro nasi assuefatti alle scene criminis.
Persino Linares si era allarmato...
Alcune mosche blu ronzavano davanti a una porta, infilandosi
nella feritoia superiore indicando la provenienza di
quell'olezzo nauseabondo.
Erano le mosche della morte, nate dalle larve che si formavano
sui cadaveri.
In inverno erano pi rare, ma l sotto, in quel vano cantine,
la temperatura consentiva ai vermi di attecchire e alle
larve di crescere, fino a schiudersi e a diventare mosche.
L'avevano trovata, lei era l, dietro quella porta da cui
scaturiva quel fetore ripugnante.
A chi appartiene questa cantina?
Chiodini rispose senza esitazione.
 una di quelle degli appartamenti non venduti, quelli
del costruttore.
Un appartamento sfitto lo corresse Santoni.
Il vecchietto scosse l'indice destro.
Sfitto no, dato che non li vende a quei prezzi che chiede,
allora li hanno arredati e ne hanno ricavato dei residence.
Conosce Christine Larsen, una signora danese?
Come no, stava su al quarto piano.
Stava?
 un po' che non si vede, penso sia andata via da un
mesetto ormai. Sar tornata a casa per il Natale, no?
 questa la sua cantina?
Chiodini si strinse nelle spalle, poi annu, perplesso.
Ardig si decise, rivolgendosi all'agente Foglia: Vai a
prendere il tronchese che la apriamo.
Morena era stravolta dopo un'altra notte di incubi.
Ancora quella donna bionda. La schiena trafitta, i capelli
tagliati. Addosso solo l'intimo.
Era al freddo e al buio.
Nel delirio onirico aveva intravisto anche il mostro meccanico
e la tomba di pietra scoperchiata dietro a una chiesa.
Erano frammenti confusi che non poteva decifrare.
Una tisana alle erbe la stava calmando.
Il lucchetto era saltato senza opporre resistenza.
Ardig spalanc la porta consapevole dell'orrore che lo
attendeva, con lo spettacolo macabro di un corpo in decomposizione.
Il cadavere della Larsen giaceva esanime a terra, voltato
di schiena. Addosso solo il reggiseno e gli slip.
La scena era da voltastomaco.
Nugoli di vermi bianchi si contorcevano isterici negli
squarci scapolari e in altre cavit dell'epidermide. Le mosche
blu danzavano intorno al corpo.
Il viso bluastro era quello di uno zombie dei film horror.
Un conato di vomito lo sorprese.
Non era la prima volta che vedeva una ridotta cos e non
sarebbe stata l'ultima.
Un rumore sordo e uno scatto dell'agente Foglia lo costrinsero
a girarsi.
Il vecchio alpino non aveva retto e si era accasciato sul
pavimento.
Non era bastato un bicchiere di Fernet e nemmeno una
manciata di sigarette.
Ardig sentiva la bocca impastata di una saliva acida, la
reazione chimica delle sue viscere a quello scempio fatto
dalla natura, dal decorso del tempo, seppur rallentato dal
freddo della cantina non riscaldata.
I sanitari del 118 avevano riaccompagnato il vecchio
Chiodini nel suo appartamento per monitorargli la pressione
dopo il mancamento. Si stava riprendendo dallo spavento
confermando la sua tempra forte da Alpino.
Gli agenti della Polizia Mortuaria attendevano nel vano
cantine, lasciando spazio a quelli della sezione Scientifica.
Ardig aveva gi osservato quanto necessario, per cui si
teneva a distanza di sicurezza per il suo olfatto.
Il corpo sembrava pulito.
L'assassino non aveva infierito altrove, pur accanendosi
con una furia devastante nell'area scapolare. Soltanto l
per.
Il cadavere non presentava altre ferite.
Non c'erano sfregi, oltre ai capelli tagliati.
Semplicemente l'aveva ammazzata, tosata come fosse una
pecora e appoggiata sul pavimento della cantina abbandonandola
al suo inevitabile destino, alla decomposizione che
sarebbe sopraggiunta, ai vermi, alle larve, alle mosche, al fetore.
Rifletteva amaramente sul fatto che il corpo di Christine
Larsen veniva aggredito dagli insetti, al buio, al freddo, proprio
nei giorni delle feste natalizie. Mentre tutti stavano in
casa, a fare baldoria con panettone e spumante, con l'albero
e le luminarie a infondere allegria, un cadavere di una donna
sola andava in decomposizione...
Non era colpa di nessuno.
Non di quei condomini inconsapevoli.
L'unico colpevole era quell'assassino diverso dai tanti che
aveva incontrato in vent'anni.
Tuttavia, qualcosa non gli quadrava.
Era uscito per andare a farsi due passi, nuovamente nel
parco dell'ex OM.
Alberi malinconicamente secchi, rami spogli. Il gennaio
milanese era deprimente come novembre.
Non riusciva a mettere a fuoco alcuni dettagli.
L'omicida stava giocando con loro.
Li stava facendo ballare come marionette sul palcoscenico,
tirava i fili da dietro le quinte.
Avrebbe potuto gettare il corpo in quel parco, dietro a
qualche cespuglio, oppure nella roggia della Vettabbia che
tagliava in due quel polmone verde.
Poteva guadagnare tempo, settimane, forse anche mesi.
Invece aveva scelto di farglielo trovare, indicandogli la
strada da seguire con i vestiti interrati nel sepolcro dell'ex
banchiere di Dio, in un percorso simbolico tutto da interpretare:
i vestiti della Larsen inumati nella fossa dove avevano
riposato sette secoli prima le spoglie dell'eretica Boema,
considerata la discendente di Cristo, una sorta di Santo
Graal in carne e ossa, e poi un finanziere massone legato
al crocevia di misteri oscuri degli anni pi neri della Prima
Repubblica.
Una boccata dopo l'altra della sua Camel blu.
Il fumo aspirato schiariva la nebbia cerebrale.
Lui voleva che la trovassero. Gli stava indicando un cammino
da seguire: dal cimitero di Chiaravalle, dalla tomba del
cavaliere grigio, fino a quella cantina.
Un brivido lo colse. Insieme alla consapevolezza che questo
tipo di killer generalmente non si fermava alla casella
della prima vittima.
L'ispettore Pinton stava ricostruendo la vita di Christine
Larsen attraverso i social e le prime testimonianze.
Era arrivata a Milano nella seconda met di novembre
per lavorare come insegnante in una scuola privata di lingue.
La ricerca partiva dal quartiere Spadolini per poi propagarsi
in tutti gli altri luoghi dove la danese poteva aver
lasciato una traccia.
L'ispettore Santoni stava invece dirigendo la perquisizione
dell'appartamento, un trilocale elegante e anonimo,
un tipico residence di alto livello, con mobili Ikea laccati
di bianco per regalare luminosit a un ambiente freddo e
impersonale. Un'ottantina di metri quadrati distribuiti tra
soggiorno con angolo cottura, bagno, camera da letto e cameretta
pi piccola per eventuali ospiti.
Ardig intanto era rientrato in commissariato per incassare
una prima novit interessante.
Christine era la quarta di cinque figli. Due fratelli e una
sorella, tutti pi vecchi, la piangevano in Danimarca.
La quinta, l'ultima nata in casa Larsen, Cornelia, invece
risultava scomparsa dal 1987.
Scomparsa nel senso di irreperibile e le sue tracce si erano
perdute proprio a Milano, tra l'estate e l'autunno di trentatr
anni prima.
Attraverso gli uffici dell'EGF stavano arrivando via mail
le scannerizzazioni delle denunce di scomparsa presentate
dai genitori a Copenaghen e le varie informative delle forze
di Polizia dell'epoca.
Il 1987 era il cretaceo, il paleozoico! Non esisteva nemmeno
il progetto di un'Europa comunitaria... c'erano i confini,
quelli veri, dentro i quali ogni Stato era sigillato con le
sue leggi e i suoi organi di Polizia a farle rispettare. L'inglese
non era una lingua comune, non c'erano memorie telematiche
o una rete da condividere.
I fonogrammi cartacei erano arrivati in danese, le risposte
erano in italiano. C'era anche una segnalazione in tedesco.
Nel gennaio del 1987 Cornelia Larsen era stata denunciata
a Berlino Ovest per oltraggio a pubblico ufficiale.
Avevano allegato anche le foto del passaporto e i timbri
delle autorit di frontiera.
Una ragazzina di vent'anni, bionda, con dei ciuffi tinti
rossi.
Nell'ultimo anno e mezzo, prima di sparire nel nulla, era
stata in Inghilterra e in Germania Ovest, prima di arrivare in
Italia nel febbraio del 1987.
Era stata registrata alle frontiere terrestri.
Da Berlino era giunta in macchina, passando dalla Svizzera
e dalla frontiera di Como Brogeda. Poi nessuna dogana
l'aveva pi intercettata.
Il suo passaporto era svanito con lei, impossibile verificarlo.
Le sue tracce si perdevano a Milano.
Forse quella era una prima risposta sul perch la Larsen
avesse scelto di trascorrere un periodo sotto la Madonnina.
Nello stesso momento, dopo aver trovato in un cassetto
una cartelletta con fogli stampati, anche Santoni stava
formulandosi la stessa domanda.
Erano articoli di giornali stranieri.
La piadina arrotolata al baretto di via Cardinal Federico
era una regola che non conosceva eccezioni nemmeno dopo
il ritrovamento di un cadavere ridotto in stato pietoso.
La regola dello spettacolo che deve continuare nel mestiere
di cacciatori di assassini era inderogabile.
Nessun coinvolgimento emotivo.
Si costringevano all'impassibilit e al distacco. Mai metterla
sul personale.
Erano come i medici, i chirurghi che non si rapportano
con la persona, ma solo con il paziente in quanto malato. Valeva
anche per loro: la vittima era spogliata della sua anima,
dei sentimenti che aveva provato, degli affetti che lasciava.
C'era un cadavere e un omicida. Punto.
Solo cos potevano andare avanti.
Santoni riferiva con la bocca piena, sputacchiando piccoli
detriti della masticazione.
Ardig e gli ispettori ascoltavano scioccati.
La Danimarca nei mesi precedenti era stata sconvolta
da un omicidio fotocopia, avvenuto a fine settembre. Una
donna britannica, trucidata in maniera identica alla Larsen.
Una grandinata di coltellate nella schiena, i capelli tagliati, le
forbici come arma del delitto.
Nella piccola rassegna stampa conservata dalla donna danese
c'era un'intervista di un quotidiano locale a un'esperta
di serial killer.
Un'italiana, una psichiatra: Barbara Lunardon.
A met pomeriggio Ardig aveva sollevato gli occhi stanchi
dalla scrivania.
Era quasi incredulo dopo quella difficile lettura.
Si era dovuto affidare all'aiuto di Pinton per gli articoli in
inglese e a Google translate per quelli in danese.
Era calato il buio su Milano in quelle ore scandite dal
silenzio. E ancora dallo stupore per la storia, tutta da verificare,
che stava scoprendo.
Quegli articoli raccontavano che nel Nord Europa, da
una decina di anni, si aggirava lo spettro di un misterioso
assassino seriale.
Spettro era il termine pi appropriato, perch sull'esistenza
reale di quel mostro c'erano fondati dubbi.
Ogni omicidio aveva delle sue peculiarit, in diversi
casi c'erano dei sospettati, gente in carne e ossa che aveva
rapporti con la vittima. Non c'erano certezze investigative
e giudiziarie su questo ipotetico travelling killer che aveva
colpito in diverse capitali europee.
La dottrina della scienza criminale annoverava innumerevoli
casi di serial killer itineranti, assassini che colpivano
con modalit seriali pressoch identiche in Stati diversi.
La globalizzazione occidentale stava favorendo anche
questa tipologia criminale.
Menti bipolari che riuscivano a mimetizzarsi in ambienti
diversi fino a ricostruire le condizioni materiali e psichiche
che scatenavano la loro furia omicida.
Tendenzialmente questi soggetti erano di madre lingua
britannica e pertanto avevano maggiore facilit di spostamento
nel nord Europa.
Ardig pochi mesi prima aveva letto, e apprezzato, un
bellissimo noir mozzafiato ambientato a Venezia, Il Turista,
scaturito dalla sagace penna di Massimo Carlotto, un attento
osservatore della realt criminale e delle sue evoluzioni
pi subdole.
Un noirista che nei suoi libri innestava sempre una spina
dorsale di cronaca vera, e nera, anticipando con la sua scrittura
la scoperta di nuovi fenomeni criminali sotto gli occhi
di tutti, notati da pochi e ignorati dai pi.
Era stato lui ad aver scoperchiato il pentolone della malavita
del Nord Est e della nuova mafia romana.
E nel suo Il Turista raccontava proprio di un travelling
killer, uno spietato assassino seriale che sceglieva Venezia per
scrivere le nuove pagine del suo libro di orrori sanguinari.
Era stato triste profeta.
Dal Turista al travelling killer.
Dall'immaginaria Venezia alla realt di Milano, al quartiere
Spadolini, a Christine Larsen che sarebbe stata l'ultima
vittima di una lunga lista, stando al contenuto di quella nutrita
rassegna stampa internazionale.
La maggior parte erano articoli del New Herald Tribune,
riportavano nero su bianco della scia di sangue che aveva
macchiato il nord Europa nell'ultimo decennio.
L'assassino delle forbici, lo definiva cos un giornalista,
ricapitolando i delitti che gli venivano attribuiti, poteva aver
colpito ad Amsterdam nel 2009 e nel 2010, a Berlino tra il
2011 e il 2012, a Belfast due volte nel 2014, quindi a Londra
tra il 2015 e il 2016, a Oslo due volte nel 2018 e infine a Copenaghen
nel settembre del 2019.
Il capo della Omicidi rilev subito le prime anomalie.
All'appello mancavano due anni: il 2013 e il 2017.
Non solo, a Copenaghen aveva colpito una sola volta.
L'ultimo articolo era di un quotidiano danese e conteneva
un'intervista alla dottoressa Barbara Lunardon.
Sosteneva che il mostro avrebbe colpito di nuovo nella
capitale danese, ripetendo il suo solito macabro copione che
prevedeva un duplice delitto e aggiungeva che poteva aver
colpito in un passato molto remoto anche a Milano.
Addirittura, venticinque anni prima.
Non c'erano riferimenti precisi.
Compose il numero del centralino facendosi passare l'ufficio
batteria del Viminale, una struttura operativa in grado
di reperire chiunque.
Mezz'ora dopo era al telefono con la Lunardon. Si trovava
ancora a Copenaghen.
La qualit della linea era pessima.
Gli annunci che l'indomani sarebbe rientrata a Milano:
la aspettava il giorno successivo nel suo ufficio.
In attesa di confrontarsi con la Lunardon stavano ricostruendo
le ultime settimane milanesi della Larsen.
Non era un lavoro difficile, perch la danese utilizzava
Facebook e Instagram come una sorta di diario quotidiano,
aperto a tutti, pubblico.
Profilo open, senza limiti o blocchi.
Christine Larsen si presentava come una donna senza filtri,
che spalancava la porta della sua vita a chiunque volesse
entrarci, senza nemmeno dover chiedere il permesso. Anzi,
la esponeva in vetrina, in una sorta di naturismo narcisista.
Lo stupiva una simile mancanza di barriere con il mondo
esterno.
La donna pubblicava foto e commenti di ogni suo spostamento,
vivendo da prima attrice sotto il piccolo riflettore
di un Grande Fratello in cui era l'unica protagonista e concorrente.
Anche se in quel di Milano la Larsen era una donna sola.
Invisibile.
Nessun testimone la ricordava. Forse perch non era attraente
o particolare.
L'appartamento era stato preso in affitto gi ammobiliato,
con un regolare contratto semestrale tramite un'agenzia
immobiliare di un noto marchio franchising.
Sei mesi, significava che intendeva restare a Milano per
un lungo periodo.
E infatti attraverso un'agenzia interinale internazionale si
era trovata un lavoro da insegnante di danese in una scuola
per madre lingua britannica in Foro Bonaparte.
L'indomani avrebbero sentito i colleghi e pure i responsabili
del Get fitness, il centro sportivo che frequentava in
via Carducci.
Anche in questo caso c'erano post e foto a testimoniare
che era una patita di sport.
L'attivit professionale e quella sportiva erano separate
solo da piazzale Cadorna.
Usciva dal lavoro ed entrava in palestra.
Ardig faticava a inquadrare questa donna.
La sua vita era stipata in un paio di trolley. Il passaporto
raccontava la sua esistenza di spostamenti e traslochi, una
trottola che solo la lama di un assassino aveva smesso di far
girare per il mondo.
Si profilava un'indagine tutta in salita.
Il tempo trascorso gli stava giocando contro, regalando
all'omicida il peggiore dei vantaggi.
Perch il tempo cancella la memoria.
L'assassino aveva calcolato anche questo.
Si domandava se quella sorella scomparsa trentatr anni
prima c'entrasse con la tomba profanata di un banchiere
cattolico massone, pure lui deceduto trent'anni prima.
E la risposta banalmente era una: doveva esserci un collegamento
tra i due.
Per questo aveva deciso di contattare l'unica persona che
poteva dargli una risposta.
Di Cornelia Larsen sapevano poco.
I fratelli a fine anni Novanta avevano aperto una pagina
web per ricordarla. Una sorta di Chi l'ha visto? online.
La pagina non veniva aggiornata da almeno quindici anni.
C'erano alcune foto della ragazzina, una pischella sui diciassette
anni. Una alternativa, con i capelli colorati, i piercing
quando non andavano ancora di moda, gli anfibi. Gli
sfondi erano quelli delle grandi metropoli.
Seguiva la sua storia, in inglese e in danese.
Nelle due colonne si raccontava che non si avevano sue
notizie dalla primavera del 1987, che poteva essere a Milano
o a Berlino Ovest dove si erano registrati gli ultimi avvistamenti.
Nient'altro.
Ardig aveva stampato quelle poche informazioni, inserendole
in una cartellina trasparente che si sarebbe portato
dietro.
Eccezionalmente si era infilato una cravatta blu notte sulla
camicia blu e il completo scuro.
Dalle caviglie in su sembrava un manager di quelli che
fanno girare milioni di euro con un clic sul mouse.
Sotto, le immancabili Clarks nere lo tradivano, manifestando
la sua imperfezione stilistica, notata immediatamente
anche dal portiere dello stabile affacciato sulla piazzetta San
Josemaria Escriv de Balaguer, la piccola rotonda intitolata
al fondatore dell'Opus Dei, deceduto nel 1975 e canonizzato
da papa Giovanni Paolo II nel 2002.
A intitolare quello spiazzo al religioso, passato da Milano
nel 1948 per una visita voluta dall'allora arcivescovo
cardinale Ildefonso Schuster, il pastore di anime che aveva
traghettato Milano negli anni burrascosi della guerra civile e
della Liberazione, erano state le giunte socialiste craxiane, a
fine anni Ottanta, su spinta degli ambienti cattolici.
Non lo stupiva che la Banca privata d'affari Neumann
avesse scelto proprio un elegante stabile in quella piazzetta,
nascosta nel centro storico semipedonale, nelle stradine
della vecchia civis romana, per la sua riservata quanto prestigiosa
sede.
Una banca senza sportelli, senza casse, senza apertura al
pubblico, dove si entrava solo per appuntamento.
Ardig si era fatto annunciare da una telefonata due ore
prima.
L'amministratore delegato, Ursula Neumann, aveva ricavato
uno spazio libero nella sua fitta agenda per riceverlo,
senza entusiasmo, in una sala riunioni al secondo piano,
scortata dal responsabile della sicurezza.
Il solito personaggio stereotipato, quelli che Ardig voleva
stendere a priori: completo scuro da agente delle pompe
funebri, muscoli massicci, il giusto ma non troppo, capelli
corti, guance glabre, l'espressione impassibile, labbra carnose.
Si domandava se quel tipo di bellezza alla Belmondo vecchia
maniera fosse il principale requisito per svolgere quel
mestiere.
La Neumann invece era decisamente fuori dall'ordinario.
Una cinquantenne magra, atletica, tacco alto su tailleur
bianco, capelli corti, scuri, con ciocche bianche a far da
contrasto nell'area frontale. Gli occhi di un grigio acquoso
sembravano due fessure di un microscopio. Una donna che
intrigava, pur nel suo fascino austero.
Sapeva che era la quartogenita del cavalier Solonio, l'unica
nata nelle seconde nozze e che aveva mantenuto il cognome
materno, forse per questioni patrimoniali.
 ancora qui per la profanazione della tomba di mio
padre? Avete novit sul responsabile? lo accolse brusca,
quasi seccata.
Le spoglie del padre, una volta confermato il riscontro
del DNA, erano state tumulate pochi giorni prima della fine
dell'anno.
Per loro la questione era conclusa.
Lo invit a sedersi senza offrirgli nulla.
Il bodyguard stava dietro di lei a braccia conserte, forse
per metterlo in soggezione.
Ardig era poco avvezzo alle stanze del potere, per cui
se ne fregava, ma fino a un certo punto... Consapevole che
con un paio di telefonate quella donna avrebbe potuto farlo
trasferire alla questura di Caltanissetta, si obblig a tirare di
fioretto e non di sciabola.
No, nessuna novit sull'autore. C' dell'altro per. Purtroppo,
la profanazione del sepolcro di suo padre  risultata
collegata a un efferato omicidio.
La banchiera si irrigid impercettibilmente.
In che modo collegato?
Gli abiti inumati nella fossa che ospitava le spoglie del
cavaliere, del banchiere... li ricorda?
Lei annu.
Ecco, quegli abiti ci hanno portato fino alla scoperta di
un cadavere, un corpo femminile nascosto in una cantina di
un condominio nel quartiere Spadolini. Non posso rivelarle
altri dettagli, come comprender sono vincolato dal segreto
istruttorio.
Dirigo una banca d'affari, conosco perfettamente il significato
dei segreti professionali rimarc la Neumann
squadrandolo con un'occhiata in tralice.
Non ho compreso come potrei esserle d'aiuto.
Le mostr le foto attinte dalla pagina di Facebook di
Christine Larsen.
Ha mai conosciuto questa donna? E una cittadina danese,
che si trovava a Milano dai primi giorni di novembre.
La Neumann esamin le foto con attenzione, senza la
superficialit di chi vuol frettolosamente distanziarsi dalla
vittima.
Non saprei, non sono particolarmente fisionomista.
Incontro molte persone per lavoro. Chiss magari ci siamo
incrociate a qualche convegno. In Danimarca conosco il ministro
dell'Economia e il governatore della Banca Centrale,
svolgeva un'attivit legata alla finanza o al sistema creditizio?
Ardig scosse la testa.
No, era un'insegnante e un'interprete. Dubito che questa
donna frequentasse i palazzi dell'alta finanza, a Copenaghen
come a Milano. Piuttosto, ritiene che potesse aver
conosciuto suo padre?
La Neumann allarg le braccia.
Mio padre  mancato trent'anni fa ed era una persona
riservata e schiva. Era difficile entrare in contatto con lui e
negli ultimi anni era praticamente confinato alla Tramontana,
la villa dove risiedeva nel Canton Ticino. Le visite che
accettava erano rarissime.
La Neumann parlava piano, lasciando scivolare dolcemente
le parole che si appoggiavano una sull'altra erigendo
un muro invalicabile tra la figura riservata e sempre pi lontana
del padre e quell'omicidio inspiegabile.
Ardig stava per porle un'ultima domanda, ma la banchiera
riusc a precederlo.
Vede, mio padre era assai chiacchierato da vivo, ma lo
 diventato ancora di pi una volta scomparso. Il massone,
l'uomo dei misteri, il banchiere del Vaticano... hanno scritto
articoli, persino libri, su archivi in paradisi fiscali con documentazioni
e conti segreti, dossier per ricattare capi di Stato,
fiumi di miliardi fatti scomparire nel nulla. Forse un po' 
stata colpa sua.
In che modo?
Purtroppo, mio padre aveva nel silenzio il suo tratto distintivo,
un'arma a doppio taglio il silenzio, perch vede... il
silenzio parla, fa parlare, alimenta la curiosit e la curiosit
attrae morbosamente.
Era vero. Alcune figure analoghe, come Enrico Cuccia,
non parlavano mai, eppure tutti parlavano e sparlavano di
lui.
Probabilmente  per quello che hanno scelto il suo sepolcro
per questa macabra messa in scena. Molti siti, se ne accorger
navigando in rete, hanno romanzato la decisione di mio
padre di farsi inumare in quel campo santo, colorandola o
rivestendola di risvolti esoterici o massoni. Lo hanno persino
descritto come un satanista, un adepto di una setta...
Mi perdoni la domanda, ma perch questa scelta cos
bizzarra?
Perch mio padre era stato battezzato a Chiaravalle e l,
nel cimitero adiacente, riposavano i suoi genitori. Le basta
come risposta?
S, gli bastava. Comprese che la pazienza della figlia del
cavaliere in grigio si era esaurita, come la sua corda. Non
poteva tirarla oltre.
Ringrazi e si conged.
La banchiera lo accompagn in corridoio. Di fronte una
porta socchiusa che si apriva su un salotto con piante da
mille euro a vaso e uno splendido pianoforte a coda tirato
a lucido. Il nero della superfice laccata brillava illuminato
dalla luce che entrava dalla finestra.
Il responsabile della security accost la porta e gli indic
la strada per togliersi dai piedi.
Morena stava pregando inginocchiata davanti al dipinto
del martirio di Sant'Orsola.
Ci andava spesso, la sognava spesso, fin da quando era
bambina in quei sogni che degeneravano in deliri onirici e la
turbavano anche al risveglio.
Quella notte era stata peggiore delle altre.
Stavolta non c'era la biondina.
Aveva visto un corpo sfregiato da una lama e una mano
che brandiva dei serpenti.
Da due giorni non vedeva tornare a casa Luvanor, aveva
il telefono disattivato.
Padre Dragomir, vedendola con le ginocchia appoggiate
sulla pietra nuda, la raggiunse, invitandola ad accomodarsi
con lui sulla loro panca, proprio quella accanto al dipinto
che la ossessionava, per la solita chiacchierata.
Lei apr il rubinetto emotivo, lui l'ascolt senza prestarle
eccessivo ascolto.
La conosceva, conosceva la sua storia passata e i demoni
che la possedevano.

Milano, gennaio 2020.
Quella mattina in Chinatown c'era pi animazione del solito.
I cinesi lavorano sempre, a qualunque ora.
Alle sette l'isola pedonale di via Paolo Sarpi brulicava di
mille vite indaffarate, mentre il resto della citt se la stava
ancora dormendo sotto il piumone.
Min Ly iniziava prestissimo.
Ardig era il secondo cliente che passava sotto le sue mani
abili.
Pure lei instancabile e pi taciturna del solito.
Dopo venti minuti, il capo della Omicidi la interpell.
Tutto bene?
Lei brontol qualcosa.
In Cina c' un virus che preoccupa le autorit, ma nessuno
sa di cosa si tratti. Eppure, si parla gi di migliaia di
contagiati nella provincia di Hubey.
Il commissario sorrise per il suo cronico scetticismo, senza
farsi notare, avendo la testa infilata nell'apposito ovale del
lettino traforato.
Le case farmaceutiche devono vendere, cos si inventano
ogni anno influenze o altro, sono loro a creare i virus in
laboratorio e a metterli in circolo replic con la voce che
echeggiava sul pavimento.
Lei non sembrava convinta.
Dicono che stavolta sia peggio della SARS, che ci sar
una pandemia.
Addirittura l'Apocalisse...
Stavolta lei non rispose.
Terminarono la seduta in un silenzio antipatico.
Nonostante la manipolazione il dolore restava pungente.
Come un mal di denti, solo che un dente fa male quando
mastichi, la schiena fa male dopo ogni movimento.
Anche guidare fino all'istituto di Medicina Legale si stava
rivelando una tortura.
Mezz'ora dopo era davanti al corpo di Christine Larsen.
Era nuda a pancia all'ins. La pelle maculata dopo la
doccia postuma, con alternanza di macchie ipostatiche nerastre
su un omogeneo sottofondo violaceo.
Insetti e larve erano stati asportati dalle ferite e repertati
per le solite inutili analisi, per rilevare eventuali ulteriori
tracce di DNA oltre a quello prelevato dagli abiti.
Cazzate. I DNA, femminile e maschile, estratti dagli abiti
non appartenevano a nessuno di quelli registrati.
Si trattava dei codici genetici di condannati per reati sessuali
e omicidi, di dati acquisiti in sede procedimentale: erano
gli unici DNA tracciati e disponibili nella banca dati degli
investigatori. Una minima percentuale della popolazione
italiana e di quella criminale, per cui non contava nell'aiuto
dei microscopi.
Sperava potesse aiutarlo lei.
Esaminava con un pudore insolito la nudit di quella
donna non giovane, di quell'et indefinita che una volta era
la mezza et.
Ma nel nuovo millennio 2.0 i cinquanta erano diventati
i nuovi trenta, per cui faticavi a catalogare una persona che
avesse valicato il mezzo secolo. Lei lo aveva valicato.
Dal viso trasparivano i lineamenti nordici, al primo impatto
sembrava pi una dell'Est. Una polacca, o una ceca.
Guardandola meglio dava l'idea di una scandinava. Oppure
una via di mezzo, una di quelle venute dalle nuove repubbliche
baltiche ex sovietiche, una lettone o una estone.
Forse perch una danese non te la immagini proprio, sono
troppo poche per avere uno stereotipo identificativo che
non sia il solito bionda, pelle chiara, occhi azzurri.
Scansion il corpo dai piedi risalendo fino alla testa, per rivolgere
le sue attenzioni al macabro spettacolo messo in scena
dal suo assassino che le aveva tagliato i capelli grossolanamente,
prima o dopo averla uccisa con una grandinata di colpi di
arma bianca.
Si rivolse ai due infermieri mortuari per voltarla e visionare
la schiena gruvierata di fendenti.
Avevano confermato: colpi di forbice. Il medico legale ne
aveva censiti diciotto concentrati nell'area scapolare.
Poco pi in basso un tatuaggio che dominava il centro
della schiena.
Glielo avevano anticipato il pomeriggio precedente via
mail, attraverso gli scatti del fotorilevatore della sezione
Scientifica.
Una sorta di rosa dei venti contornata da un serpente
uroboro, uno di quei rettili che si inghiottono la coda chiudendo
un cerchio.
All'interno, nella tradizionale sequenza ottagonale, una
simbologia nordica.
Una guida da seguire, per aiutarli a comprendere il senso
dell'esistenza di quella donna sfortunata.
Quel tatuaggio si trovava appena sotto gli squarci provocati
dalle forbiciate dell'assassino, che sembrava averlo
voluto risparmiare.
L'oracolo di Google aveva vaticinato che si trattava di
una simbologia vichinga, un Vegvisir, la rappresentazione di
una bussola marittima.
Un simbolo di forza e protezione per chi sfidava il mare e
le sue potenze ostili, per affrontare la navigazione e rientrare
in porto.
Una bussola vichinga a otto elementi, come appunto gli
odierni otto venti dell'omonima rosa utilizzata nella navigazione
mediterranea.
Simboleggiava Christine, una barca esposta ai venti di
una vita senza un porto fisso, sempre per mare, anche se via
terra o via aria, da un approdo all'altro.
Forse quel tatuaggio l'avrebbe dovuta ricondurre a casa,
in Danimarca.
Magari con notizie della sorella Cornelia da portare agli
altri fratelli.
Potete coprirla borbott Ardig, infastidito da quella
nudit prolungata, quasi morbosa.
L'anatomopatologo scosse la testa.
Caso difficile, eh?
Se fossero facili io e lei saremmo disoccupati.
Cosa mi dice?
Deceduta da sei settimane.
Ovvero intorno ai primi giorni di dicembre.
Per il resto non ho altro da aggiungerle rispetto a quanto
l'occhio del profano non abbia gi individuato. Non c'
stata alcuna violenza fisica o sessuale...
L'assassino non l'aveva picchiata o legata, quindi l'aveva
convinta a seguirlo dove, poi, l'aveva ammazzata. Doveva
essersi conquistato la sua fiducia.
...non ha assunto droghe. Sembrerebbe un delitto di impeto,
un litigio improvviso scaturito in un omicidio violento.
O un raptus di follia.
Altro?
Sotto le unghie della mano sinistra c'erano filamenti erbosi.
L'abbiamo rinvenuta in cantina, ma di fronte a casa c'
un parco pubblico, dove potrebbe essere caduta o inciampata.
I vestiti cosa dicono a riguardo?
Sventol la mano con un gesto di stizza: Sono stati sottoterra,
per due o tre giorni, tra l'altro di pioggia battente...
cosa vuole ricavarne.
Una smorfia di dolore costrinse Ardig a digrignare i
denti.
Qualcosa non va?
Mal di schiena, ne soffro da quando  cominciato l'inverno.
E va sempre peggio.
Salerno sorrise obliquo.
Ne so qualcosa, purtroppo.
Non mi consola affatto.
Si sdrai sul lettino e si spogli.
Non sono mica morto.
Non ancora, non ancora, c' tempo... lo sa che io la
aspetto per quel giorno, conservo un bisturi nuovo di zecca
per il suo tagliando. Le far un ricamino perfetto.
Battuta di pessimo gusto, ma da lui la accettava. Ardig
obbed, sdraiandosi prima di pancia, poi di schiena.
Il coroner inizi a maneggiarlo, per verificare la sensibilit
di alcuni punti, anche dei piedi, stupendolo per la meticolosit
con cui esaminava i suoi movimenti, costringendolo
a sollevare prima un piede, poi l'altro, stimolandolo con pizzicotti
per valutare le risposte nevralgiche.
Alla fine, lo invit a rivestirsi.
Le confermo che la protusione  nella zona lombo-sacrale
tra la quinta lombare e la prima sacrale.
Questo me lo ha gi detto la massaggiatrice cinese.
Dovr sottoporsi a una risonanza magnetica per valutare
la lesione ai dischi vertebrali.
 da operare?
Dipende da quanto emerger dalla risonanza, dal grado
di lesione. A occhio tenderei a ipotizzarlo. Le prescrivo
l'impegnativa per la RSN, naturalmente senza il ricettario
rosso. Come immaginer i miei pazienti non vanno nelle Ats
per gli esami.
Altra pessima battuta, ma ormai ci aveva fatto il callo.
Intanto cosa prendo per i dolori? I farmaci che sto assumendo
sono acqua fresca.
Salerno scosse la testa, poi strapp un altro foglio dal ricettario.
A un altro paziente non le prescriverei, ma per uno
come lei... Ecco qui, ci vada piano, una al giorno per una
settimana. Non oltre. Sono bombe queste. Le ho prescritto
anche un gastroprotettore da assumere simultaneamente.
Tutto chiaro?
Annu e ringrazi.
Mi raccomando con le pillole, una al giorno.
I media danesi stavano riservando uno spazio secondario
alla notizia dell'omicidio di Christine Larsen.
Barbara Lunardon con l'ausilio del banale traduttore di
Google translate riusciva a leggere anche in danese.
Non che i quotidiani locali ne sapessero molto di pi di
quelli italiani, che a loro volta riassumevano con scarni trafiletti
quel delitto ormai freddo.
Non era soddisfatta. Aveva bisogno di saperne di pi.
L'indomani avrebbe visto Bruno Ardig.
Intanto doveva improvvisare.
Via Skype si era appena collegata con l'emittente televisiva
TV2 riuscendo anche a condividere la diretta streaming
su Facebook e, in serata, dall'aeroporto avrebbe fatto un
collegamento telefonico con DR, Danmark Radio.
Intanto dalla finestra del suo hotel, affacciata sull'Amager
Boulevard, si godeva il passeggio dei giovani danesi sotto
la pioggia, zero ombrelli, pochi cappucci sui capelli.
La psichiatra forense ormai conosceva bene lo spirito serafico
di quella citt lontana dallo stereotipo delle altre metropoli,
che l'aveva conquistata giorno dopo giorno.
Tuttavia, non si era trasferita l per la sirenetta o per degustare
le aringhe affumicate, il tradizionale piatto locale.
Era andata l per lui.
Il Viaggiatore, come lo chiamavano i suoi incerti inseguitori
che arrancavano, restando indietro.
Erano l per precederlo, per aspettarlo. Attendevano che
uccidesse un'altra donna straniera.
E invece no.
Il killer itinerante aveva lasciato a met la sua missione
omicida, compiendo solo il primo dei suoi rituali due delitti
consecutivi.
Inspiegabilmente se ne era andato via anticipatamente
dalla Danimarca, spostandosi a sud del vecchio continente,
regalandole una macabra beffa.
Mentre lei stava a quattromila chilometri da casa, lui era
tornato a colpire proprio nella sua Milano. E la vittima era
proprio una cittadina danese.
Ormai era fatta, poteva solo tornare a casa.
Con un'offerta Ryan Air aveva acquistato un volo per Milano:
decollo alle 22,45, arrivo cento minuti dopo a Malpensa.
Mezz'ora di taxi e sarebbe stata a casa.
L'icona di un messaggio WhatsApp danzava sul display
dell'iPhone.
Era quella giornalista poliglotta, Kate. Le scriveva da
Londra.
Anche lei stava leggendo i quotidiani danesi e le annunciava
di volersi spostare a Milano.
Sarebbe atterrata qualche ora dopo di lei.
Un brivido la colse impreparata.
Veniva per lui o per lei?
...
.
...
3.
...
.
...
Milano, gennaio 2020.
...
.
...
La facciata di pietre nere, nessun campanile.
Quella dei Martiri Oscuri non sembra una chiesa, nel
senso canonico del termine. Affaccia su un incrocio diventato
una piazzetta, pur senza il rango dell'ufficialit, di un nome per riconoscerlo.
Per tutti  piazzetta Martiri Oscuri, dal nome dell'omonima
via che quello slargo divide a met. Una strada stretta
tra palazzoni ingrigiti dallo smog, intersecata dai binari del tram.
Martiri Oscuri  una chiesa poco conosciuta anche dagli stessi milanesi.
Un edificio di culto anonimo, senza opere artistiche importanti.
Un posto dove non entra nessun milanese e non si
 mai visto nessun turista manco per sbaglio.
Una chiesa dal passato oscuro come il nome che porta e dalle origini incerte.
Secondo le cronache cittadine era stata eretta durante
l'emergenza della peste cinquecentesca. Una peste diversa,
meno romanzata, rispetto a quella seicentesca celebrata dalla nobile penna del Manzoni.
Quella era la peste nera. Un flagello divino che si era portato
via migliaia di sventurati milanesi, falciati da febbri che
avvelenavano il cervello, divorati da piaghe nerastre orribili
che si nutrivano del sangue, lacerando i tessuti. Morivano
tra lamenti e dolori strazianti, attorniati dal terrore del popolino superstizioso.
La gente, esasperata, per contenere il contagio, era arrivata
al punto di incendiare e demolire le abitazioni degli
appestati, facendole crollare sui corpi putrescenti di quegli
sventurati.
Cumuli di macerie fumanti e ossa carbonizzate erano poi
stati trascinati fuori dalla cerchia delle mura cittadine, utilizzando
carri coperti, per scaricarle nei campi.
Uomini e sassi erano stati interrati in fopponi comuni,
senza alcun umano rispetto per quei cadaveri. Senza una
croce, senza una preghiera.
Neppure quel vilipendio era bastato.
La peste continuava a mietere vittime.
Fino a quando una pioggia torrenziale, proseguita per alcuni
giorni, aveva ripulito l'aria e la terra, debellando i batteri
e il flagello mortale.
Difficile scorgere l'invisibile confine tra la cronaca e la
leggenda, distinguere quanto ci fosse di vero in quella storia
maledetta.
Milano da secoli ignorava quella chiesetta costruita utilizzando
le pietre nere delle case abbattute e date alle fiamme,
un luogo sacro che poggiava le sue fondamenta su un cimitero
di appestati, un cimitero sconsacrato.
Era stata intitolata a Sant'Antonio Abate, il santo che con
la fede sconfigge i mali della carne, le malattie.
Dentro la navata, per, non c'era neanche una statua a
celebrare il padrone di casa.
Solo alcuni dipinti monotematici. Il martirio di Santo
Stefano, quello di San Sebastiano, di San Girolamo e di altri
ancora. E ovviamente il martirio di Ges sul Golgota.
Nient'altro.
Non erano loro i martiri oscuri.
Perch la luce dell'arte e quella della fede illuminavano il
loro sacrificio da millenni.
Erano altri i martiri oscuri.
Dalla peste nera in poi sotto quell'abside si era pregato
per un esercito di anime trapassate senza passare alla storia.
Nomi dimenticati dalle generazioni, vite inghiottite da malattie,
carestie, guerre.
Erano loro i martiri oscuri. Nei secoli dei secoli.
Fino all'oggi, ai tumultuosi giorni moderni in cui quel
luogo sacro era stato risucchiato nel grigiore delle problematiche
legate all'emarginazione, quella vera, quella degli
ultimi, dei diversi, di chi non ha nessuno.
Nel millennio 2.0 la chiesa dei Martiri Oscuri, situata in
quella piazzetta, a tagliare in due l'omonima strada a senso
unico, una diagonale nel quartiere schiacciato tra la sopraelevata
della Stazione Centrale e viale Monza, si era trasformata
in un porto franco per anime perdute, anime alla deriva
in un mare in tempesta, tra flutti di pubblica indifferenza
e cinismo individuale. Senza tetto, tossici, clandestini.
E poi loro, soprattutto loro, i transessuali.
Uomini o donne, persone come tutte le altre, in carne,
ossa e spirito non santo, alla ricerca di una parola di conforto,
di uno sguardo amico, di una pacca sulla spalla, senza il
timore di essere giudicati o peggio respinti.
L'evoluzione moderna della Maria Maddalena accolta
dalle braccia di Ges.
Nessuno li lapidava nella Milano entrata nel nuovo decennio
a cifra doppiamente tonda, il 2020, ma benpensanti
e bigotti, che predicavano male e razzolavano peggio, li mettevano
alla gogna.
Per questo nella chiesa dei Martiri Oscuri, dove la porta
era sempre aperta per tutti, a qualunque ora, in qualunque
giorno dell'anno, si radunavano soprattutto i reietti, gli ultimi
della scala sociale.
I moderni appestati erano accolti e accuditi da un atipico
pastore di anime.
Padre Dragomir Serebro non aveva nulla del sacerdote
convenzionale, non indossava l'abito talare, non portava il
colletto bianco per farsi riconoscere.
Di crocifissi ne aveva due, tatuati sul dorso delle mani.
Erano neri, bordati di rosso.
Un segno distintivo di quel religioso dal fisico massiccio,
con i capelli tagliati a zero a rendere ancora pi spigoloso
quel viso dall'imperturbabile espressione granitica. Uno che
non piaceva a nessuno per i suoi modi di fare, per quell'accento
balcanico che accompagnava i suoi toni duri.
L'uomo giusto per quel posto sbagliato.
Un prete reietto per parrocchiani reietti.
Un appestato tra gli appestati.
Quella mattina di gennaio padre Dragomir stava pulendo
il pavimento pietroso con una scopa di saggina.
Si muoveva piano, per non svegliare i tre clochard che
russavano sulle panche. Ronfavano sereni, cullati dalla protezione
che trovavano sotto quella navata, rannicchiati in
mezzo ai loro stracci unti, smaltendo gli effetti dei litri di
vino in cartoccio tracannato la notte prima sulle panchine di
piazza Morbegno.
Padre Dragomir nel solito giro serale, la ronda come la
definivano le male lingue, era andato a cercarli intorno alla
mezzanotte, per condurli in chiesa e assicurargli un tetto di
pietre nere per ripararli dal nevischio di quella notte gelida.
Adesso li guardava dormire, mentre danzava sulle punte
delle sue Adidas consumate, cercando di non far infilare la
polvere tra le fessure delle pietre.
In quel momento si accorse che qualcosa non tornava.
Nella nicchia, sulla sinistra, c'era una vistosa pashmina
rossonera appoggiata ai piedi del moderno affresco dedicato
al martirio di Sant'Orsola. Istintivamente padre Dragomir si
avvicin con la mano alla Santa immortalata nel suo dolore.
Sembrava attrarlo con una voce invisibile.
Una figura controversa Orsola.
Da troppi secoli sul suo sacrificio giravano versioni differenti
e contrastanti.
Quella canonicizzata dalla moderna Chiesa raccontava
che era una giovane donna germanica di nobile stirpe che,
per difendere la sua verginit, opponendosi a un matrimonio
imposto, aveva accettato una via crucis di torture e mutilazioni,
prima di finire al rogo.
Il dipinto raccontava proprio quello, il suo strazio e la sua
preghiera mentre il boia le lacerava le carni.
Incuriosito si era avvicinato notando solo un istante dopo
il telefonino adagiato sopra la pashmina. Sul display, gi
impostato, un video.
Toccando lo schermo si avvi riportandolo indietro di
troppi anni, in un passato che sapeva di non poter seppellire
nel cimitero della sua memoria. Un maledetto passato che
tornava improvvisamente a tormentarlo in quella mattina
senza sole.
Un lampo di guerra e violenza che illuminava il buio di
una vita che non trovava mai pace, neppure all'ombra di un
crocifisso.
Ardig soffriva stoicamente in silenzio. Il suo martirio
quotidiano erano i massaggi di Min Ly.
Una dipendenza quasi quotidiana. Ormai andava dalla
massofisioterapista un giorno s e uno no.
Quello era il giorno s per Min Ly, per tutto il resto si
annunciava come un giorno no.
La salma di Christine Larsen quella mattina sarebbe stata
rimandata a Copenaghen, cinque settimane dopo il suo
omicidio.
Usc dal centro massaggi di cattivo umore, peggiorato
dagli aggiornamenti di Min Ly sul misterioso virus cinese
che stava contagiando sempre pi gente nella megalopoli di
Wuhan.
Stronzate, pensava. Manco parlasse della peste bubbonica!
Erano nel 2020, non nell'Alto Medioevo.
Via Sarpi lo riaccolse con il suo via vai frenetico di cinesi
con carrelli carichi di merce. Un termitaio, la piccola Chinatown,
dentro al formicaio sotto la Madonnina.
Gli piaceva quel quartiere diverso dagli altri, frenetico e
stimolante.
Aveva scelto di affidarsi a un massaggiatore cinese su
consiglio dell'amico De Piccoli e non si era pentito: Min
Ly magari era una credulona timorosa della lebbra, delle
locuste o delle sette piaghe in arrivo da chiss dove, per
era preparata e aveva mani d'oro che regalavano un sollievo
istantaneo. Peccato non fosse duraturo.
Per quello serviva il bisturi.
Aveva ragione Salerno, avrebbe dovuto sottoporsi a una
risonanza magnetica.
Forse, pi avanti. Non ora.
Barbara Lunardon era nervosa.
Per recarsi al commissariato di piazza San Sepolcro aveva
scelto di allungare scendendo da via San Giovanni sul
Muro fino a via Meravigli dove si era fermata per qualche
minuto sul marciapiede, gettando occhiate furtive dentro la
hall dell'hotel, ancora vuoto dell'unico cliente che le interessava.
Un gorgoglio intestinale tipicamente adolescenziale la
sconquassava.
Non aveva dormito. In volo aveva ascoltato la musica
dall'iPod, cercando di rilassarsi, senza riuscirci.
Intorno alle due e mezza il taxi l'aveva scaricata davanti
al portone della sua abitazione in via Rovello, una piccola
strada a senso unico, centralissima.
Una cicatrice in mezzo a palazzi asburgici, che corre parallela
a via Dante, insinuandosi nel cuore della Milano pi
elegante e invidiata, per sfociare nello spiazzo intitolato a
Giorgio Strehler, davanti all'ingresso del Piccolo Teatro,
uno dei luoghi simbolo della City.
Rientrata in casa si era persa in mille piccole faccende
domestiche, tirando quasi le cinque. Aveva sonnecchiato
un'ora prima di andare a correre intorno al Castello per scaricarsi.
Adesso fremeva, domandandosi come sarebbe stato quell'approccio.
Ma prima la attendeva il capo della Omicidi.
Kathleen O'Donnell era arrivata quella mattina.
Dall'hub di Milano Malpensa, nell'alto varesotto, si era
spostata con il treno, il Malpensa Express, fino alla stazione
di Cadorna da dove stava trascinando il suo trolley fino
all'hotel Royal, non molto lontano, all'incrocio tra via Meravigli
e lo spiazzo intitolato a Enzo Tortora, vittima della
giustizia.
Un albergo all'antica, un raffinato quattro stelle, che conservava
il fascino austero e ricercato dello stile novecentesco,
con arazzi, tende, drappeggi, mobili in legno massiccio
e rubinetti di ottone e con le vecchie chiavi al posto delle
moderne tessere da inserire nelle apposite fessure.
Kathleen O'Donnell era una donna attraente nella sua
normalit.
Altezza media, un fisico arrotondato dagli anni e da una
buona forchetta, una bellezza giunonica non scalfita da trattamenti
estetici o estenuanti sedute di fitness, con un volto
fresco nonostante il mezzo secolo fosse in agguato dietro
l'angolo.
D'inverno indossava sempre stivali da gatta nera, vellutati,
oltre il ginocchio, che quella mattina abbinava a una
gonna nera e a un maglione bianco latte, morbido, a esaltare
la curva rassicurante dei seni.
Truccata il giusto, i capelli mossi, scuri nelle radici ma
attentamente ossigenati per regalare un effetto contrastante.
Era una donna vistosa, a suo modo, proprio per la sensualit
genuina che regalava quel suo corpo armonico nella
sua taglia oversize.
Parlava diverse lingue e avendo vissuto in tutti i continenti
aveva acquisito un naturale approccio aperto e spontaneo
con le persone.
E, proprio per questo suo modo di fare, riusciva facilmente
a conquistare la fiducia della gente che incontrava nei
suoi spostamenti.
Il suo ruolo di inviata del New Herald Tribune - il
quotidiano in lingua inglese che informava i cittadini americani
di quanto accadeva in Europa - le regalava un'invidiabile
autonomia lavorativa, abbinata a rimborsi da capogiro.
Girava in taxi, cenava in ristoranti da tre stelle nella guida
Michelin, alloggiava solo in hotel da quattro stelle in su.
Era un personaggio a suo modo particolare. Odiava i social
network, i selfie, le interviste dall'altra parte della barricata,
quelle in cui era lei a parlare e a esporsi.
Il suo ondeggiare sul marciapiede di via Meravigli veniva
accompagnato dalle occhiate prolungate di alcuni maschietti
in transito, intrigati da quella matura bellezza curvy.
Padre Dragomir si era accomodato in un confessionale.
Nel silenzio della sua chiesa spettrale stava riguardando
quel video recapitato dall'inferno e anticipato dai sogni di
Morena.
Le parole confuse del giorno prima, quei deliri proiettati
dalla sua mente, ora prendevano forma in quelle immagini
dove il demonio non si vedeva, ma gli parlava con una voce
che arrivava da un mondo oscuro.
La ripresa era di scarsa qualit, buia, a tratti mossa, ma il
messaggio era chiaro nella sua macabra teatralit.
Rabbrivid pensando all'essere umano trasformato in
mostro che aveva confezionato quell'orrore.
Stava vedendo il male, l'incubo.
Tuttavia, padre Dragomir riusciva a conservare la freddezza
scolpita nel suo carattere.
Pur spaventato, si manteneva lucido iniziando a mettere
insieme i primi tasselli.
Aveva smontato il telefono per mero scrupolo, prevedendo
la risposta che avrebbe trovato in quei due gusci di plastica
sganciati: non c'era nessuna sim all'interno.
Non era un appassionato di gialli. Non li leggeva e non
guardava le serie TV, ma sapeva benissimo che, per impedire
la localizzazione, bastava estrarre la sim e sganciare la batteria.
Era quello che aveva fatto l'assassino, limitandosi a registrare
il video direttamente sul display.
Il telefonino non gli diceva nulla, poteva essere di chiunque.
La pashmina invece la riconosceva: quella che indossava
Luvanor nelle fredde notti di inverno.
La riconosceva per quei colori. Non quelli del Milan, ma
del Flamengo.
La squadra di cui era una tifosa sfegatata.
Le undici. La Lunardon era in ritardo.
Ardig si fumava una Camel mentre l'attendeva.
Barbara era una conoscenza relativamente vecchia, in
tutti i sensi.
Una donna dalla doppia natura.
Una psichiatra forense inappuntabile nelle sue perizie e
analisi, vera esperta della delicata materia di cui si occupava,
affidabile e puntigliosa. E anche una prezzemolina televisiva
stranota al grande pubblico dello scatolone televisivo,
dotata di una bellezza ricercata, abbinata a presenza scenica
e capacit dialettica.
I talk show se la contendevano da anni, le sue serate trascorrevano
davanti alle telecamere in un pendolo continuo
tra Milano e Roma, cos come gli studi legali impegnati nelle
difese di illustri imputati, con parcelle importanti per le sue
consulenze.
Bruno e Barbara si erano incontrati cinque anni prima.
Nella primavera del 2015, in un aprile che alternava pioggia
autunnale e sole quasi estivo.
Milano contava i giorni mancanti al via dell'Expo, la
grande esposizione universale dell'alimentazione, per cui
il capoluogo lombardo si era preparato come uno studente
prima dell'esame di maturit.
Anni di cantieri nelle strade del centro, per rifare il
maquillage stradale e viabilistico e renderla perfetta per
quel semestre in cui la citt sarebbe stata l'ombelico del
mondo.
Era tutto pronto, quando un serial killer si era svegliato
all'improvviso dal suo lungo sonno assassino rischiando di
guastare la festa alla City.
Era toccato ad Ardig braccarlo, stanarlo fino a renderlo
inoffensivo. La dottoressa Lunardon lo aveva affiancato con
i suoi suggerimenti, aiutandolo a ricostruire le ossessioni di
quella mente malata, a decifrare i suoi incubi che avevano
risvegliato la sua follia omicida.
Avevano lavorato a contatto per tre settimane, si erano
annusati, fiutati, studiati. E piaciuti.
Ma lei era una pallina matta che rimbalzava tra aeroporti
e stazioni, convegni e studi televisivi e lui aveva la mente e il
cuore occupati da una donna sbagliata, di quelle da perdere
e non ritrovare.
Quattro anni dopo Barbara tornava a intrecciare il proprio
mestiere con il suo.
Era emersa dal corridoio preceduta da una scia di profumo:
i capelli naturali, rosso carota, vaporosi, gli occhi verdi,
la pelle lunare. La figura magra e atletica esaltata da uno
spolverino nero lucido abbinato a degli stivaletti taccati che
si infilavano in jeans aderenti.
Le rughe sul collo e sui dorsi delle mani svelavano che le
lancette dell'orologio correvano veloci anche per lei.
Salut Barbara con i canonici bacini sulla guancia regalandole
un'occhiata prolungata che lei ignor, senza scomporsi.
A completare il terzetto, la sagoma voluminosa di Farris
a interpretare il braccio violento della legge.
Padre Dragomir si era fatto un bicchiere di grappa friulana
per calmarsi.
Mentalmente stava riannodando un filo interrotto il pomeriggio
precedente quando aveva incontrato una transessuale,
una diversa dagli altri, Morena, inginocchiata proprio
davanti a quel dipinto che tanto la attirava. Era agitata, al
limite delle lacrime.
Si era sfogata svuotando l'intero contenitore delle sue
angosce, rivelandogli i contenuti dei suoi incubi, poi aveva
concluso con un'unica frase a perdifiato.
E Luvanor  sparita da tre giorni, non so dove sia. Ho
chiesto in giro e nessuno l'ha incontrata. E andata via da
un hotel e da quel momento  svanita. Il telefono  sempre
spento.
Se Luvanor fosse stata una persona normale padre Dragomir
avrebbe suggerito a Morena di andare alla Polizia per
denunciarne la scomparsa.
Per quelle come loro, per, le regole degli altri non valevano,
gli sbirri non si sarebbero mai sbattuti per cercare una
di quelle l, cos le aveva proposto di attendere un paio di
giorni e tenerlo informato.
Aveva sbagliato a non preoccuparsi.
Lo era adesso, mentre faticosamente provava a ricomporre
i tasselli del puzzle.
Luvanor era scomparsa e la sua pashmina era stata abbandonata
davanti alla nicchia di Sant'Orsola, con un telefonino
contenente un video raccapricciante, coincidente
con quanto sognato da Morena.
Rabbrivid, intuendo le conseguenze.
Veloci convenevoli e parola a Barbara.
Accompagnata da una cartelletta con articoli e documenti
in inglese.
Ardig non era un poliziotto stereotipato di quelli dei
film, formato nelle accademie dell'FBI in Virginia, e non
era neppure un figlio dell'Erasmus, che sarebbe arrivato
solo a fine anni Novanta, regalando alle generazioni successive
alla sua un'internazionalit sconosciuta a quelle
precedenti.
Masticava l'inglese, lo parlottava e lo comprendeva sommariamente,
tuttavia non se la sentiva di confrontarsi con
una psichiatra forense, su un caso di omicidio, lottando con
il dizionario mentale per tradurre ogni vocabolo messo nero
su bianco da cronisti anglosassoni.
Per cui lasci volentieri la parola alla Lunardon.
Morena e Luvanor da quarant'anni condividevano preoccupazioni
e pregiudizi trincerate in due appartamenti dirimpettai
al secondo piano di un condominio degli anni del
boom economico. A legarle un cordone ombelicale emotivo,
esistenziale, che si snodava nell'arco di quattro decenni.
Morena aveva quarantatr anni e non aveva nessuno al
mondo da quando era una bambina.
Luvanor aveva da poco passato i sessantuno.
Era un cugino di sua madre, Marisol, e l'aveva adottata
dopo che questa era scomparsa, nel nulla, in una domenica
estiva del 1980.
Di lei non si era mai saputo nulla, il suo corpo letteralmente
svanito.
Fino a quel giorno avevano convissuto tutte e tre insieme
in un tugurio in una stradina sconosciuta dietro la Stazione
Centrale.
Luvanor era un ragazzino ventenne, eppure si era improvvisato
padre, madre, fratello, amico, tutto.
L'aveva cresciuta come la sorellina che non aveva.
Negli anni la vita le aveva allontanate per dei periodi anche
lunghi, ma il loro legame non si era mai allentato. Erano
accomunate dalla loro diversit, dai pregiudizi che le accompagnavano,
dal bisogno di chiudere fuori dalla porta un
mondo che non le accettava per quello che erano.
Luvanor aveva sempre campato offrendo il suo corpo al
piacere degli uomini.
Morena era stata una prostituta diversa, tanto tempo prima,
ma da anni si guadagnava da vivere in un altro modo.
Luvanor no, non aveva mai abbandonato quel mestiere
che le rivestiva la pelle.
Da anni stavano separate, ma vicine.
In due appartamenti, con un pianerottolo a dividerle, per
distanziare le rispettive vite, in una casa anonima di via Popoli
Uniti.
Una strada vecchia, dal nome inspiegabile, con piccole
botteghe e poco passeggio.
Padre Dragomir aveva percorso quel centinaio di metri
con il cuore in gola.
Non aveva paura. Era un sentimento che non provava da
troppo tempo, da una vita precedente.
Aveva toccato il male e l'orrore con le sue mani.
Da allora nulla poteva turbarlo.
In tasca lo accompagnava silenzioso un tirapugni con
le borchie, retaggio di un passato che non lo abbandonava
mai. Anche se il tirapugni non serviva quella mattina.
Morena lo accolse struccata.
Gli occhi cisposi, una tuta da ginnastica e infradito ai
piedi.
Anche cos era una splendida creatura di un metro e settanta
distribuiti su un fisico armonioso, modellato da anni
di palestra.
Era bellissima.
Un corpo che turbava, tradito da occhi buoni.
Occhi color acqua marina, occhi lucidi quella mattina,
che splendevano in un volto di porcellana da bambola fiabesca,
esaltato dai capelli tinti nerissimi. Comprensibilmente,
era ancora pi nervosa del giorno precedente.
Non si  fatta vedere o sentire. Sono gi trascorsi tre
giorni. Le  successo qualcosa di brutto, me lo sento.
Non poteva rivelargli apertamente i suoi sospetti e confessarle
che quel video confuso traduceva in realt l'orrore
dei suoi incubi...
Si limit a tranquillizzarla porgendole qualche domanda,
in cerca di una conferma al cupo pensiero che aveva invaso
la sua mente.
Parlarono per pochi minuti, sufficienti a materializzare i
suoi timori.
Doveva occuparsene lui, infilando le mani nella solita
merda di quella citt che lo intrigava e lo atterriva al tempo
stesso.
La psichiatra forense si era accomodata accavallando le
gambe.
Ti sarai accorto che ultimamente sono meno presente in
TV, nelle interviste aveva esordito la Lunardon.
No, non se ne era accorto. Di TV ne guardava poca e quasi
sempre guardava Sky Sport cui era abbonato per fare abbuffate
di partite o corse motoristiche. Ignorava che la stellina
televisiva di Barbara si fosse eclissata.
...da un paio di anni sono di base a Londra, perch sto
collaborando con l'intergruppo delle forze di Polizia europee
in qualit di criminal profiler in un caso delicato, o meglio
una serie di casi dai contorni che restano incerti, il caso
di un probabile travelling killer, un cosiddetto serial killer
migrante.
Ardig annu senza stupirsi.
Due giorni prima sarebbe sobbalzato sulla seggiola, ma
gli articoli rinvenuti nel residence della Larsen lo avevano
preparato. E quelle indiscrezioni giornalistiche, ragionava,
stavano trovando conferma perch, se addirittura una task
force di polizie europee aveva incaricato un profiler di redigere
un ritratto dell'assassino significava che c'erano riscontri
concreti sulla sua reale esistenza.
Intanto nella stanza era calato un silenzio di piombo, anche
Farris taceva.
Its name is the killer of scissors.
Gli indic il titolo di un articolo in cui il giornalista calcava
su quell'zfr al posto del canonico bis.
Non un lui, ma qualcosa di peggiore, di indefinito: una
figura bestiale, mostruosa.
Un novello Frankenstein.
Gi, lo chiamano cos nei paesi britannici, l'assassino
delle forbici sospir, alludendo naturalmente a quel suo
marchio delittuoso, quella ritualit di ammazzare con delle
cesoie e poi di tagliare i capelli alle sue vittime.
Sono tutti delitti insoluti quelli attribuiti al Viaggiatore?
La Lunardon scosse la testa, mescolando i fogli per reperire
altri articoli.
No Bruno, c' molta confusione sotto il cielo. Purtroppo
per anni ogni polizia ha lavorato autonomamente, senza
un coordinamento. Diciamo che ogni delitto  un caso isolato,
senza collegamenti con gli altri. Per esempio, nel primo
delitto commesso ad Amsterdam gli indic la scheda di
Margharet Dumphries, inglese di quarantun anni c'era un
uomo, uno stupratore seriale, un marocchino, un maniaco,
che ha confessato salvo poi ritrattare, per non c'era stata
alcuna violenza sessuale e trattandosi di uno stupratore seriale
qualcosa non quadrava. Purtroppo, sono trascorsi dieci
anni e nel frattempo il sospettato  morto. Invece in uno dei
delitti di Berlino...
Si ferm nuovamente, estraendo la scheda di Clarisse
Pennington, di anni quarantaquattro.
Questo potrebbe essere stato commesso nel corso di
un sequestro sempre per stupro, anche qui un pervertito
con diversi precedenti era stato fermato e poi rilasciato:
quell'uomo, Karl Ove Stenzeck, oggi  in carcere per altri
reati sessuali, eppure non ha mai confessato quell'omicidio.
Poi vedi, questo  il secondo dei delitti di Londra.
Stavolta la malcapitata era Karola Stepanova, una slovacca
di anni quarantasette.
Qui  stato arrestato un vicino di casa della vittima, un
altro con precedenti per molestie sessuali, un guardone che
la filmava di nascosto, ma in seguito  stato rilasciato. E anche
in uno dei due delitti di Oslo ci sarebbe un sospettato,
uno stalker, un corteggiatore non corrisposto dalla vittima,
Raissa Pecherova, di anni cinquantaquattro. E un russo come
la vittima, i due avevano una fitta corrispondenza in una
chat e lui la assillava con proposte sessuali.
Il capo della Omicidi allarg le braccia e la interruppe,
sbottando.
Alla faccia del serial killer viaggiatore, mi hai gi dimezzato
i casi che gli verrebbero attribuiti e scommetto che andando
a scavare sugli altri...
No, Bruno, non  cos. Se visionerai i fascicoli, con i resoconti
giornalistici dei singoli delitti, ti renderai conto che
le modalit sono sempre identiche.
Per le ferite?
Anche, ma non solo. Intanto ha inferto sempre tra le
quindici e le trenta ferite, tutte concentrate nell'area scapolare,
con cesoie professionali, affilate e di profondit.
E fin qui...
Dal tipo di inclinazione dei fori di entrata in tutti gli
omicidi sembra che l'aggressore sia un mancino.
E questo ci pu stare.
Aspetta, non ho finito. Ci sono le vittime. Erano tutte
straniere, nel senso che non avevano la nazionalit dei Paesi
in cui sono state trucidate. Per cui  un assassino che sceglie
donne meno integrate, con barriere linguistiche a renderle
pi isolate e vulnerabili. E sceglie donne mature, sono tutte
in un range tra i quarantuno e i cinquantasei anni.
Converrai che  una forchetta molto larga.
Un attimo, l'et delle vittime  cresciuta, anzi invecchiata,
con il passare dei delitti. Prima colpiva donne quarantenni,
poi ha alzato il target sulle cinquantenni, poi  arrivato
alle cinquantacinquenni e oltre. Capisci cosa intendo dire?
Erano osservazioni pertinenti: invecchiava l'assassino
viaggiatore e invecchiavano anche le sue ossessioni e le sue
morbosit. E di conseguenza le sue vittime, che si stavano
avvicinando alla soglia dei sessanta.
Infine, le vittime sono tutte donne di elevato grado sociale.
Avevano tutte buone posizioni lavorative, un livello
culturale alto, abitavano in centro: non erano poveracce delle
periferie, magari prostitute o disperate. No, queste vivevano
bene. Le ha agganciate in ristoranti o club, oppure nei
negozi dello shopping.
Quadrava tutto, la ricostruzione aveva un che di fondamento,
eppure non avevano nulla di concreto.
Tuttavia, Ardig era diventato come San Tommaso e non
credeva pi a nulla se non metteva il dito dentro la ferita.
Le indicazioni di Morena erano precise.
Padre Dragomir, imbacuccato in un vecchio bomber blu
notte, si era avviato a piedi costeggiando i bastioni sopraelevati
della Centrale, fino allo spazio aperto di piazza Duca D'Aosta,
il piazzale che si estende davanti alla facciata della stazione.
Uno spazio grande quando uno stadio senza spalti, presidiato
da camionette delle forze armate e addolcito da alcune
bancarelle post natalizie, che resistevano anche dopo
la Befana.
I tanti immigrati extracomunitari, che regolarmente bivaccano
sulle panchine in cemento, erano decimati. Solo
alcuni restavano l fuori a sfidare il freddo: la maggior parte
di loro si era infilata sotto, nei tunnel che portavano alle due
linee metropolitane, cercando un angolo dove sistemarsi per
trascorrere la giornata.
Allung il passo, risalendo da via Vitruvio. Strada trafficatissima,
senza verde, la corsia dei taxi e i binari del tram
che correvano in mezzo alle auto.
Gli alberghetti erano tanti, disseminati tra i portoni e i
negozi. Due stelle al massimo.
Roba per turisti low cost, prostitute e immigrati con qualche
soldo in tasca con cui pagarsi una doccia calda e una
branda comoda per una notte.
La strada sfociava in piazza Benedetto Marcello, un enorme
quadrilatero circondato da palazzi eleganti. Un parcheggio
adibito ad area mercato sulla sinistra, dei giardinetti alberati
a destra.
L'hotel Beverly esibiva malinconicamente la sua unica
stella ossidata.
Aveva visto tempi migliori, fuori e dentro.
Non c'era un vero portiere, bisognava citofonare.
Lo accolse un uomo dall'accento dell'Est, un romeno intu
padre Dragomir.
Conosceva la loro lingua in maniera essenziale per cui,
senza preamboli, gli domand di Luvanor, allungandogli
una banconota da venti euro.
L'altro valutava il da farsi. Lo aveva scambiato per il protettore.
Decise che non voleva guai e che venti euro in saccoccia
erano meglio di una testata sul naso.
 stata qui qualche notte fa, ha affittato una stanza.
Qualche ora, poi  andata con il cliente.
Dimmi del cliente.
Un nero rispose asciutto il rumeno.
Era la risposta che temeva.
Perch Christine Larsen?
Per quarantotto ore era quella la domanda che Ardig
aveva atteso di poter rivolgere alla Lunardon, che rifletteva
esaminando il primo rapporto sommario della squadra
Omicidi. La criminologa si prese qualche secondo.
Sta succedendo qualcosa di inatteso. Per lui e per loro.
Ovvero?
Innanzitutto, ha interrotto a met il rituale del duplice
omicidio in una citt. A Copenaghen avrebbe dovuto colpire
nuovamente e invece se ne  andato.
Oppure ha colpito prima o dopo l'altro delitto e nessuno
se ne  accorto. Magari il corpo non  stato rinvenuto o
non hanno compreso che le ferite...
La Lunardon lo ferm.
Copenaghen non  Citt del Messico. E la met di Milano
e di omicidi se ne verificano cinque o sei ogni anno. No,
non ha colpito, fidati di me.
Ok, torniamo alla Larsen.
Ecco. Per me potrebbe trattarsi del suo primo vero omicidio
classico, nel senso di un delitto estraneo alla sua serialit,
anche se le modalit restano le stesse.
Era un ragionamento che lo stesso Ardig condivideva.
Il mostro ammazzava seguendo le sue pulsioni degenerate,
mettendo in scena con i delitti la proiezione delle sue ossessioni,
delle sue paure ancestrali o dei suoi desideri repressi.
Il Viaggiatore colpiva alla schiena le sue vittime, forse temendo
di guardarle in faccia, di vedere nei loro occhi il terrore,
e tagliava loro i capelli emulando un trauma di cui era
stato partecipe, oppure sfogando cos una sua perversione.
Magari in quelle povere disgraziate rivedeva una ragazza
che lo aveva respinto, una ex che lo aveva tradito, o semplicemente
lo eccitava il potere di togliere la vita, di prendersi
lo scalpo delle sue prede.
Non le violentava, non le mutilava.
La componente sessuale non sembrava prioritaria.
Era solo un collezionista, un bulimico di vite recise come
quei capelli.
Anche se nel caso della Larsen c'era qualcosa di diverso
e di anomalo.
Quegli articoli sul mostro aprivano uno scenario inquietante.
La danese poteva essere stata soppressa proprio perch
stava seguendo le sue tracce.
Oppure - obiett Ardig -  stato proprio lui a lasciare
nell'appartamento di via Spadolini quegli articoli, per alzare
l'asticella della tensione, dei rischi e dell'adrenalina pompata
nelle arterie. Riflettici.
La criminologa non era convinta.
Finora ha sempre agito nell'ombra, senza mai fare qualcosa
per apparire. Uccidere gli basta, lo sazia, non ha bisogno
di visibilit. La riservatezza  una sua caratteristica.
Eppure, qui ha cambiato modus operandi. Ha spostato
il cadavere, ha sepolto i vestiti della Larsen con quella
macabra messa in scena, ha lasciato i collant in modo che
potessimo risalire all'identit della vittima. L'ha nascosta in
cantina perch potessimo trovarla. Ha voluto sfidarci e darci
le prime carte per giocare con lui.
Ancora una volta Barbara scosse la testa.
Non  cos che agisce. Tu non lo conosci. Preferisce
l'ombra alla luce.
Evidentemente sta mutando.
Non succede, non dopo tanti anni. Questi soggetti restano
ripetitivi. Le abitudini sono la loro sicurezza.
Mi hai appena detto che ha cambiato il copione, dimezzando
i delitti a Copenaghen, rinunciando al secondo...
Probabilmente perch non si sentiva sicuro, oppure per
dare la caccia alla Larsen, temendo potesse scoprire qualcosa
a Milano, qualcosa che poteva metterlo in pericolo.
Uhm... nelle tue interviste ai media danesi hai citato un
delitto avvenuto a Milano venticinque anni fa.
Te lo confermo, ma io stessa ne so pochissimo. Ho letto
di questo omicidio in una rubrica fissa pubblicata ogni
sabato su Il Giorno che racconta vecchi omicidi irrisolti. E
indovina chi  l'autore...
Ardig sorrise.
Conosceva sia la rubrica, Lombardia cold case, sia il suo
estensore.
L'amico di sempre Federico Malerba che ogni sabato in
edicola raccontava ai lettori lombardi un vecchio caso insoluto
di cronaca nera avvenuto nei confini regionali.
 un omicidio del 1993, una ragazza di venticinque anni.
Era una tossica, una senza tetto. Venne uccisa con colpi
di forbici e le vennero tagliati i capelli. Coincide con il modus
operandi del Viaggiatore e anche l'et della vittima corrisponde
alla sua ossessione anagrafica: venticinque anni fa
uccideva una venticinquenne, oggi uccide le cinquantacinquenni.
Era straniera?
No, era italiana. Ma questo non significa che non si tratti
di una tappa del percorso evolutivo del killer: ha iniziato
in Italia, da un'italiana, prima di spostarsi all'estero e scegliere
vittime straniere.
Ammesso che sia cos, dal 1993 al 2009 perch non
avrebbe colpito?
Barbara si rabbui.
Potrebbe aver colpito in continenti dove l'eco dei suoi
delitti non rimbalzava sui media, in Africa, in Asia, in Sud
America. Oppure, pi facilmente, era internato in qualche
struttura o in prigione.
Pu essere.
Tu cosa mi sai dire di questa Larsen?
Ardig allarg le braccia: Devo approfondire meglio,
pare che sua sorella fosse una hippy, una di quelle che giravano
l'Europa in autostop, che stavano nelle case occupate.
Era stata a Berlino Ovest e poi a Milano.  possibile che
bazzicasse gli stessi posti della ragazza uccisa nel 1993.
Hai ragione, la Larsen poteva essere venuta qui per questo
dopo aver letto il mio articolo.
Poteva essere vero. Ma dopo oltre ventisei anni, cosa sperava
di trovare?
Terminato lo scambio di opinioni professionali sul Viaggiatore
erano scesi al baretto di via Cardinal Federico per un
caff svestendosi dei panni ufficiali.
Solo quelli per, anche se Ardig avrebbe svestito la
Lunardon di tutto il resto. Barbara era arrapante nella sua tenuta
total black da gatta nera dal graffio facile e fusa a intermittenza.
Il capo della Omicidi accarezzava con lo sguardo
le sue forme.
Lei se ne era accorta e sorrideva maliziosa.
Scommetto che sei sempre single.
Momentaneamente s borbott lui.
Direi che il tuo momentaneamente si avvicina al mezzo
secolo tra un po'.
Esagerata. E tu?
Ho fatto un po' di casini, troppo complicato da spiegare.
Uno sposato?
No.
E allora?
Te l'ho detto,  troppo lunga da raccontare davanti a un
caff. Poi scusa, da quando ti interessa la vita altrui?
Sapere come vivono gli altri mi aiuta a rimanere connesso
al mondo reale.
Lei sorrise, indicandolo con il dito teso verso il petto.
Ricordo che una volta avevi una, le voci girano a palazzo
di Giustizia.
La storia con il sostituto procuratore Deborah Pollini era
archiviata. In tutti i sensi.
Acqua passata. E stata trasferita alla procura di Venezia
un anno fa, ci siamo persi di vista...
Non mi riferivo alla magistrata. Parlavo dell'altra, avevo
sentito voci su una... come dire... professionista?
Stavolta a sorridere fu lui.
Acqua passata pure lei...
Ne  passata di acqua sotto i tuoi ponti.
Sai come si dice, no? Vanta rei, tutto scorre. L'acqua, le
donne...
E anche i tuoi assassini immagino, via uno ne hai subito
un altro da inseguire.
Cos vanno le cose a Gotham City.
Lei comprese che non si sarebbe sbottonato e tutto sommato
non gliene fregava niente.
Intanto il barista depositava le tazzine sul bancone. Un
rito da compiere in religioso silenzio.
Grazie per il caff, devo scappare. E grazie per lo scambio
di vedute. Adesso studiati il materiale che ti ho lasciato.
Barbara Lunardon stava percorrendo i vicoli pedonali
della vecchia Mediolanum, la civis romana di due millenni
fa. Via Santa Marta, piazza Mentana, via Circo, via Lanzone.
Allungava il tragitto per prendere tempo.
Lei e Kathleen non si vedevano da ottobre.
Erano le settimane successive all'ultimo delitto commesso
dal Viaggiatore, a Copenaghen. Settimane di lavoro gomito
a gomito e di serate insieme.
Si erano conosciute l'anno precedente, a Oslo, dove Barbara
si era spostata dopo un lungo periodo trascorso a Londra
per studiare gli ultimi delitti del killer delle forbici, che
inizialmente avevano scosso l'opinione pubblica britannica,
prima che le stragi dei terroristi islamici, a Londra e Manchester,
distogliessero le attenzioni da quei due omicidi, cancellati
mediaticamente dall'onda della paura degli attentati.
Nel suo periodo londinese Barbara era stata intervistata
dalle emittenti locali e da alcuni tabloid, ritagliandosi una
piccola fetta di notoriet anche oltre Manica.
Poi il Viaggiatore si era trasferito a Oslo, compiendo il
solito duplice omicidio, a luglio e a novembre, costringendo
anche Barbara a spostarsi nella capitale norvegese, dove
una sera di agosto Kathleen l'aveva agganciata, al termine
di una trasmissione televisiva. L'aveva aspettata fuori dagli
studi dell'emittente.
Era spuntata dal nulla, si era presentata, iniziando a raccontarle
che anche lei era arrivata in Norvegia sulle tracce
del Viaggiatore.
Una donna sola, straniera come lei, sotto il cielo tiepidamente
estivo di Oslo.
La sintonia era stata istantanea.
La stessa ritrovata poi l'anno dopo a Copenaghen.
Congedata la profiler, Ardig si era rimesso immediatamente
al lavoro, senza trovare alcun vero riscontro concreto.
Dall'Interpol non erano arrivate segnalazioni su un possibile
travelling killer e neppure dai Servizi interni dell'AISI,
che in genere seguivano con attenzione queste dinamiche.
Non solo, l'oracolo di Google non vaticinava nulla a riguardo
e nemmeno la stampa internazionale aveva collegato
i delitti delle capitali europee, se non negli articoli del New
Herald Tribune. Solo la stampa danese, poco abituata a
fatti di sangue, nell'ultimo periodo aveva acceso un riflettore
sui delitti del serial killer delle forbici, pur senza enfasi
particolare.
L'omicidio di Christine Larsen sembrava uno dei delitti
fotocopia dell'assassino itinerante.
Per aumentare le probabilit che si potesse davvero trattare
di un unico omicida seriale avrebbe dovuto esaminare i
verbali autoptici e i referti sulle codette, ovvero gli squarci
di entrata e uscita delle ferite.
In ogni caso sarebbero state sempre e solo probabilit,
e non certezze, perch una ferita non  mai identica in due
corpi diversi. Troppe variegate differenze, dalla statura alla
conformazione antropomorfa, dall'abbigliamento ai tempi
di reazione delle vittime.
Non potevano basarsi sulle ferite.
Proprio in quei giorni la procura di Bergamo stava per
archiviare, dopo tre anni di infruttuose indagini, un delitto
avvenuto a pochi giorni dal Natale del 2016: una donna di
quarantotto anni sgozzata nell'androne del proprio condominio,
con un colpo secco a tranciarle la gola, aggredita alle
spalle mentre attendeva l'ascensore.
Un delitto destinato a restare senza un colpevole, nonostante
appena quattro mesi prima, a meno di cinque chilometri
di distanza, a Sedate, un'altra donna, di sessantadue
anni fosse stata uccisa in maniera identica: un solo fendente
da dietro a reciderle la giugulare.
Sotto processo era finito il marito, non erano stati individuati
elementi concreti per collegare i due omicidi, anche se
a Bergamo continuava ad aleggiare lo spettro di un assassino
seriale.
Dal dicembre del 2016 aveva smesso di colpire. O forse
no, perch forse si era solo spostato a ovest, perch nel
2017 in un giardino pubblico ad Affori, nella periferia nord
di Milano, una pensionata era stata sgozzata alle sette del
mattino mentre accompagnava il cagnolino nella consueta
passeggiata. Un solo colpo alla gola da dietro.
Nessuna traccia dell'assassino.
Solo un misterioso incappucciato ripreso fugacemente da
una telecamera esterna al parco, ma poteva essere chiunque,
non necessariamente il killer.
Da Affori a Bergamo c'erano meno di cinquanta chilometri:
non trovava un assassino viaggiatore lungo la A4, tra
Bergamo e Milano, eppure adesso si stava ostinando a credere
all'esistenza di un killer che, nell'arco di un decennio,
si spostava per migliaia di chilometri tra le capitali europee...
Un messaggio WhatsApp rimbomb per distoglierlo da
quei ragionamenti.
Era Barbara che lo ringraziava per averla incontrata e che
gli anticipava che quella sera sarebbe andata in TV, nella nota
trasmissione televisiva Quarto grado.
Padre Dragomir era tornato da un lungo giro.
Prima l'appartamento di Morena, poi quello squallido
albergo dal nome del cazzo. Infine, la maestosa vista della
volta di Santa Maria della Fontana, con quel soffitto a forma
dodecagonale affrescato magnificamente. La chiesa era nel
cuore del quartiere dell'isola.
Si era fatto un viaggio a vuoto, per avere un'altra conferma
del terribile disegno che stava prendendo forma nella
sua mente.
Fuori era buio. Gli homeless erano sparpagliati nei vari
punti di assistenza della zona della Stazione Centrale dove i
City Angels e altri volontari servivano pasti caldi con ciotole
e tazze, oppure organizzavano mense spartane per far cenare
chi non aveva una casa.
I suoi senza tetto erano anziani, uomini sconfitti dalla
vita, traditi negli affetti, con la solitudine come unica compagnia.
Avevano paura dei giovani africani, paura delle botte, di
perdere il poco che conservavano nei borsoni. Per questo
accettavano di cenare nelle mense gratuite, ma rifiutavano
un letto nei dormitori presi d'assalto dagli immigrati, scegliendo
di restare al freddo.
Pi tardi sarebbe uscito per la solita ronda, per cercarli e
portarli a dormire nella chiesa che intanto era deserta e tetra
con solo le candele a illuminarla.
Padre Dragomir si avvicin alla nicchia con l'affresco
di Sant'Orsola, per raccogliersi in una preghiera invisibile.
Quell'orrore cercava proprio lui.
Si ricord di una profezia rivoltagli dal vecchio sacerdote
altoatesino del Santo Uffizio, un prete diverso dagli altri,
mentre gli versava un amaro alle erbe dolomitiche.
Ne ho conosciuti pochi come te. Hai un dono. Senti il
male, lo fiuti, lo stani.  un dono che ti ha dato il Signore e
non puoi sprecarlo.
Lui aveva scosso la testa.
L'altro lo aveva zittito in modo tranciante: Non puoi
sfuggire al tuo destino,  solo una questione di tempo, quel
momento arriver.
Quel tempo, quel momento era arrivato.
Kathleen era stanca dopo il viaggio e avrebbe cenato in
hotel, Barbara era attesa dalla trasmissione televisiva.
La loro prima serata milanese sarebbe stata rinviata al
giorno successivo. Per quel pomeriggio si erano limitate a
un aperitivo nel gettonatissimo bar Magenta.
Alle diciassette era gi preso d'assalto come ogni pomeriggio
da giovani di ritorno dalla vicina universit Cattolica
e da professionisti reduci dall'ufficio.
Le due donne si erano accomodate a un tavolino.
Barbara avrebbe preferito un luogo pi appartato, ma la
cronista aveva imposto quel bar dove era gi stata altre volte
durante i suoi precedenti soggiorni milanesi.
La reporter britannica conosceva bene la citt. Era stata
a Milano in diverse circostanze, anche durante l'Expo, e si
muoveva a suo agio, destreggiandosi anche con l'italiano che
non parlava pur comprendendolo.
Barbara era rapita dalla sua facilit di adattarsi ai contesti.
Anche in Norvegia e in Danimarca si era calata in quelle
realt con una semplicit sconvolgente.
Non avevano molto tempo e la O'Donnell doveva iniziare
a raccogliere il materiale per l'articolo che avrebbe scritto
nei giorni successivi.
Cominciarono a parlare del delitto di Christine Larsen o
meglio, a parlare era la profiler, mentre la reporter annotava
tutto su un taccuino di pelle nera.
La curiosit era la sua molla, il suo motore, che alimentava
con domande a raffica.
Il capo della Omicidi per tutto il pomeriggio si era studiato
il materiale giornalistico prodotto dalla Lunardon, integrato
dal solito mare magnum indefinito e confuso di carte
recuperate dall'agente Scalise sui presunti delitti del killer of
scissors.
Non riusciva a convincersi che in quei fogli stampati
si nascondesse la storia dell'evoluzione moderna di Jack
lo Squartatore, l'ottocentesco mostro di Londra che aveva
straziato cinque prostitute in un arco di tempo brevissimo
nei confini ristretti del quartiere malfamato di White
Chappel.
Ma lo squartatore, the Ripper, uccideva donne di strada,
le colpiva frontalmente aprendogli l'addome e poi rivendicava
i suoi delitti sfidando gli investigatori di Scotland Yard
con farneticanti lettere dove esordiva con una frase da brividi
per contestualizzare il suo mondo: Letter from hell;
lettere dall'inferno.
L'assassino delle forbici invece era uno spettro silente, un
invisibile che agiva dietro le quinte, nell'ombra.
Colpiva donne di elevato rango sociale e spariva per un
lasso di tempo limitato.
Eppure, le affinit c'erano. Temporali innanzitutto.
Il Viaggiatore colpiva a distanza di qualche mese, quindi
si eclissava per un arco di tempo prolungato, per poi ricomparire
in un'altra capitale europea.
Ecco il dettaglio che lo preoccupava maggiormente: la
cadenza calendarizzata dei delitti.
Se avesse avuto ragione la Lunardon, allora avevano di
fronte un killer che uccideva in un arco temporale compreso
tra i quattro e i sei mesi.
Evidentemente era il periodo di incubazione di cui necessitava
per smaltire le tossine del precedente delitto, per
ritemprarsi, per avere di nuovo sete di sangue.
Alcuni serpenti, da quel che sapeva, mangiavano una volta
al mese. E in quelle quattro settimane di pancia piena
erano inoffensivi. Ma appena si svuotavano le viscere tornavano
predatori letali.
Magari il Viaggiatore era cos.
Oppure, pi probabilmente, quei mesi di inattivit criminale
gli occorrevano per individuare la sua nuova vittima,
studiarne movimenti, orari, abitudini, e scegliere cos il luogo
e le modalit per sequestrarla e aggredirla, per strapparle
la vita e le ciocche di capelli.
C'era un altro particolare che saltava all'occhio.
Le donne ammazzate erano tutte straniere, prevalentemente
britanniche, comunque tutte nordiche. Un'inglese e
una irlandese ad Amsterdam, una norvegese e un'altra inglese
a Berlino, una polacca a Belfast, una tedesca e una slovacca
a Londra, un'inglese e una russa a Oslo, un'inglese a
Copenaghen.
E ora una danese a Milano.
A legarle il filo invisibile della comune lingua inglese.
Il mostro era anglofono.
Quadrava tutto alla perfezione fino all'ultimo inquietante
dettaglio: le sue vittime non avevano figli. Nessuna di loro
era mamma.
Come se il Viaggiatore non volesse uccidere delle madri,
per non lasciare orfani, per non arrecare ulteriore dolore.
Assurdo, eppure era cos.
Mancava solo il ritratto della prossima vittima.
Finlandese? Svedese? Scozzese?
Filava tutto. Eppure, qualcosa stonava nello spartito milanese.
All'estero il killer delle forbici aveva scelto l'invisibilit.
Qui a Milano, invece, era uscito allo scoperto, mostrando
al selezionato pubblico degli inquirenti il suo macabro
repertorio, con la teatralit dei vestiti sepolti al posto delle
ossa del banchiere Solonio, utilizzato come cassa di risonanza.
Era venuto lui a cercarli, a sfidarli: sono qui, sono a Milano,
venitemi dietro, vediamo cosa siete capaci a fare.
Conosceva per esperienza quanto gli assassini seriali
fossero impossibili da catalogare. Mutavano pelle omicidio
dopo omicidio, da visionari a edonisti, da giustizieri a lussuriosi.
Tendenzialmente il loro ego si alimentava dopo ogni delitto,
aumentando l'esperienza e la bravura nell'ars moriendi.
Forse il Viaggiatore aveva optato per un salto di qualit,
uscendo dal cono d'ombra che lo proteggeva perch si era
stufato di giocare a nascondino senza nessuno che lo cercasse.
Padre Dragomir non si era reso conto del tempo che trascorreva.
Stava pregando con un'intensit che non provava
da molto.
Pregava in serbo la sua lingua. La sua voce rimbombava
nella piccola chiesa deserta.
Sant'Orsola lo fissava con la sua espressione sofferente e
rassegnata.
I rintocchi del campanile lo scossero.
Le ventitr. Aveva freddo. Faceva freddo.
Improvvisamente si ricord dei suoi amici accampati sulle
panchine di piazza Morbegno, dietro l'edicola. Non poteva
lasciarli l.
La notte milanese lo aspettava.
Sopra Milano il cielo era cobalto.
Nuvole bianchissime otturavano il buio, riflettendolo in
un bluastro livido.
I bollettini meteo annunciavano la neve. Una fine del
mondo bianca che avrebbe sepolto la City, paralizzando il
traffico.
Ardig aveva gi preparato i dopo sci comprati anni prima
in un negozio di articoli da montagna: un misto tra stivali
e anfibi, impermeabili a pioggia e neve. Li metteva un giorno
o due all'anno.
Quella sera era uscito prima del solito. Alle ventitr camminava
diretto verso i soliti giardinetti di piazza Aspromonte
a ritmo sostenuto. Voleva rincasare in tempo per vedere il
talk show sui gialli su Rete 4.
Quella sera a Quarto grado il conduttore Gian Luigi Nuzzi
avrebbe ospitato Barbara Lunardon per dibattere dell'omicidio
della Larsen.
L'intervento della psichiatria dai capelli rossi e occhi verdi
era stato inserito nella seconda parte. Intorno a mezzanotte
e trenta l'opinione pubblica stava scoprendo la storia del
travelling killer, l'omicida seriale, ribattezzato il Viaggiatore,
l'assassino delle forbici, che secondo la profiler aveva fatto
tappa a Milano per togliere la vita a Christine Larsen.
Con buona probabilit si trovava ancora in citt, per cui
la sventurata cittadina danese rappresentava solo la prima
met del disegno criminale che aveva in programma.
Perch il suo modus operandi prevede due delitti consecutivi
nell'arco di pochi mesi sentenziava la Lunardon,
raccontando della crescente preoccupazione suscitata dai
delitti di questo assassino nelle capitali del Nord Europa.
Nell'ultimo anno e mezzo mi sono divisa tra Londra,
Oslo e Copenaghen, ho partecipato a molte trasmissioni televisive,
riscontrando il timore delle forze di Polizia nell'ammettere
l'esistenza di questo killer, nel collegare gli omicidi,
per non gettare nel panico la popolazione, soprattutto quella
femminile.
Il conduttore lanciava abilmente il seme del dubbio nel
campo incolto dell'opinione pubblica nostrana.
Siamo sicuri che tutti questi delitti siano riconducibili a
un'unica mano?
La Lunardon lo contradd: Abbiamo dei riscontri e proprio
oggi mi ha raggiunto a Milano la giornalista britannica
Kathleen O'Donnell, che da anni racconta sull'Herald Tribune
i fatti sanguinosi di cui si  macchiato questo assassino....
...
.
...
4.
...
.
...
Milano, gennaio 2020.
...
.
...
L'isteria bianca si era diffusa nella metropoli che non si ferma
mai. La City stava preparandosi da ore a fronteggiare
l'annunciata nevicata. Camion spargisale avevano girato
per tutta la notte sulle circonvallazioni. Gli spazzaneve scaldavano
i motori nei depositi municipali. In centro i portieri
avevano la pala gi sistemata in guardiola, insieme agli stivaloni.
I bollettini meteo parevano le cassandre che annunciavano
la caduta di Troia.
Mancava solo lei, la neve.
O meglio, c'era e non c'era. Dal cielo scendeva una farina
umida, buona solo a bagnare il terreno. Non stava attecchendo,
un grado secondo il termometro esterno.
Sopra le teste di un milione e mezzo di milanesi si estendeva
un lenzuolo bianco. Uno strato uniforme nuvoloso ricopriva
il cielo, il sole assente non giustificato.
Ardig rabbrividiva nonostante il pesante cappotto di lana,
pur avendo sotto il corpetto a zip, anche quello di lana.
Sciarpa, guanti, persino il berretto in testa, manco fosse il
dottor Zivago in Siberia. Il freddo lo assediava.
Dentro e fuori.
Intorno a lui il silenzio e la bellezza.
A quell'ora il campo santo era ancora chiuso al pubblico,
ancora per mezz'ora. Nell'orario invernale i cancelli, dal luned
al venerd, aprivano alle nove.
Quello spettacolo era riservato solo a loro. Loro malgrado.
Il Monumentale di Milano  il pi grande cimitero cittadino,
un'area di oltre duecentocinquantamila metri quadrati
situata a ridosso del centro storico.
Mai nome fu pi azzeccato perch il cimitero, progettato
a met Ottocento dall'architetto Carlo Maciachini,  un capolavoro
architettonico che unisce lo stile gotico con quello
bizantino e romano.
Una sorta di museo a cielo aperto, con sculture, statue e
edicole funerarie realizzate dalle mani di illustri artisti per
dare degna sepoltura a grandi e facoltosi uomini milanesi.
Curiosamente, Ardig non era mai entrato fino a quella
mattina.
Ad accoglierlo una silenziosa distesa imbiancata di lapidi,
di croci, di opere partorite dalle mani dolci di scultori
esperti, con parcelle aristocratiche.
Rimase colpito da quello spettacolo unico.
Arte funeraria, ma sempre arte.
La bellezza ad accompagnare la morte nell'eternit, per
tenere vivo il ricordo, per lenire il dolore, per rendere omaggio
a chi non c'era pi, regalandogli la pace infinita.
Quella era la regola.
Poi c'era l'eccezione, quella del male, dell'odio. Perch
il freddo di quei giorni sdoganava i peggiori sentimenti che
albergano nell'essere umano.
Cos due ore prima un custode della citt dei morti,
aveva scoperto che una tomba del campo israelita era stata
deturpata da ignoti.
La tradizionale stella di David, incastonata sotto a una
statua che immortalava un uomo in abiti eleganti, occhiali
e una toga sulle spalle, era stata fracassata a colpi di mazza.
Sulla lapide in granito bianco era stata ricalcata una scacchiera
con una di quelle mascherine gi preparate, utilizzando
uno spray nero.
Ovvero un foglio con i fori a scacchiera. Uno stratagemma
utilizzato dai writer.
Ardig scrutava il disegno, simbolo esoterico della perenne
contrapposizione dualistica della realt.
Il bianco e il nero a simboleggiare i due sessi, la luce e il
buio, il giorno e la notte, il sole e la luna, la vita e la morte,
il bene e il male.
Una lezioncina che in due decenni a dare la caccia a satanisti
e assassini rituali aveva imparato a memoria e immagazzinato
nelle sue cellule cerebrali.
Ma questa era un'altra storia. Per il contesto, per i richiami
ebraici intorno a quella tomba. Perch la scacchiera,
lo sapeva dopo aver consultato il web,  anche un simbolo
evocativo antisemita, secondo alcune concezioni numerologiche.
Un quadrato con lati formati da otto caselle ciascuno.
L'otto, il numero esoterico dell'infinito, ma anche quello
su cui si fondava la simbologia nazista, con l'otto a rappresentare
l'H doppiamente ripetuta nel tradizionale saluto nazista
Heil Hitler.
Una numerologia, l'88, mantenuta da numerosi odierni
gruppi neonazisti e skinhead, nei loro tatuaggi incisi a imperitura
memoria sulla pelle o sui giubbotti scuri.
Succedeva anche quello in una Milano dove il vento negazionista
soffiava come in ogni altra capitale europea, alimentando
rigurgiti antisionisti nelle frange estreme della
destra. Casi isolati, che purtroppo si ripetevano con inquietante
frequenza, come denunciavano politici e quotidiani.
In una citt, dove, paradossalmente, la comunit ebraica
era sotto costante attacco mediatico anche da parte della
sinistra estrema, quella filopalestinese e filoaraba e antisraeliana.
Ogni anno, da almeno un decennio, nel corteo per le
commemorazioni del 25 aprile la Brigata Ebraica veniva
contestata dagli esponenti dei centri sociali milanesi, dagli
antagonisti, dai no global, dalla sinistra extraparlamentare.
Un rito che si ripeteva ogni anno, nell'indifferenza della
grande maggioranza dei partecipanti alle celebrazioni per la
Liberazione.
Proprio in quei giorni la Procura di Milano aveva rinviato
a giudizio, con l'accusa di odio razziale, quattro noti esponenti
dell'area rossa dei centri sociali, compagni che avevano
insultato e offeso le bandiere ebraiche durante il corteo
del 25 aprile. E poi c'erano i neri, quelli con le bandiere con
le tartarughe corazzate, anche loro schierati contro il sionismo
israeliano e i suoi simboli.
Milano era un terreno politico e ideologico ostile in cui
crescevano isolati fili di erba cattiva, per cui l'unico ebreo
buono era quello morto nei lager, mentre gli altri, i discendenti
dei superstiti, andavano insultati e umiliati.
Anche se tumulati sotto tre metri di terra, sotto una lapide
di pregiato granito delle Alpi Apuane.
Ardig osservava colpito e disgustato quel sepolcro imbiancato
dal nevischio provando una dolorosa empatia personale,
conoscendo bene il trapassato offeso da quella vigliaccata.
Per quello era l. Non come poliziotto, ma come uomo.
Per lui, per un vecchio amico.
L'ex giudice Emanuele Serlio era stato un uomo per bene,
un uomo tutto di un pezzo, con la schiena dritta e la testa
alta.
Figlio unico di Giosu Serlio, un sopravvissuto agli orrori
di Treblinka, uno di quegli ebrei milanesi deportati dal famigerato
sotterraneo del binario 21, nascosto nella pancia della
Stazione Centrale.
Il giovane Serlio, nel vigore dei suoi vent'anni, aveva resistito
al freddo, alle privazioni e alle malattie ed era tornato
a Milano, solo, senza pi nessuno della sua famiglia, insieme
a una biondissima donna tedesca, che lo aveva soccorso una
volta liberato dall'orrore di quell'inferno.
Avevano avuto un solo figlio nato nell'anno in cui l'Italia
diventava una Repubblica, un figlio simbolo di quell'amore
tra due ragazzi che la storia e la guerra avevano messo contro.
Il figlio di un ebreo e un'ariana, cresciuto nei valori giusti,
quelli dell'ordine e della legge.
Emanuele Serlio aveva iniziato da avvocato, prima di diventare
giudice alla soglia dei trent'anni, quando esplodevano
gli anni di Piombo.
Con la toga sulle spalle aveva perseguito e portato alla
sbarra i peggiori assassini della cronaca moderna milanese,
malavitosi, brigatisti, mafiosi. Gente che, insieme all'ergastolo,
si prendeva i titoli a nove colonne sui quotidiani del
giorno successivo.
E poi tanti altri criminali meno noti, assassini, stupratori,
gente che finiva davanti alla corte di Assise, trovandosi di
fronte quel pubblico ministero severo e rigoroso che non
concedeva sconti o attenuanti a chi si era sporcato le mani
di sangue.
In trent'anni da pubblico ministero si era preso minacce
di ogni genere, proiettili inviati nelle buste, telefonate anonime,
scritte sui muri delle BR che lo avvertivano di essere
stato condannato dall'altro tribunale, quello del popolo. E
poi avvertimenti mafiosi, inclusa la leggendaria testa di un
capretto decapitato, inviatagli dagli sgherri del boss
Epaminonda nei turbolenti anni Ottanta.
Niente da fare, Serlio non si era mai piegato. Girava a
piedi scortato da due uomini armati e teneva una 44 Magnum
nella giacca, si allenava al poligono, aveva una mira
da cecchino ed era pronto a tutto, anche a morire in un attentato.
Attendeva il nemico senza paura, per vederlo in faccia.
Un tumore allo stomaco lo aveva aggredito vigliaccamente
quando era a un passo dalla pensione.
Si era spento nel 2008, poche settimane dopo aver chiuso
gli ultimi processi che aveva in carico.
La moglie e i figli lo avevano sistemato in quella tomba
elegante, nel campo dove riposavano anche i genitori, fino
a quando una mano vigliacca aveva deciso di turbarne l'eterno
riposo con quell'oltraggiosa vernice nera, disegnando
quella scacchiera a ricordare la perenne battaglia tra le forze
del bene e quelle del male.
Per secoli la Santa Romana Chiesa aveva abbinato al potere
spirituale di unico depositario della volont e della parola
di Dio quello secolare di Stato sovrano, avendo a disposizione
un proprio braccio armato, per la sua difesa e per imporre
la sacra legge del verbo divino, spargendo il sangue umano.
Disponeva di eserciti e milizie al suo servizio, pronti a
combattere e a uccidere in nome del Signore, con la protezione
e il perdono del crocifisso. E disponeva della Santa
Inquisizione per debellare gli altri nemici, quelli senza insegne
o truppe da affrontare su un campo di battaglia, quelli
che non combattevano con la spada ma con il pensiero, con
la mente, in un sanguinario braccio di ferro durato quasi un
millennio, transitando dal buio del Medioevo alla luce portata
dal Rinascimento e dall'Illuminismo, fino al XX secolo
quando la guerra tra dogma e libero arbitrio era terminata,
senza vinti o vincitori.
Nella Chiesa moderna non c'erano eserciti.
Le guardie svizzere erano confinate all'interno dei muri
della Citt del Vaticano con semplici funzioni di gendarmeria,
la Santa Inquisizione disciolta e ricordata solo
nei libri e nei film, la fortezza militare di Castel Sant'Angelo
ridimensionata ad attrazione turistica. Tranne nella
sua parte interna posteriore, l'unica non accessibile ai
visitatori, dove continuavano a sopravvivere i moderni
inquisitori, mantenendo accesa quella fiammella identificata
dall'immagine evocativa di San Michele Arcangelo,
l'angelo alato che con la spada, con la forza e la violenza,
uccide il drago o il serpente, simboleggiante Lucifero e le
sue menzogne.
L'eredit della Santa Inquisizione Romana era confluita
nel 1908 nella Sacra Congregazione del Santo Uffizio, un'emanazione
della pi articolata Santa Congregazione per la
Dottrina e la Fede.
Al Santo Uffizio, insieme all'aggiornamento dell'indice
dei libri proibiti, era rimasta la residuale competenza di Uffizio
Inquisitorio. Residuale, appunto, perch gli eretici nel
ventunesimo secolo erano rari come i 29 febbraio... eppure, gli Officiali restavano in prima linea, come baluardo contro il male che
aggrediva la Chiesa e le sue istituzioni.
Anche a Milano il Santo Uffizio disponeva di una sua
sede, dislocata in alcuni locali all'interno del palazzo arcivescovile.
A dirigerla era un capo Officio per cui il tempo non trascorreva
mai, l'immortale, come bonariamente lo chiamavano
i confratelli, perch padre Harald aveva da poco spento
le prime novanta candeline di un'esistenza infinita.
Eppure, il suo sole sembrava ancora lontano dal tramonto
e illuminava giornate scandite dal dovere, dalla riflessione,
dalla preghiera e da piccoli peccati innocui, in venerazione
degli di pagani Bacco e Tabacco attraverso i suoi amati
sigari e gli ancora pi amati liquori alle erbe che si faceva
inviare dai conventi di montagna.
Polmoni e fegato non si erano mai ribellati, accompagnandolo
oltre la soglia dei novanta, con l'intenzione dichiarata
di puntare al secolo.
Era invecchiato, come ogni essere umano, ma l'intuito
dell'inquisitore era rimasto quello di un tempo lontano.
Dalla sua discreta postazione di comando, all'ultimo piano
del palazzo arcivescovile, coordinava l'attivit dei sacerdoti
specializzati nelle pratiche legate all'esorcismo, l'ultima
frontiera nella battaglia contro Satana, l'ultima trincea dove
ancora si combatteva faccia a faccia contro il demonio.
Le altre forme del male, dalla pedofilia alla corruzione,
erano affare di altri uffici meno efficienti del suo ed erano
battaglie non cruente, dove l'arte del compromesso, abbinata
a quella dell'omert, risultavano pi indicate.
Padre Harald era un uomo di montagna invecchiato in
citt, un montanaro nato al limite del confine austriaco che
aveva servito la causa all'ombra della Madonnina.
Lo aveva voluto a Milano l'allora arcivescovo Montini,
pochi anni prima di spostarsi a Roma e salire al soglio pontificio
come Paolo sesto.
Sessant'anni da inquisitore invisibile attraversando i decenni.
All'inizio del doppio venti era vecchio, era solo,
non aveva pi nessuno al mondo. La sua casa era il suo studio
gremito di libri e la branda spartana nel convitto dove
riposava la notte, situato dall'altra parte del cortile dell'Arcivescovado da cui usciva poco, limitandosi ogni mattina a
una salutare passeggiata nei vicoli intorno a piazza del Duomo
e a un caff in un baretto di largo Ildefonso Schuster.
Quella mattina a fargli compagnia c'era anche padre
Dragomir Serebro, il sacerdote slavo cos mal visto e criticato
negli ambienti ecclesiastici.
La cronica crisi delle vocazioni costringeva a non andare
tanto per il sottile.
I nuovi parroci erano in prevalenza stranieri, la maggior
parte extracomunitari. Sudamericani, filippini, africani
sub-sahariani, oltre ai tanti polacchi arruolati durante il lungo
pontificato di Wojtyla.
Padre Dragomir era un'eccezione in quella Babele in tonaca.
L'unico serbo, un cattolico proveniente da una terra
ortodossa.
Ardig aveva mollato l'auto nel piazzale del cimitero per
spostarsi a piedi dal Monumentale alla Questura. Intorno a
lui il peggior traffico del mattino, quello dei pendolari che
ingolfano il formicaio appena risvegliato.
Milano tra le otto e le nove di ogni normale mattina settimanale
 un girone infernale di traffico e caos, di centinaia
di migliaia di donne e uomini per cui il prossimo, che
nemmeno conoscono, diventa il peggior nemico. Il vicino di
posto in metro che non si  lavato, quello che occupa spazio
con un borsone, che ascolta la musica pompata nelle cuffiette.
Oppure l'automobilista che si infila dalla strada laterale,
quello che con il giallo al semaforo rallenta, quello che vuol
parcheggiare con un Suv in un posto dove entrerebbe una
Smart.
Un'ora di ordinaria follia per aprire la giornata e avvelenarsi
il sangue.
Succedeva anche ad Ardig, che pi che il sangue si avvelenava
i polmoni inalando il monossido di carbonio sputato
dai tubi di scappamento delle auto eternamente in coda. Da
un mese consecutivo Milano superava quotidianamente le
soglie di CO2 nell'aria.
La citt soffocava, ma nessuno se ne accorgeva. Nemmeno
lui, infastidito da tutto quando vedeva intorno, ma non
dallo smog. Era preoccupato per tutto il resto.
La solita schiena continuava a lanciargli fitte elettriche a
intermittenza, anche se le pasticche di cortisone prescritte
dal dottor Salerno stavano regalando un sollievo miracoloso.
A torturarlo di pi erano i pensieri: l'incubo del Viaggiatore
e ora la profanazione della tomba di Serlio.
Intanto lo attendeva il Questore, cui aveva chiesto udienza
con una telefonata preventiva... amaro calice da sorbire.
Detestava i pellegrinaggi in via Fatebenefratelli e quella
mattina era anche peggio del solito.
Il termitaio ovviamente era gi in subbuglio per quanto
accaduto al Monumentale, via vai di funzionari sulle scale, il
consueto isterismo collettivo.
Il nuovo Questore - nuovo perch si era insediato a Milano
da appena tre mesi - lo avrebbe ricevuto nel suo elegante
ufficio da autorevole servitore dello Stato.
Era la sua prima volta sotto la Madonnina dopo una carriera
riparato nei corridoi del Viminale, manteneva un basso
profilo, mostrandosi come un uomo prudente e scrupoloso,
estremamente attento ai rapporti diplomatici con le altre
istituzioni.
Era stupito per quella visita e lo fu ancora di pi dopo
la relazione sintetica snocciolata dal vicequestore Ardig, al
termine della quale appariva comprensibilmente preoccupato.
Non aveva visto Quarto grado la sera precedente e nessuno
gli aveva riferito delle rivelazioni della Lunardon, pertanto
il suo stupore era comprensibile come la sua preoccupazione.
 sicuro di quanto mi sta dicendo?
Sicuro no, anche se le probabilit che questo serial killer
sia in citt sono realistiche, direi fondate se mi passa il
termine.
E secondo le vostre stime approssimative entro che lasso
temporale potrebbe colpire?
Circa tre mesi, forse anche meno: generalmente un quadrimestre
 il tempo minimo che si prende per studiarsi le
vittime e la Larsen  stata uccisa ai primi di dicembre, una
quarantina di giorni fa.
Dunque, avremmo ancora un po' di tempo a disposizione,
ammesso che sia ancora qui. E che esista davvero. Ha
idea di come muoversi?
E attratto dalle donne straniere. Il problema  che a Milano
ci sono migliaia di donne straniere, donne occidentali
intendo. La maggior parte non sono censite o censibili in
quanto non alloggiano in alberghi o non hanno contratti di
locazione registrati.
Ha ragione,  come cercare un ago in un pagliaio.
Appunto.
A ogni modo non possiamo restare passivi in attesa di
un'eventuale nuova vittima. Prosegua nelle indagini sulla
Larsen, si coordini con i Carabinieri, con i Servizi... mi raccomando
sinergia. E discrezione soprattutto, glielo ribadisco,
in particolare sul luogo di ritrovamento dei vestiti della
vittima. Se la stampa lo venisse a sapere, lei comprende benissimo...
Le istruzioni divennero un predicozzo sul galateo istituzionale.
Ardig non lo stava nemmeno pi ascoltando.
Padre Dragomir Serebro era una mosca bianca.
Un uomo dal passato torbido su cui giravano voci inquietanti
e dal presente altrettanto chiacchierato e problematico.
Avevano gi messo a tacere alcune sue gravi malefatte che
tradivano la sua anima sanguigna, a volte sanguinaria.
Era toccato a padre Harald provare a metterlo in riga,
instaurando una spontanea empatia con quel ragazzo scontroso
e sincero, un'anima buia illuminata da una fede sincera
come poche.
Gli piaceva quella testa calda, mezzo secolo prima lo
avrebbero arruolato senza indugiare nelle fila degli officiali,
ma quei tempi erano passati.
La diplomazia, nel presente, era dote imprescindibile. Invece,
padre Dragomir incanalava la sua fede in una battaglia
personale contro il male, quello reale, che colpisce gli ultimi.
Tuttavia, padre Harald non disperava di farne ancora un
officiale, inculcandogli quel senso del dovere e quella disciplina
interiore che contraddistingueva chi indossava quell'abito
scuro, con il medaglione del guerriero San Michele Arcangelo
immortalato in un ciondolo ligneo.
Gli officiali, per, erano uomini silenziosi, invisibili, freddi,
mentre padre Dragomir era un animale dal sangue caldo,
un sangue bollente che gli ribolliva nelle vene.
Eppure, era anche un uomo di coraggio e di intelligenza
rara che sapeva stanare il male e affrontarlo senza paura.
Non lo aveva sorpreso la sua telefonata.
Lo sorprendeva quello che gli stava rivelando: i deliri della
donna ossessionata dal dipinto di Sant'Orsola prima, il
video registrato su quel cellulare poi.
Qualcosa di orribile, di sconvolgente. Qualcosa di cos
grave da costringerli a derogare alla regola della riservatezza,
il marchio di fabbrica della loro missione terrena.
Zavorrato da cupi pensieri Ardig era rientrato in ufficio.
Nella sua mente la profanazione della lapide al Monumentale
aveva scalzato il Viaggiatore anche se spettava alla
Digos il compito di risalire ai teppisti che avevano oltraggiato
la memoria di Serlio e delle istituzioni che aveva orgogliosamente
servito.
Ripensava alle ultime volte che lo aveva incrociato nei
corridoi del Tribunale per uno dei processi a un assassino
che aveva catturato proprio la Omicidi.
Erano trascorsi pi di dieci anni.
Ricordava la sua forza, la sua serenit. Nemmeno la malattia
lo aveva messo in ginocchio. Aveva diretto gli ultimi
processi con il coraggio e la dignit ereditata dal padre, presentandosi
in aula con il cranio pelato e la pelle emaciata.
A volte tramava, eppure aveva ancora la voce stentorea
quando pronunciava le sue ultime arringhe come rappresentante
della pubblica accusa.
Un grande uomo. Integerrimo, intransigente.
Avrebbe voluto essere come lui.
Era consapevole di non esserlo, di non poterlo diventare,
rifletteva con amarezza camminando verso il cimitero Monumentale
per riprendersi l'auto, accompagnato da un'inquietudine
che aumentava con il passare dei minuti.
Non credeva ai presagi, eppure una sensazione di pessimismo
caricata di un irrazionale miscuglio di paura e premonizione
primordiale lo riport fino al commissariato di
piazza San Sepolcro, nella sua oasi silenziosa, di bellezza e
tranquillit.
Quella piazza nascosta, quasi introvabile per turisti e milanesi
troppo distratti per vedere oltre la punta del proprio
naso, lo coccolava con la sua quiete. Un porto amico nel suo
mare sempre in tempesta.
Si accese una delle sue Camel Blu e risal in ufficio.
Doveva cercare gli incartamenti sul delitto del 1993 di
cui aveva parlato con Barbara.
Non fece in tempo a entrare.
L'agente della portineria lo stava rincorrendo per annunciargli
un nuovo delitto.
E, stando alle prime anticipazioni sul morto che aspettava
di fare la sua conoscenza, il Viaggiatore non c'entrava
nulla.
La Giulietta nera con il lampeggiante acceso correva senza
un perch. Erano in ritardo di ore.
Stavano uscendo dalla citt e questo rappresentava un
problema, perch un semplice cartello stradale, a separare
la pertinenza di un comune da un altro, poteva innescare un
gorgo di complicazioni burocratiche e procedurali. Una linea
di confine a volte era sufficiente a bloccare un'indagine,
o a impedirla sul nascere.
Cologno Monzese, nonostante il nome inganni,  un paesone
di remota origine longobarda appoggiato alla spalla
destra di Milano, una realt da quasi cinquantamila abitanti
separata dalla City dalla tangenziale Est e dal corso del
Naviglio della Martesana. Un'infrastruttura moderna e una
via d'acqua cinquecentesca a staccare il capoluogo da quella
sua appendice autonoma, seppur incastrata nella cornice
dell'area metropolitana milanese. Di fatto una propaggine
estrema di Milano con lo stesso mercato clandestino del sesso
sotto le stelle oscurate dal manto nuvoloso di quelle notti
invernali.
Sapeva che diverse lucciole si offrivano dietro lo svincolo
della tangenziale, nel dedalo di ingressi per le pedane sopraelevate.
Ragazze dell'Est, perch in quella zona di confine
metropolitano stazionavano soprattutto camionisti dell'Est,
rumeni, moldavi, ucraini, polacchi, che prediligevano ragazze
delle loro parti.
Per questo le nere, nigeriane prevalentemente, bazzicavano
altrove, nelle provinciali. E in genere battevano di giorno,
non con le tenebre.
Proprio l, sotto un cavalcavia, avevano trovato il cadavere
di un uomo ricoperto da un vecchio piumone scuro: sollevata
la coperta il corpo era apparso completamente nudo.
Un uomo di colore, piovuto l chiss come, in una notte
di nevischio umido che aveva infradiciato quel piumone e
inzuppato il terreno dove era stato rinvenuto, rendendolo
fangoso.
A notare il fagotto che conteneva il corpo era stato un
venditore ambulante, dirimpettaio di strada, intorno alle sei
e mezzo del mattino. Stava preparando tutto per i caff e i
cornetti per i camionisti, quando aveva intravisto quel fagotto
scuro. Si era incuriosito, eppure per oltre due ore non
aveva lasciato il suo posto di combattimento. Soltanto verso
le nove, quando i clienti si erano diradati, si era deciso ad
attraversare la strada per andare a capire di cosa si trattasse.
La chiamata al 112 era stata indirizzata ai Carabinieri, che
avevano assegnato i primi rilievi alla competenza della locale
stazione. In ossequio all'aurea regola di non collaborare
con i cugini della Polizia di Stato si erano ben guardati dal
far trapelare alcuna notizia, derogando alla linea della minima
forma di collaborazione istituzionale, facendo perdere
ore preziose, andando a ingarbugliarsi con altre smagliature
procedurali da ufficio complicazioni affari semplici.
Altro che la sinergia auspicata dal Questore...
Per fortuna il magistrato di turno aveva il dono della diplomazia
e possedeva l'arte di saper districare le matasse pi
imbrigliate.
Il dottor Giorgio Gerbaudo tremava per il freddo e per
l'inquietudine mista a ribrezzo che gli generava la visione di
un corpo ammazzato.
Non era un magistrato da prima linea. Preferiva occuparsi
di reati amministrativi, senza vedere sangue, escrementi e
tutto quanto fuoriesce da un cadavere in decomposizione.
Era stato proprio il pubblico ministero della Procura della
Repubblica di Milano ad allertare la Questura e di rimando
la sezione Omicidi e Reati contro la Persona, facendo
scomodare il suo pi alto dirigente.
Gerbaudo aveva gi affiancato Ardig in diverse indagini,
abituandosi ai modi poco ortodossi di quell'investigatore
cos diverso dagli altri.
Il Cacciatore di Assassini, stretto nel suo cappotto nero,
con una sciarpa, sempre nera, voluminosa, a infiocchettargli
il collo, esaminava il contesto circostante senza tradire emozioni
apparenti. Lo sguardo fisso sul corpo.
Un africano con la pelle scura. Un extracomunitario, un
immigrato. Probabilmente un clandestino.
Eppure, la fisionomia e il colore della pelle non sembravano
quelle di un nigeriano o ivoriano.
In altre circostanze avrebbe fatto subito uno pi uno:
uno spacciatore coinvolto in una faida di traffici loschi, un
regolamento di conti tra criminali. Sarebbe stato tutto facile.
Invece non lo era affatto.
Il corpo raccontava un'altra storia. La prima anomalia
era nella scena criminis. Il terreno era pulito da un punto di
vista investigativo. Nessuna traccia di sangue a impregnare il
terreno. Spariti tutti gli indumenti della vittima.
L'omicidio era avvenuto altrove e il cadavere era stato
scaricato l in un secondo momento. Sicuramente lo avevano
trasportato nel cuore della notte, tra le due e le sei, quando il
formicaio dorme e in giro ci sono solo gli spettri.
Si focalizz sulla vittima registrando la seconda anomalia.
Non era giovane. La pelle tradiva un certo avanzare del
tempo.
Di sicuro aveva passato i cinquanta da un pezzo, forse
addirittura era sui sessanta.
Robusto, non muscoloso.
Pusher o balordi coinvolti in traffici loschi erano tutti
giovanotti all'apice del vigore giovanile, con muscoli scolpiti
e tatuaggi vistosi ovunque.
Quello di tatuaggio ne aveva uno solo, una scritta piccola
impressa nell'interno dell'avambraccio destro, che rappresentava
la terza anomalia.
Caratteri neri, stilizzati, in stampatello.
CRUX SANCTA SIT MIHI LUX.
NON DRACO SIT MIHI DUX.
VADE RETRO SATANA.
NUNQUAM SUADE MIHI VANA.
SUNT MALA QUAE LIBAS. IPSE VENENA BIBAS.
Rabbrivid, cercando di tradurla.
Non riusciva a interpretare ogni vocabolo pur contestualizzando
quella frase in un passo evangelico o dell'Apocalisse,
probabilmente una frase utilizzata in formule liturgiche.
E forse anche da sette religiose.
L'ultima anomalia, la quarta, era la pi significativa.
Un'incisione bluastra risaltava sulla schiena.
Una croce rovesciata, impressa segmentando l'epidermide
con una lama profonda e spessa.
Il disegno, rozzo e grossolano, possedeva una sua precisione.
Le linee incredibilmente diritte rivelavano che l'uomo
non si era dimenato per il dolore, facilitando la mano dell'assassino.
Ergo doveva essere gi morto.
Intorno alle scapole altri segni, pi estesi. Striature profonde
e larghe, escoriazioni prodotte con percosse.
Alla base del collo una ferita nerastra. Doveva essere la
ferita mortale.
Lo sorprendeva quel colore scuro.
Intorno a loro regnava il silenzio.
Gli agenti della Municipale avevano deviato altrove il traffico
e transennato la strada, per evitare che i curiosi si fermassero
a scattare foto, creando assembramenti inopportuni.
Nessuno parlava, quasi non volessero disturbare il defunto.
Barbara Lunardon in quei primi giorni milanesi fungeva
da cicerone e interprete all'amica Kate.
Quest'ultimo aspetto sconvolgeva la reporter del New
Herald Tribune che bazzicava l'Italia da tanti anni, eppure
non comprendeva come mai gli italiani non padroneggiassero
le altre lingue.
How can't they know languages? ripeteva incredula.
Neppure i nostri ministri degli Esteri parlano inglese
ribatteva serafica la Lunardon.
I don't believe it.
Nemmeno Federico Malerba aveva un inglese fluente.
Lo tartagliava, limitandosi all'essenziale turistico con frasi
costruite scolasticamente. Lo aveva premesso la sera prima,
quando Barbara - si conoscevano da alcuni anni dopo
essersi incrociati pi volte nelle trasmissioni di Telelombardia -
lo aveva contattato telefonicamente.
L'appuntamento era in un bar di corso Magenta affacciato
su Santa Maria delle Grazie.
Il cronista milanese abitava poco lontano, in via Vincenzo
Monti, in un appartamento ai piani alti di un condominio
elegante. Una casa ereditata dal nonno vent'anni prima, che
mai si sarebbe potuto permettere con le sue entrate da cronista.
Per quella mattina Kathleen O'Donnell aveva prenotato
per entrambe la visita al Cenacolo Vinciano per visitare il
refettorio con l'ultima cena e la chiesa con il chiostro.
Le due donne si erano vestite casual.
Hogan da passeggio, jeans, maglioni, Fay. Sportive, ma
ricercate.
E Barbara, con i suoi occhi verdi e la criniera rossa, non
passava inosservata neanche cos.
Si accomodarono ai tavolini di una caffetteria collegata al
percorso leonardesco, situata a fianco della casa degli
Atellani con lo splendido giardino dove era stata riprodotta la
Vigna di Leonardo, un'altra attrazione turistica varata durante
l'Esposizione Universale dedicata all'alimentazione.
Del resto, il logo dell'Expo era stato ricavato dal celebre disegno
dell'Uomo Vitruviano.
Quella strada trasudava ricordi del Genio in ogni sua pietra.
Quella era stata la sua Milano: la zona di Porta Vercellina,
dove aveva la sua casa e degli appezzamenti di terreno
ricevuti in dono da Ludovico il Moro, il signore di quella
Milano di fine Quattrocento.
Kathleen era entusiasta. Adorava il mistero che circondava
le opere leonardesche, anche se era venuta a Milano per
dipanare un altro mistero che Malerba aveva appreso con
grande sorpresa la sera precedente, dalle parole pronunciate
dalla Lunardon a Quarto grado.
Fino a quel momento non aveva mai sentito parlare del
Viaggiatore, per cui aveva ascoltato, curioso, la storia del
travelling killer che aveva poi cercato di approfondire, pur
trovando poco persino su Google.
Gli articoli forniti dalla Lunardon gli stavano aprendo
uno scenario inatteso.
La vicenda criminale dell'assassino delle forbici era l,
nero su bianco, nell'inchiostro di quei resoconti vergati in
inglese.
Il giornalista del Giorno era stupito.
La psichiatra lo assisteva durante la lettura, aiutandolo
quando mostrava qualche difficolt nella traduzione.
La stessa O'Donnell, che non spiaccicava una parola di
italiano ma lo comprendeva perfettamente, interveniva ogni
volta in cui il reporter faceva un commento.
It wants women who age like him, its preys age over the
years gli faceva notare con un'osservazione pertinente sottolineando
che, invecchiando l'assassino, invecchiavano anche
le sue ossessioni e le sue morbosit. E di conseguenza le sue
vittime, che si stavano avvicinando alla soglia dei sessanta.
E poi lo sfregio del taglio dei capelli, che sembrava tormentare
la collega inglese: It cuts the hair of its victims. It
likes to do it.
Nello spiazzo interrato nell'altra corsia, a un centinaio di
metri, era posizionato il chiosco dell'ambulante che pensava
di aver perso una giornata di lavoro per aver fatto il suo
dovere, avvertendo i Carabinieri di quella macabra scoperta.
Si sbagliava: agenti, militari e necrofori facevano la fila
per avere caff o cappuccini, per cui sorrideva, soddisfatto
per gli affari, impassibile pure lui per quel morto dall'altro
lato della strada.
Ardig guardava il furgoncino dell'ambulante, un porchettaro.
Ammirava sinceramente quel tipo di persone, che si alzavano
presto e si coricavano tardi, passando la giornata al
freddo, rischiando anche in prima persona di subire rapine
o vandalismi. Perch di notte non gira sempre bella gente.
Un lavoro duro che qualcuno doveva fare.
L'ambulante era un quarantenne calabrese, dalle spalle
larghe e il ventre allargato. Barba incolta, capelli arruffati.
Tipo sveglio, aveva realizzato in un istante che quello
sbirro, in completo scuro e faccia da uno incazzato con l'intero
mondo, era il capo della baracca. L'uomo che pretendeva
le risposte senza nemmeno porre le domande, nonostante
il ridicolo cane che si trascinava dietro. Un mucchietto di
ossa spelacchiate.
L'animale era un rottame, il poliziotto uno con cui non
avrebbe mai voluto avere una discussione, per cui si apr
senza reticenze.
Ho smontato ieri che saranno state le nove, il traffico
a quell'ora cala, nessuno si ferma per una salamella e una
birra. Poi con sta minchia di freddo che fa.
 sicuro che il corpo ieri sera non ci fosse?
Scherza? Ci vedo bene, poi tutto il giorno qui me ne
sarei accorto.
Un languore sorprese Ardig.
A met mattina il Cacciatore di Assassini si fece tentare
da un panozzo. La visione di quel martoriato cadavere
non gli aveva rivoltato lo stomaco. Anzi... lo fece imbottire
di lattuga, pomodoro e anche una doppia porzione di una
maionese giallissima a guarnire un hamburger bovino ben
cotto.
Dopo il primo morso riattacc bottone.
Ci sono prostitute qui?
Ogni sera, sono quelle giovani dell'Est.
Anche ieri?
L'ambulante allung un tovagliolo con della carne trita
per Frog. Il cane scodinzolando cominci faticosamente a
rosicchiare la pappa.
Io smonto prima che loro attacchino...
Smonto, attacco, parlava come un operaio turnista.
...di solito qui fino alle ventidue le ragazze non si vedono.
Il nero poteva essere un cliente delle prostitute.
Ha notato qualcosa di sospetto negli ultimi giorni? Che
so, macchine che si fermavano? Qualcuno che stazionava
qui?
Nessuno.
Ardig lo ringrazi, gli allung dieci euro, facendo segno
di tenersi il resto, e aggir il furgoncino. Attraversando la
strada inquadr globalmente l'intera arcata sotto il ponte.
Il medico legale stava avviando l'esame esterno del cadavere.
Nel giro di un minuto sputacchi un primo report
sorprendente.
Morte per avvelenamento.
Sta scherzando?
Gli indic prima la ferita nerastra: Prodotta da arma da
taglio, bench qualcosa non mi convinca. Poi la serie di
forellini che punteggiavano la base del collo, contornati da
macchie violacee. La pelle era gonfia e irritata.
Lo hanno punto dei rettili velenosi.
Ardig non replic, disorientato. Di tutti gli omicidi che
si era trovato a fronteggiare questo era uno dei pi assurdi.
Che serpente?
Come faccio a saperlo? Mica sono un indovino. Dobbiamo
far esaminare il sangue in un centro specializzato
antiveleni. Loro risaliranno al tipo di rettile. Vede quella
colorazione bluastra delle ferite? Il veleno aveva gi agito
causando uno sfogo cutaneo.
Pertanto, l'incisione sulla schiena era avvenuta in un momento
successivo.
Infine, con la mano sfior la cute: Guardi l'alone nerastro.
E l'avvio delle macchie ipostatiche, significa che per
un lasso di tempo il corpo era stato adagiato di schiena e il
sangue si stava addensando nella parte inferiore....
Quindi l'assassino lo aveva fatto morire avvelenato e lasciato
in posizione orizzontale, poi lo aveva spostato, girandolo
di pancia, per incidere quella croce rovesciata.
Simbolo esoterico, simbolo satanista, simbolo dai mille
significati.
Su tutti la ribellione al Dio dell'uomo e alle regole della
sua Chiesa.
E il tatuaggio sull'avambraccio, con quella scritta vade
retro satana, sembrava collegato a quell'incisione.
Chi era quell'uomo? Di cosa si occupava? Apparteneva
a una setta?
Le risposte del dottor Salerno erano altre.
Sui cinquantacinque anni, anche qualcosa oltre. Apparentemente
in buona salute. Dentatura in condizioni invidiabili.
Il resto lo sapremo dopo la necroscopia.
Il coroner si conged, lasciandoli ai soliti inutili adempimenti.
Gerbaudo assisteva pallido come uno spettro.
Gli indic il chiosco: Le consiglio un whisky.
Siamo in servizio, suvvia.
Ardig scroll le spalle, come dire affari tuoi, quindi si
rivolse a un agente della Scientifica: Veloci con il rilevamento
delle impronte, chiaro?.
Malerba aveva terminato la lettura e si stava stropicciando
gli occhi stanchi, allungandosi sullo schienale.
Come posso aiutarvi?
Dobbiamo approfondire i dettagli dell'omicidio del
1993 replic la Lunardon.
Per la sua settimanale rubrica Lombardia cold case il cronista
de Il Giorno aveva attinto dagli articoli scritti a suo
tempo da un collega pi anziano. A passarglieli era una segretaria
di redazione con la fissa della cronaca nera e dei
delitti irrisolti.
L'idea della rubrica era stata sua. Selezionava gli articoli e
li trasmetteva via mail a Malerba che li cucinava, come si
dice nel gergo giornalistico, adattandoli stilisticamente per
renderli fruibili ai lettori di oggi.
Il delitto della Darsena, avvenuto nel luglio del 1993, era
uno dei tanti delitti commessi sotto il cielo milanese di cui
nessuno si accorgeva nel presente e che nessuno ricordava
quando quel presente diventava un passato remoto.
Nessuno ricordava la vittima perch era una poveretta ai
margini della societ: una senza tetto, una drogata. Una di
quelle per cui l'opinione pubblica benpensante non pretende
giustizia.
Non  un problema, all'archivio del mio giornale troviamo
tutto.
E poi occorre verificare se in passato a Milano ci sono
stati delitti analoghi aggiunse la Lunardon.
Vuoi dire omicidi con forbici e taglio di capelli?
Esattamente.
Mah... A memoria ti dico subito di no, almeno non che
io ricordi. E faccio questo mestiere dal 1992. Per cui...
Se  per questo - osserv perfidamente la Lunardon -
non ti ricordavi nemmeno dell'omicidio del 1993.
Questo  vero.
E poi forse gli altri casi non sono avvenuti a Milano ma
in un'altra provincia.
Uhm... tenderei a escluderlo. Una serie di delitti avrebbe
fatto rumore e l'eco sarebbe arrivato a anche qui a Milano.
E poi il quotidiano per cui lavoravo, la Voce Lombarda,
aveva una copertura regionale, per cui lo avrei saputo sia vedendo
le pagine dei dorsi provinciali sia nelle varie riunioni
di redazione.
La O'Donnell doveva aver compreso quel dialogo serrato,
perch bofonchi qualcosa a bassa voce in uno slang
strettissimo e incomprensibile.
Kate mi fa notare che magari si  trattato di un singolo
delitto o di un tentato omicidio.
Anche cos francamente faccio fatica a ricordarlo. Parlo
di un omicidio. E se fosse stato un tentato omicidio chiaramente
l'eco mediatico sarebbe stato detonato. Un'aggressione
fa meno notizia.
Ancora una volta Kathleen, sempre sul pezzo, le borbott
qualcosa di indecifrabile. Barbara scosse la testa, perplessa.
Chiede anche solo di uno sfregio, tipo un maniaco che
tagliava le ciocche di capelli a donne o ragazze...
Mah, episodi di questo tipo ogni tanto accadono, di
matti ne girano parecchi.
La Lunardon recep l'osservazione e ripart.
Dobbiamo anche verificare se ci sono notizie sulla
scomparsa di Cornelia Larsen nel 1987.
Stavolta Malerba fu pi tranciante: Non illudiamoci,
una scomparsa non  una notizia.
Le due donne sembravano deluse.
Malerba cercava di spiegare la complessit nel dare una
risposta alle loro domande.
L'archivio cartaceo della Voce Lombarda non esiste
pi dopo la chiusura della testata. E in rete ci sono soltanto
gli articoli del sito Internet, che  stato messo online intorno
al 2000, per cui mancherebbero quelli degli anni precedenti.
E il quotidiano per cui scrivi oggi?
Il Giorno dispone del suo archivio cartaceo completo,
ma senza una data o un riferimento come facciamo? Mica
vorrete sfogliare un quotidiano di cinquanta pagine per
ogni singolo giorno dell'anno?
A noi interessa il 1987.
Anche cos sarebbe lunghissima. Ci vorrebbero mesi. E
per quello online vale quanto ho appena detto: parte da fine
anni Novanta, dunque se i fatti fossero antecedenti...
E allora ci vorrebbe qualcuno come te, ma pi vecchio,
che ricordi tutto.
Malerba sorrise.
Lo abbiamo. E un mio collega. E di sicuro sa anche molte
cose del delitto del 1993. Facciamo cos, aggiorniamoci a
domani, dopo passo al giornale e organizzo tutto.
Barbara Lunardon annu, sollevata. Senza impegni professionali
si profilava una giornata tutta per loro.
Era quello che voleva.
Padre Harald e padre Dragomir si erano fatti accompagnare
da un'auto nella chiesa di Santa Maria della Fontana.
Una chiesa qualunque, in una zona normale.
Il parroco non c'era, mancava da quattro giorni.
Il fidato sacrestano era comprensibilmente preoccupato,
il curato non aveva lasciato messaggi.
Il telefono  sempre spento aggiunse incrociando lo
sguardo perplesso di padre Dragomir che, rispettando l'ordine
ricevuto, non disse nulla.
Se ne andarono in silenzio, dovevano prendere tempo
per decidere il da farsi.
Padre Harald, stretto in un vecchio cappotto, aveva bisogno
di tornare in un ambiente caldo per tenere accesa la
mente.
Fuori, in macchina, lo attendeva un sacerdote ungherese
alle sue dipendenze, un allievo cui stava tramandando il suo
sapere.
Si fecero riportare in Arcivescovado.
Mezz'ora dopo, nello studio del responsabile della derivazione
milanese del Santo Uffizio, stavano riflettendo dopo
i soliti bicchieri di amaro alle erbe dolomitiche.
 lui, non ci sono dubbi sentenzi padre Harald, indicando
il cellulare trovato insieme alla pashmina.
Intuiva la complessit di quanto avevano di fronte.
Prese un lungo respiro.
Il male era tornato a bussare alla loro porta.
Un nemico invisibile li stava attaccando e aveva gi colpito,
versando il sangue di almeno due persone.
Padre Harald diede fondo al bicchiere.
Portami dalla donna che ha le visioni, voglio interrogarla.
Immediatamente.
La cronaca cittadina era rivolta al cimitero Monumentale.
Mentre i quotidiani nazionali online aprivano i loro titoli
con il nuovo virus cinese, il coronavirus, e le polemiche sulla
decisione di bloccare tutti i voli da e per la Cina, le pagine
milanesi davano massimo risalto alla profanazione della
tomba del giudice Serlio.
Il fatto di cronaca era stato sommerso dall'esondazione
di reazioni politiche.
La sinistra si indignava accusando le destre di aver fomentato
un clima di negazionismo e di crescente razzismo,
le destre ribattevano che l'unico vero antisemitismo a Milano
era quello rosso e antisraeliano.
Botte e risposte ad alimentare il frullatore mediatico quotidiano
che shakerava tutto il giorno la cronaca, frantumandola
e ricomponendola, declinandola in base alle convenienze
politiche di turno, fino a saturare l'opinione pubblica
che il giorno successivo non ne avrebbe pi voluto sapere n
di una cavolo di lapide profanata, o di un giudice di origine
ebraica morto dieci anni prima e del punto di vista di quel
politico o quell'altro.
Anche alla Polizia normalmente sarebbe interessato fino
a un certo punto.
Stavolta era diverso, perch appena un mese prima si era
tenuta nel salotto buono di piazza del Duomo una manifestazione
dall'elevato valore simbolico: cittadini e istituzioni
avevano sfilato tra piazza della Scala e la Galleria in solidariet
alla senatrice a vita Liliana Segre, anche lei oggetto di
vigliacche minacce anonime dai social, tanto da essere sottoposta
a tutela preventiva con l'assegnazione di una scorta permanente.
Insulti e offese rivolte contro una donna straordinaria
che, alla soglia dei novant'anni, con coraggio, dignit e orgoglio,
raccontava alle nuove generazioni gli orrori vissuti ad
Auschwitz, ricostruendo l'orrore con le sue parole felpate e
mai sopra le righe.
Difficile non vedere un collegamento, anche temporale,
tra la profanazione della tomba di Serlio e il corteo per la
signora Segre.
Per questo la Digos si preparava a passare al setaccio abitazioni
e luoghi di ritrovo di esponenti degli antagonisti, dei
centri sociali e di tutta la galassia estrema dei neri.
All'alba una quarantina di esagitati sarebbero stati tirati
gi dalla branda sventolandogli sotto il naso i decreti di perquisizione.
Era fondamentale individuarli immediatamente, per spegnere
il fuoco delle polemiche prima che divampasse in un
incendio.
Ardig per aveva altri pensieri.
L'immigrato era incensurato. L'africano con il braccio
tatuato e la croce rovesciata sulla schiena non aveva precedenti
penali e non era neppure uno dei quei migranti che
arrivano sui barconi, perch su quelli vengono eseguiti immediatamente
i rilevamenti dei polpastrelli.
Per velocizzare un'indagine che stava partendo al rallentatore
aveva deciso di rivolgersi alla stampa amica. Una telefonata
all'amico di sempre, Federico Malerba, era bastata
per accelerare.
Mezz'ora pi tardi l'edizione online de Il Giorno.it
apriva con la notizia.
Cadavere non identificato sotto la tangenziale Est.
L'articolo era secco e stringato.
Il corpo senza vita di una persona di colore  stato rinvenuto
sotto un cavalcavia della tangenziale Est, nella strada
provinciale che separa Lambrate da Cologno Monzese, nel
tratto esterno ai confini cittadini. L'uomo, presumibilmente
un africano,  morto in circostanze misteriose. Era completamente
nudo e privo di effetti personali. La sezione Omicidi,
incaricata delle indagini, sta setacciando gli ambienti
legati allo spaccio.
Il sasso era stato lanciato nello stagno.
Doveva solo aspettare, anche se dubitava che Milano,
con la testa gi proiettata nelle mille altre cose in cui era
perennemente affaccendata, avrebbe perso il sonno per un
extracomunitario trucidato chiss dove e abbandonato sotto
un ponte periferico.
Nel frattempo, il solito oracolo di Google aveva sputato
la traduzione di quella frase tatuata sull'avambraccio destro
della vittima.
Un passo del Vangelo di Matteo.
Croce santa sia la mia luce, non sia il drago la mia guida,
retrocedi Satana, non tentare mai di persuadermi, sono cose
vane, le cose che offri sono cattive, bevi tu stesso i veleni.
Stava scoprendo che si trattava di una frase utilizzata
nelle formule per le pratiche di esorcismo. Forse quell'uomo
era stato curato da una possessione demoniaca, oppure
davvero apparteneva a una setta. E quel riferimento finale,
bevi tu stesso i veleni si collegava in maniera inquietante
con la sua morte per avvelenamento.
Morena Tolissi era nata in Brasile ma aveva una discendenza
italiana.
L'Italia era nel suo destino: era arrivata da bambina, ad
appena due anni.
Parlava brasiliano solo perch Luvanor l'aveva educata
utilizzando l'idioma nativo, abbinato all'italiano con accento
milanese.
Con i sacerdoti aveva avuto dimestichezza fin dall'infanzia
e anche oltre, anche con quel tipo di sacerdoti speciali,
come padre Harald.
Per questo motivo non mostrava apprensione di fronte al
vecchio inquisitore e a quel suo sguardo penetrante.
Riepilog quanto aveva visto in sogno quattro notti prima.
L'officiale memorizz ogni parola, ogni sillaba.
Il fosforo della sua materia grigia non pativa l'invecchiamento
come le sue ossa.
Alla fine, scocc un'occhiata a quella creatura cui il buon
Dio aveva riservato un percorso differente.
Un misto di compassione e stupore lo pervase.
A novant'anni la sua impermeabilit emotiva mostrava i
primi cedimenti.
Barbara e Kate avevano trascorso una giornata spensierata
all'insegna di Leonardo da Vinci.
La visita alla splendida casa degli Atellani con il giardino
con la vigna di Leonardo, e quella al Cenacolo e alla basilica
di Santa Maria delle Grazie, avevano anticipato un tour
pomeridiano alla Pinacoteca Ambrosiana, una galleria di
meraviglie artistiche suddivisa su diversi livelli nell'elegante
Palazzo dell'Ambrosiana, a due passi da piazza del Duomo.
Ai piani superiori una delle pinacoteche pi importanti
a livello cittadino, con opere di allievi della scuola leonardesca
come il Luini, il Salaino, il Boltraffio e altri artisti della
scuola milanese cinquecentesca come il Bramante e il Solari.
Scendendo i piani di quell'edificio cos suggestivo si incontrava
un'esposizione di reliquie storiche, come i capelli
di Lucrezia Borgia, la donna che collezionava gli uomini
di potere soggiogandoli con la sua sensualit e uccidendoli
con il veleno, per poi scendere ulteriormente fino al piano
terra, dove era ospitata l'imponente Biblioteca Ambrosiana,
la prima biblioteca pubblica europea. Era stata voluta dal
Cardinal Federico Borromeo nel 1607 per consentire a ogni
cittadino di avere accesso alla libera consultazione di quasi
quarantamila volumi e stampati di arte, scienza e storia,
per veicolare in questo modo i valori della cultura umanista
dell'epoca rinascimentale.
Un'enorme sala, la sala Federiciana, intitolata al suo fondatore,
ospitava quel magnifico patrimonio stipato in due
monumentali pareti ad arcata che abbracciavano virtualmente
l'esposizione degli schizzi di Leonardo da Vinci.
Il cuore del suo codex erano i disegni riportati dalla Francia
dopo la sua morte dal discepolo Francesco Melzi e poi
riorganizzati successivamente da Pompeo Leoni che li aveva
assemblati sulla carta utilizzata per le mappe cartografiche
degli atlanti, realizzando cos il Codice Atlantico.
Le ore erano scivolate veloci inebriando le due donne,
soggiogate dal mistero e dal fascino eterno di quelle meraviglie.
Monsignor Mondoni, il braccio destro di Sua Eminenza
l'Arcivescovo, era un uomo depositario di segreti inconfessabili.
Un uomo invidiato, temuto, odiato.
Molti, sottovoce, lo descrivevano come il Richelieu della curia arcivescovile.
Negli anni si era occupato in prima persona di gravi
scandali legati alla pedofilia nelle parrocchie dell'area
metropolitana milanese, riuscendo abilmente a insabbiarli
con la diplomazia, utilizzando il potere che deteneva e non solo.
Stava ascoltando il racconto di padre Harald, incredulo,
mentre sorseggiava un t indiano da una raffinata tazza di porcellana.
Solo dopo aver ponderato per qualche interminabile
istante le parole dell'anziano supervisore degli officiali, aveva
accettato di incontrare padre Dragomir Serebro scoccandogli
occhiate in tralice e, senza neppure invitarlo a sedersi,
aveva visionato il filmato contenuto nel telefonino. Quindi si
era fatto ripetere ogni dettaglio, compreso il racconto della
Tolissi, limitandosi a rivolgere a quell'insolito sacerdote balcanico una sola domanda.
Siamo sicuri di quanto mi ha rivelato?
Padre Dragomir assent fissandolo dritto negli occhi.
Nelle sue pupille brillava una luce intensa, come se un rogo perenne bruciasse nel suo animo.
Monsignor Mondoni era abituato a prendere decisioni
scomode e a decidere rapidamente. Era un politico, un amministratore,
un autorevole rappresentante della pi importante
e datata istituzione che fosse mai esistita al mondo.
Non era uomo da indecisioni, eppure quel tardo pomeriggio tentennava sul da farsi.
Poi si decise, componendo l'interno del suo fidato segretario.
Mi cerchi il Prefetto di Milano,  urgente.
La notte milanese di Barbara e Kathleen era scivolata veloce
tra le bellezze del centro milanese.
La giornalista aveva preteso di cenare in un'osteria tipica,
magari sui Navigli aveva aggiunto.
Barbara non voleva allontanarsi dal dedalo di stradine
che separavano casa sua dall'hotel Royal che ospitava Kate.
Cos, per accontentarla, aveva scelto un ristorante storico
all'angolo con piazza Borromeo, nella Milano meno frequentata dai milanesi.
Risotto allo zafferano come primo per entrambe. Sul secondo
le strade si erano separate.
La criminologa aveva subito messo in chiaro che non intendeva
ingombrarsi lo stomaco con la cassoeula, il tipico
piatto invernale della tradizione ambrosiana.
Una pietanza nata proprio a gennaio, per celebrare
Sant'Antonio Abate, il santo protettore dalle malattie, dalle
pestilenze, che nei secoli bui venivano curate con unguenti
estratti dai maiali, e per festeggiare, nella tradizione contadina,
la fine delle macellazioni dei suini. E infatti la cassoeula
veniva cucinata con le verze e con le parti meno nobili del
maiale, la cotenna, la testa, i piedi.
Kate l'aveva ordinata, divorandola con una voracit famelica,
mentre la criminologa aveva ripiegato su un'insalata mista.
La caraffa di rosso della casa era stata svuotata quasi interamente dalla giornalista.
Barbara non aveva fame e neppure sonno, nonostante
avesse dormito solo una manciata di ore negli ultimi tre giorni.
Due amari offerti dal titolare conclusero la cena, senza caff.
Le propose due passi per digerire.
Faceva freddo, scesero in via Brisa per riempirsi gli occhi
con le rovine romane illuminate da faretti alogeni posizionati
per valorizzare quella visione suggestiva e romantica. Intorno
a loro il silenzio di una citt che andava a letto presto
per ricominciare a lavorare e produrre la mattina successiva.
Nel centro popolato da uffici e studi professionali la sera
gli edifici erano senza vita.
Saracinesche e tapparelle abbassate.
Erano sole, davanti a una meraviglia della storia, nel cuore
di una metropoli che sapeva anche essere romantica con
la sua bellezza discreta.
Barbara la prese per mano, poi le accarezz i capelli.
Kate si fece pregare, restando con la testa rivolta alle rovine,
poi docilmente accett di lasciarsi voltare, concedendosi
un bacio dolce e prolungato.
Era una neve capricciosa quella annunciata dagli unanimi
bollettini meteo. Si faceva intuire, annusare, intravedere,
per attendeva, acquattata dietro le nuvole.
La temperatura due gradi sopra lo zero.
Ardig camminava in piazzale Loreto, imbottito nel suo
giaccone invernale, ad accompagnarlo le solite fitte alla
schiena. Massaggi e antidolorifici rallentavano l'infiammazione,
senza debellarla.
Avrebbe dovuto consultare uno specialista e sottoporsi
alla tanto auspicata risonanza magnetica alla schiena, manco
fosse la panacea a tutti i suoi mali.
Tanto prevedeva il verdetto: l'esame radiologico avrebbe
suggerito uno di quei fastidiosi interventi chirurgici di
rimozione erniale, con degenza ospedaliera lampo di 48 ore
e convalescenza dai tempi biblici in casa, facendosi assistere
da un'infermiera prima di sottoporsi a lunghe sedute di fisioterapia.
Rabbrividiva al pensiero.
O forse era solo il freddo pungente. Proprio per quello
aveva bardato il povero Frog con un inguardabile cappotto
di goretex, brutto quanto efficace.
Il cane gradiva quella copertura sulla sua scheletrica ossatura
e zampettava felice rientrando dai giardinetti di piazza
Aspromonte mentre il commissario si fumava una bionda,
pensando ai rebus dell'omicidio del corpo dell'uomo di
colore con una formula esorcistica tatuata sull'avambraccio,
la croce rovesciata incisa sulla schiena e il veleno di un serpente
nelle vene.
Un delitto religioso, un delitto rituale.
Una punizione.
Ma per qualche colpa?
...
.
...
5.
...
.
...
Milano, gennaio 2020.
...
.
...
Il responsabile del gabinetto di Medicina Legale dell'istituto
universitario di via Celoria, il dottor Ruggero Salerno, soffriva
di un'insonnia particolare.
Riusciva a dormire solo per poche ore, le prime della notte.
Di solito alle quattro era gi sveglio, con gli occhi rivolti
al soffitto.
Per recuperare, nel primo pomeriggio si concedeva un
paio di ore di riposo su una branda spartana nel suo studio.
Cos al mattino cominciava prestissimo, obbligando i
suoi assistenti a sveglie inclementi.
Almeno non trovate traffico e arrivate puntuali gli ripeteva,
con tono da presa per il culo.
Quella mattina niente sfott. Tutti concentrati, in assoluto
silenzio.
Il nero del cavalcavia di Cologno richiedeva la massima
attenzione.
Salerno, fin dal giorno precedente, aveva intuito che
qualcosa non quadrava.
Era stata la lingua, di un innaturale colore alabastro, a
inviargli il segnale d'allarme. Quell'esame necroscopico,
quando fuori era ancora buio e la citt dormiva le ultime ore
del sonno del giusto, lo stava confermando.
I tessuti delle pareti dell'apparato digerente e intestinale
della vittima, una volta sviscerati con maestria dal bisturi,
avevano rivelato i loro segreti.
Era stato avvelenato con qualcosa di letale, con una pozione
malefica, da strega, inoculata dalla ferita sul collo.
Aveva causato il decesso nel giro di un paio di minuti,
paralizzando il sistema nervoso e quello cardiaco.
I morsi di rettile sul collo erano avvenuti in un secondo
tempo, rilasciando un veleno di scarsa portata, da banale
intossicazione, non da avvelenamento.
Dunque, si era trattato solo di una macabra messa in scena.
Di un assassino che si credeva pi furbo di loro, della
loro scienza, della loro intelligenza.
Sorrise mentre si sfilava i guanti chirurgici e la mascherina
professionale FFP3. Aveva diverse sorprese da scodellare
al capo della Omicidi.
Lo ha avvelenato pugnalandolo?
Ardig ascoltava incredulo.
Con un punteruolo o uno stiletto imbevuto di una sostanza
venefica di rara aggressivit.
Sembrava che l'assassino avesse applicato quanto scritto
nel tatuaggio: bevi tu stesso i veleni.
E quei forellini?
Le confermo, trattasi di morsi di rettili. Avvenuti in un
secondo tempo. L'elettrolisi conferma...
Il capo della sezione Omicidi alz le mani per fermarlo:
Non mi snoccioli particolari per me incomprensibili, per
favore.
Come vuole, tanto li ritrover nel referto necroscopico
che le invieremo. Le aggiungo che l'uomo ha un'et apparente
di circa sessant'anni, nessuna anomalia patologica, peso
nella media, assenza di lesioni esterne tranne la codette da
arma da taglio sul collo e le escoriazioni nell'area scapolare.
Escoriazioni di che tipo?
Sono antecedenti al decesso, direi precedenti di qualche
giorno. Sono state prodotte con strofinamento di corde o
legacci.
 stato frustato?
Non propriamente, queste ferite hanno uno spessore
marcato per cui non sono state generate da una frusta, bens
da una corda. Forse nell'ambito di un gioco erotico, uno
di quei rituali sadomasochistici o di bondage. Abbiamo anche
rilevato ematomi sui polsi dovuti a uno sfregamento con
qualcosa di ruvido.
Perci era stato legato.
Sull'epidermide ci sono tracce di polvere di gesso e micro
abrasioni, le definirei sfriature, dovute al contatto della
pelle nuda con un terreno non levigato.
Avrebbero controllato il terriccio sotto il cavalcavia.
E l'incisione?
Ritengo sia stata effettuata utilizzando lo stesso punteruolo
con cui lo ha trafitto sul collo. Lo ha letteralmente
scuoiato nei tratti in cui ha disegnato lo sfregio.
Post mortem?
Senza dubbio. La vittima non ha opposto alcuna reazione,
per cui era gi priva di conoscenza.
Altro?
Escluderei si tratti di un africano come hanno scritto
diversi giornali. Una serie di fattori mi inducono a pensare
che si tratti di un afroamericano, forse un caraibico o un
sudamericano.
Uhm...
Pu esserle di qualche aiuto?
Al momento no.
Prima di congedarlo Salerno gli indic il tatuaggio interno
all'avambraccio destro: Profetico sulla sua fine.
Proprio cos, in qualche modo ha bevuto il veleno.
Il centro antiveleni dell'Ospedale Maggiore aveva impiegato
poche ore per rispondere al quesito fornito dall'anatomopatologo.
Veleno di vipera. Una quantit incredibilmente concentrata,
nemmeno Cleopatra poteva averla assunta infilando le
mani nel leggendario vaso colmo di aspidi.
Leggenda per l'appunto. Secondo recenti studi accurati
Cleopatra si era tolta la vita ingurgitando una pozione venefica,
rapida e letale per l'apparato respiratorio e cardiaco,
smentendo la ricostruzione suggestiva dei morsi.
La prima telefonata della giornata, quella del gabinetto
della Scientifica, lo aveva sorpreso alle dieci del mattino,
quando aveva appena messo piede in ufficio dopo un piacevole
intermezzo rientrando dall'istituto di Medicina Legale:
la solita insana razione di vasche nella piscina di piazzale
Bacone, alla faccia delle raccomandazioni di Min Ly.
Quella mattina la schiena non gli dava il consueto tormento
grazie all'effetto del massaggio dell'esperta cinese del
giorno precedente, oppure grazie ai cortisonici con cui stava
avvelenandosi fegato e reni. Eppure, in quel momento gli
interessava solo di un altro veleno.
Siero di vipera.
Il veleno scelto dall'assassino per porre fine all'esistenza
di quell'uomo che si era tatuato sul braccio la formula per
tenere lontano il demonio e le sue tentazioni e i suoi veleni.
Le vipere. Rettili di montagna, se ne trovavano anche in
Valtellina, da piccolo ne aveva intraviste diverse. Con gli
amici si divertivano a cacciarle con bastoni e piccozze, infilandosi
nell'erba con scarponi robusti e calzettoni di lana
che impedivano ai piccoli dentini dei rettili di trapassare e
fare male con il poco veleno contenuto.
Conosceva bene le vipere e le leggende alimentate da turisti
e ignoranti in materia. Serpenti che mordono solo in
circostanze estreme, se si sentono in pericolo, altrimenti
scappano infilandosi in qualche buco. E conosceva bene il
pericolo quasi nullo che rappresentavano nella realt: una
sola vipera, salvo casi eccezionali, non poteva uccidere un
adulto in buona salute, il suo veleno non era letale su un
corpo di oltre trenta chili.
Poteva ammazzare un cane di piccola taglia, un gatto, un
coniglio, al limite un bambino, ma non un uomo. Non solo,
non sempre il veleno fuoriusciva per questioni meccaniche
della dentatura. E non sempre la vipera riusciva a emetterlo
nel momento in cui azzannava la preda o il nemico che la
minacciava.
Tuttavia, sapeva che mani esperte potevano estrarlo dalle
ghiandole attraverso un prelievo con ago per conservarlo e
poi commercializzarlo in svariati settori, dalla cosmesi alla
farmaceutica.
Stava per richiamare l'istituto di Medicina Legale quando
lo sorprese la seconda telefonata di quella mattina.
Stavolta era il Questore per una convocazione a sorpresa.
E non in Questura.
Cos Ardig aveva cambiato programmi e affrettato il
passo.
Dal commissariato di piazza San Sepolcro era un tragitto
breve fendendo il cuore del centro di Milano. Camminava
a grandi falcate, atteso da una visita in un luogo dove non si
sarebbe mai pi aspettato di rimettere piede.
Il palazzo della Chiesa, intesa come istituzione, targata
Milano.
La curia arcivescovile.
Lo accolsero i suoi austeri corridoi insieme a un volto
scolpito nella pietra, levigato dal tempo, forgiato dalla lotta
contro il male che alberga in ogni uomo.
Padre Harald Ramoser lo aveva gi affiancato discretamente
in due complesse indagini dove la giustizia terrena e
quella religiosa si erano sfiorate, senza intrecciarsi. Almeno
non ufficialmente.
Un sacerdote di novant'anni e un vicequestore della met
dei suoi anni.
Uomini diversi che servivano cause diverse, eppure simili.
Perch entrambi erano cacciatori del male, cacciatori di
anime malvage. Per questo si intendevano anche solo con lo
sguardo.
L'inquisitore lo accompagn fino al piano superiore, in
un elegante salone adibito a sala per riunioni.
Un altro dj vu con lo stesso padrone di casa di allora.
Monsignor Mondoni lo accolse con un sorriso forzato e
una freddezza tipica di chi finge una cordialit verso l'interlocutore,
di cui non dispone.
Fingeva il monsignore e sapeva fingere bene.
Ardig invece non fingeva affatto, palesando il suo stupore
sincero.
Uno stupore che sconfinava nella preoccupazione vedendo
l'espressione corrucciata del Questore, afflosciato su una
poltrona, come se avesse incrociato il diavolo in persona,
anche se si trovavano in una casa di Dio.
Zero convenevoli.
Il caff di ordinanza lo avevano gi offerto al Questore e
non ci sarebbe stato il bis per lui. Meglio cos.
In piedi, silenziosi, due uomini.
Un giovane pretino occhialuto, che teneva in mano un
PC portatile con la premura di un artificiere che maneggia la
nitroglicerina, e un uomo sulla quarantina dall'aria da teppista,
che pareva un buttafuori o un sicario balcanico, con
croci ortodosse tatuate sui dorsi delle mani.
Monsignor Mondoni lo invit ad accomodarsi, quindi
fece segno al pretino con funzioni di assistente di avviare il
portatile.
Prima di far scattare il video riassunse la situazione: Ieri
mattina in una nicchia di una nostra parrocchia, la chiesa
dei Martiri Oscuri, padre Dragomir Serebro - e con l'indice
della mano sinistra gli indic l'uomo con le croci ortodosse
- ha rinvenuto un cellulare, privo di sim card, con il display
gi impostato su questo video.
Il pretino avvi il file proiettando sullo schermo immagini
buie.
Ardig si sofferm sull'ambiente, un luogo chiuso, male
illuminato. Il pavimento sembrava di cemento grezzo, privo
di rivestimento.
La ripresa, confusa e di scarsa qualit, effettuata con
quello stesso telefonino, con una camera scadente, dall'alto
verso il basso, con un'angolazione da sinistra a destra.
Il capo della Omicidi si irrigid sulla seggiola.
Una mano guantata impugnava dei serpentelli maculati.
Rabbrivid, collegandoli ai referti appena inviati dal centro
antiveleni.
Eccole l le vipere, banali vipere di montagna.
Si intuivano in sottofondo due corpi sdraiati sul pavimento,
entrambi scuri e in penombra, quindi, dopo un istante di
ripresa interrotta, si intravedeva la lama che affondava nella
carne di un malcapitato dalla pelle nera.
Rabbrivid nuovamente, pur senza stupore.
Da ore proiettava quella scena nella sua mente, anche se
poi la realt travalicava l'immaginazione.
L'assassino stava incidendo la schiena del malcapitato
rinvenuto sotto il ponte della tangenziale, scavando nella
parte scapolare e cervicale.
L'inizio del disegno. La base della croce rovesciata.
Era un'inquadratura parziale, dall'alto in basso.
Una delle vipere strisciava sul collo.
Non c'erano movimenti o reazioni. L'uomo era privo di
sensi.
Aveva ragione il medico legale.
La vittima era gi stata avvelenata, da pochissimo, e infatti
saltuariamente il corpo era scosso da singulti, dagli ultimi
segnali inviati dal sistema nervoso alterato dal veleno.
Il carnefice non era mai inquadrato.
Solo le mani guantate, impegnate in un altro affondo:
non potevano esserci dubbi, stava incidendo la croce rovesciata
nella carne dello sventurato.
L'immagine improvvisamente si spostava verso il buio,
aprendo uno spazio ampio intorno, pur non rivelando nulla,
prima di un'inquadratura fugace sull'altro corpo esanime,
piegato in maniera supina.
Era vestito con un giubbotto di pelle, tipo un chiodo e
aveva stivaloni neri sulle gambe.
I capelli erano lunghi.
Sembrava una donna. Inerme.
Anche l si intravedeva una vipera che le strisciava vicino.
Un'altra deviazione dell'immagine. Stavolta dal buio riemergeva
la mano destra che ora stringeva un crocifisso di
legno legato a una catenina di pelle.
Un oggetto di artigianato etnico su cui sovrapponeva una
delle vipere con un movimento forzato.
In quel momento arriv la voce. Metallica, lontana, artefatta.
Le parole si disperdevano nel rimbombo di quel luogo
oscuro.
E quel giorno... diventa Caino... il veleno... porta la morte...
La voce echeggiava nello spazio circostante in un fruscio
indistinto.
Non era una cantina o un garage, era qualcosa di maledettamente
ampio.
La mia storia... voi... scritta nel dolore...
Il volume dell'audio calava ulteriormente. La voce rimbalzava
confusa, distante.
...subirete... chi sbaglia... il prete nero...
Fine delle trasmissioni.
Una quarantina di secondi in tutto.
Quarantatr secondi, avrebbe poi scoperto rivedendo
maniacalmente quel video.
Nella stanza era calato un silenzio opprimente.
Gli altri uomini presenti avevano gi visionato ripetutamente
quelle immagini, facendosi ognuno una propria idea,
dopo essersi segnati tutti con il segno della croce.
Il pretino era pallido come un cencio, gli altri tre religiosi
erano imperturbabili.
Chiaramente si erano gi confrontati e, se lo avevano
convocato, era per una sola ragione: ritenevano autentico
quel video, pur non avendo notizia della croce rovesciata
impressa sul cadavere dell'uomo di colore ritrovato il giorno
prima.
Un particolare che avevano mantenuto riservato.
Oppure lo sapevano, perch la Chiesa anche nel 2020
disponeva di buoni occhi ovunque, anche nei palazzi della
Questura.
Chiss, forse ad averli informati era stato il pubblico ministero,
Gerbaudo, che i pettegolezzi del palazzone davano
come un baciapile, o lo stesso Questore, che taceva in un
angolo e pareva imbambolato.
A ogni modo era chiaro perch avessero scomodato il
Cacciatore di Assassini.
Monsignor Mondoni attese che rivedesse il filmato per
tre volte, prima di interpellarlo.
Cosa ne pensa?
Ardig scosse la testa. Preferiva mostrarsi cauto.
Senza elementi concreti potrei ipotizzare che si tratti di
un fake. Tuttavia, se mi avete convocato qui significa che
degli elementi ci sono e li avete.
Gli elementi li avete anche voi, da ieri, da quanto ci risulta
lo fredd Mondoni con un tono che non ammetteva
repliche.
Quindi rivolse un'occhiata al prete con i tatuaggi ortodossi.
L'alto prelato sventol una mano per tacitare padre
Dragomir prima che intervenisse.
In ogni caso ha ragione. Riteniamo di avere elementi per
poter supporre chi siano i soggetti presenti nel filmato. Inclusa
la seconda figura che si intravede sullo sfondo.
Il commissario colleg immediatamente quelle parole al
crocifisso mostrato dalla mano che impugnava la lama, un
crocifisso ligneo e una croce rovesciata incisa sulla pelle della
vittima.
In un istante comprese il significato di quello sfregio, del
tatuaggio e delle parole biascicate dall'assassino.
Il prete nero.
Ecco chi era l'uomo di colore.
Cerc con lo sguardo il Questore.
Il diretto superiore emerse dal torpore in cui lo sconforto
lo aveva catapultato.
Dottor Ardig tocca a lei. E il Cacciatore di Assassini,
no? Ebbene, qui ne abbiamo uno che si presenta addirittura
come Caino,  tutto per lei. Tocca a lei cacciarlo.
Il cacciatore di Caino... Ne parlava come fosse un videogame,
enfatizzando una realt dove c'erano esseri umani ammazzati
e un boia senza scrupoli.
Le raccomandiamo la massima sinergia con gli incaricati
che le indicher sua eminenza e ovviamente l'assoluto
riserbo. Questo lo reputo scontato, no?
Ardig annu, suo malgrado.
Il Questore ripart con un decisionismo che non gli si addiceva:
Acquisisca il video, lo sottoponga ai nostri esperti,
faccia tutto quello che le compete. Ad avvertire il procuratore
capo ci penser io, immediatamente. Forza, si attivi senza
perdere un istante.
Il commissario si alz di scatto, teatralmente, per concedere
l'ultima parola a Mondoni che lo stava fissando in
tralice.
Il monsignore colse il punto: Da questo momento padre
Dragomir  a sua totale disposizione. Le chiediamo di
collaborare con i nostri emissari. Si coordiner con padre
Harald e con la struttura del Santo Uffizio alle sue dirette
competenze che la affiancher in un'indagine che riguarda
anche la nostra istituzione.
Non era cos. Non era vero.
Nel 2020 nello Stato italiano, fuori dai confini della piccola
e autonoma Citt del Vaticano, vigevano solo le leggi
dei codici italiani.
Quell'indagine spettava solo alle autorit preposte dalle
leggi italiane, eppure il messaggio era chiaro.
Stavolta la giustizia terrena e quella religiosa si intrecciavano
sul serio.
Anche la faccia del Questore era eloquente.
Gli stavano assegnando un'indagine ufficiosa, da condurre
in silenzio, appoggiandosi agli inquisitori ecclesiastici.
Una brutta storia.
Prima di congedarli monsignor Mondoni rivolse un ultimo
avvertimento, questa volta diretto ai suoi: Padre
Dragomir da questo momento  sollevato dai suoi obblighi
quotidiani ed  a disposizione completa del Santo Uffizio.
Riferir a padre Harald che a sua volta ha la responsabilit
totale in questa vicenda e si rapporter direttamente con il
mio ufficio. Andate ora, in nome di Dio.
I tre uomini uscirono silenziosi e preoccupati.
Barbara si aggirava nuda per l'appartamento, esibendo
trionfante la sua bellezza felina, ostentando senza reticenze
qualche incrinatura. Il ventre iniziava ad afflosciarsi intorno
all'ombelico, le natiche erano meno tornite di un tempo, nonostante
palestra, dieta, massaggi linfodrenanti. Eppure, era
ancora un bel vedere, un bellissimo vedere.
Kathleen la ammirava compiaciuta, restandosene avviluppata
in un piumone arrotolato come vestaglia.
Erano appena uscite dalla camera, il letto sfatto.
Dopo due giorni passati ad annusarsi, finalmente lo avevano
fatto.
Barbara la desiderava dal primo momento in cui si erano
riviste.
Lei si era concessa senza eccessivo trasporto e si era divertita.
E quello le bastava.
Da troppo tempo non credeva pi ai rapporti sentimentali.
Ma solo a quelli occasionali, basati sul reciproco desiderio
sessuale.
Da anni non si accoppiava con uomini per mille motivi,
ma prevalentemente empatici.
L'orientamento bisessuale l'aveva accompagnata fin
dall'adolescenza, senza mai far prevalere una delle due componenti.
Gli uomini avevano smesso di attrarla da qualche anno.
Odori, ripetitivit, mancanza di attenzioni, penetrazioni
sempre pi traumatiche con una mera finalit idraulica.
Eppure, non si sentiva una lesbica e non ne condivideva
le battaglie ideologiche. Andava a letto con le donne, le desiderava,
le guardava, le possedeva, senza volere altro da loro.
Non voleva una compagna o una moglie.
E Barbara, come altre, non faceva eccezione.
Per una parentesi di svago era perfetta, come i bei sogni
che svaniscono con la luce del nuovo giorno, con il risveglio
e il ritorno alla realt.
L'amaro alle erbe dolomitiche li attendeva in un ripiano
richiuso con una vetrina. Padre Harald distribu tre bicchierini
e li riemp fino all'orlo.
Ne avevano bisogno tutti.
Un momento di convivialit tra uomini di istituzioni diverse,
che si studiavano diffidenti.
Padre Harald conosceva bene padre Dragomir e conosceva,
anche se meno bene, il commissario Ardig, che invece
non aveva mai incontrato padre Dragomir ed era in
oggettiva situazione di minoranza tra i due sacerdoti.
Proprio per questo toccava a padre Harald assumere le
redini della chiacchierata.
Sappiamo pi di quanto le abbia fatto dedurre monsignor
Mondoni.
Lo supponevo. Vi ascolto.
Non disponiamo dei vostri strumenti tecnologici e
scientifici, quelli per le comparazioni, ma padre Dragomir
non ha dubbi sul fatto che il telefonino rinvenuto nel confessionale
e il crocifisso mostrato dall'assassino nel video
appartengano a un nostro fratello. Un brasiliano.  suo il
corpo che avete rinvenuto ieri vicino alla tangenziale.
Eccolo il prete nero evocato dalla voce confusa.
Improvvisamente la croce rovesciata, il tatuaggio con la
formula per gli esorcismi e quelle atipiche lesioni scapolari
assumevano un significato lineare.
Chi sarebbe?
Don Rogerio Chevron, un sacerdote brasiliano assegnato
a una nostra parrocchia.
Quale?
Santa Maria della Fontana, nell'omonima piazza.
Ardig la ricordava vagamente.
Nel quartiere Isola in una lunga traversa, via Thaon di
Revel, che collegava l'imbocco di viale Zara con la zona di
Carlo Farini, tra palazzi alti, densamente abitati.
Don Rogerio  nella nostra Curia da quarant'anni. Ha
svolto diversi incarichi prima di assumere la guida della piccola
comunit spirituale di quella parrocchia.
Era un esorcista, vero?
Padre Harald sorrise compiaciuto.
Peccato che lei non sia dei nostri...
Non mi ci vedrei proprio come sacerdote.
Ha ragione. Don Rogerio in un passato ormai remoto si
occupava di pratiche esorciste. Precedentemente, prima di
assumere la guida spirituale della parrocchia di Santa Maria
della Fontana, aveva assolto il suo incarico proprio nella
chiesa dei Martiri Oscuri, era stato il predecessore di padre
Dragomir. Ma in quegli anni lontani quella chiesa aveva una
diversa missione rispetto a quella attuale.
Il vecchio officiale indic il collega.
Il serbo appoggi il bicchiere e gli rivolse uno sguardo
diretto, occhi neri come i suoi, con una luce anomala.
Conosci storia di chiesa di Martiri Oscuri?
No, non la conosceva.
 chiesa diversa da altre.
Padre Harald lo interruppe, intuendo la confusione generata
da quel racconto abbozzato.
Stiamo parlando della chiesa che si trova nella piazzetta
di Martiri Oscuri, non lontano rispetto ai bastioni della
Stazione Centrale,  un edificio particolare e caratteristico,
forse lo avr notato, transitandoci.  stato edificato con pietre
nere...
Ardig realizz immediatamente. Ricordava la chiesa per
quella facciata che sembrava di carbone e ne aveva sentito
parlare dai colleghi della Buoncostume.
Ah,  la chiesa dei transessuali.
Padre Harald assent.
E non solo. Tutti i fratelli pi sfortunati, prostitute, drogati,
senza tetto, tutti trovano la porta aperta nella casa di
fratello Dragomir, che magari non esercita il mandato ricevuto
utilizzando i modi garbati di un canonico servitore di
Dio, tuttavia ha un cuore grande da offrire al prossimo. Ma
non mi riferivo al presente di questa parrocchia, non solo al
presente quanto meno.
E a cosa si riferiva?
Negli anni Settanta e Ottanta era la chiesa dove si effettuavano
gli esorcismi che, in quei tempi ormai lontani,
erano pi frequenti di quanto lo siano oggi. La particolare
predisposizione di quella casa del Signore contribuiva alla
buona riuscita di queste complesse pratiche esercitate da alcuni
nostri fratelli dotati di una particolare predisposizione.
Quella chiesa sorge su un cimitero di appestati, in qualche
modo il dolore e la morte impregnano le pietre su cui  stata
edificata.
Ardig inal la notizia.
In un frammento di secondo si incastravano nel puzzle
della sua mente quei due elementi simbolici: il tatuaggio con
la formula tratta dal Vangelo di Matteo e lo sfregio della croce
rovesciata.
Mi racconti di questo vostro esorcista.
Nella sua infanzia don Chevron in Brasile aveva avuto
modo di confrontarsi con tutte quelle corbellerie locali
legate alla magia nera, alle curandere, alle santere e a tutti
quei riti legati alle tradizioni indigene. Un bagaglio di esperienze
che metteva a frutto anche qui a Milano. Parliamo
di un trascorso sempre meno prossimo perch, come potr
intuire, negli anni i casi di esorcismo sono numericamente
diminuiti, progressivamente, drasticamente direi. Gli studi
sulle malattie mentali, sulle schizofrenie, sulla bipolarit,
hanno portato a escludere che la maggior parte dei casi
di indiamento potessero rivelare la presenza di possessioni
demoniache o spirituali. E i pochi effettivi casi di indemoniati
oggi vengono affrontati in luoghi di culto fuori
dai centri cittadini, in chiese pi riservate. Per tutelare la
privacy del soggetto e non spaventare la comunit utilizziamo
santuari di montagna, dove l'eco delle urla degli indemoniati
si disperde nei boschi. Per questo nella chiesa dei
Martiri Oscuri non ci sono pi esorcisti da oltre vent'anni.
Fatemi capire, avete rimpiazzato gli indemoniati con i
transessuali?
No, no, certo che no. Le cose sono cambiate con il trascorrere
del tempo, proprio per via della presenza di don
Rogerio che ha saputo, come dire, riciclarsi, riconvertirsi. I
transessuali hanno iniziato a frequentare la chiesa dalla met
degli anni Novanta, molti di loro, abitando nella zona della
Stazione Centrale, hanno individuato in quella casa di Dio
un punto di ritrovo spirituale e un sacerdote che parlava
la loro lingua ha contribuito ad attirarli, ad accoglierli. Per
vent'anni don Rogerio  stato un punto di riferimento per
questi suoi connazionali.
Scommetto che il prete brasiliano non frequentava i
transessuali solo per portare loro la parola di Dio e confortarli.
L'officiale non si scompose.
 cos. Indubbiamente. Ma, a suo modo, don Chevron 
riuscito a trasformare la sua perversione sessuale in una sua
missione terrena. Negli anni ha saputo trovare una sua retta
via, trasformando i suoi vizi nelle virt dell'ascolto, dell'accoglienza.
La luce della fede aveva illuminato il suo percorso religioso,
conducendolo verso la redenzione. Per questo era stato
trasferito alcuni anni fa alla guida della diocesi di Santa Maria
della Fontana, per completare il suo cammino redentivo e allontanarlo
dalle tentazioni quotidiane dei transessuali che circolavano
nella sua parrocchia. E al suo posto venne scelto padre
Dragomir per via del suo temperamento ribelle, ideale per
quella parrocchia cos diversa dalle altre. Ora conosce la storia
della chiesa delle pietre nere. E dei fantasmi che custodiva.
La storia di un prete che di giorno fa l'esorcista ma la
notte, all'ombra del crocifisso, diventa un puttaniere.
Stavolta padre Harald si irrigid. Toccato su un nervo
scoperto, lasci la parola al pi giovane confratello.
Come tanti altri uomini. Metti tonaca da prete, ma sotto
resti maschio, tu non pu capire cosa  il diavolo dentro di
te. Ogni giorno, ogni notte. Nessuno giudica chi fa peccato
perch tutti noi facciamo peccato, diceva nostro Signore
sentenzi padre Dragomir.
Parlava con il tono di un militare, o di un malavitoso.
Uhm, e l'altro corpo?
 di una delle ragazze.
Ragazze?
Intende dire i transessuali intervenne padre Harald.
Ne manca qualcuno?
Una manca.
Ha un nome?
La chiamano Luvanor, io conosco lei e sua casa. Lei
amica di padre Rogerio, tutti sapevano che loro avevano
amicizia speciale.
D'accordo, partiremo da questo Luvanor. E dal vostro
prete.
Padre Harald lo fiss.
C' qualcos'altro che deve sapere.
Cosa?
C' una donna, una donna dal passato difficile,  stata
un'indemoniata... ha avuto una visione la notte dell'omicidio.
Che visione?
Di fatto sostiene di aver visto quello che  riportato nel
video. I serpenti, i corpi, l'incisione sulla schiena.
Voglio incontrarla.
Naturalmente, padre Dragomir la accompagner. Ora
mi parli dello sfregio.
Ardig gli allung il telefonino dopo aver smanettato sulla
gallery delle foto.
L'officiale trasal impercettibilmente.
Una croce di San Pietro.
Il capo della Omicidi si gratt la testa.
Un simbolo satanico.
Non proprio, non solo. Come ricorder, il padre della
nostra cristianit, prima di andare al patibolo, aveva
espresso ai suoi carnefici la richiesta di essere crocifisso a
testa gi perch non si sentiva degno di morire a testa alta
come il figlio di Dio. Ma per molti teologi quella scelta
rappresenta anche un'estrema forma di espiazione per aver
rinnegato tre volte il nome di Cristo. Per questo la croce
di San Pietro, utilizzata in seguito per altri martiri cristiani,
viene identificata anche come un simbolo espiatorio dal
peccato.
E il peccato del vostro don Rogerio sarebbe aver ceduto
alla carne, il peccato originale...
Era Luvanor replic tranciante padre Dragomir.
Il commissario si fece versare un altro dito di amaro per
far scorrere le idee insieme al liquore che regalava calore e
conforto interiore al suo animo smarrito.
Don Chevron poteva essere stato punito per i suoi peccati
carnali, per aver macchiato l'abito talare che vestiva e
il giuramento prestato nell'atto di indossarlo e conseguentemente
il transessuale era stato punito per la lussuria, per
aver indotto in tentazione carnale il sacerdote.
Si profilava un caso di un assassino giustiziere, un missionario
come li definivano nel tecnicismo investigativo, ossessionato
dai peccati e dalle colpe.
Perch Caino?
Questa  una risposta complessa. Caino  il male assoluto,
 il figlio del primo peccato dell'uomo, volendo
rappresenta anche il fallimento di Dio, che non crea uomini
perfetti ma infetti dal virus della violenza che poi si
propaga nelle guerre che da sempre identificano la razza
umana.
E chi sarebbe il nostro Caino?
Padre Harald si strinse nelle spalle: Questo tocca a lei
scoprirlo. Di sicuro  un uomo che conosce bene le sue vittime
e le loro umane colpe. Che utilizza il veleno per purificare
il male dei peccatori. Del resto, nella medicina tradizionale,
quella meno farmaceutica e pi legata alla tradizione
erboristica, si ricorre ai veleni di rettili o piante come vaccini
o antivirali. Il veleno stronca anche le infiammazioni, le piaghe
purulenti....
Don Chevron  stato avvelenato attraverso un fendente
con un punteruolo imbevuto con un estratto di veleno di
vipera. Un cocktail concentrato, letale, che ha paralizzato il
sistema respiratorio e bloccato il cuore.
E allora serpenti che strisciano in video sono finta?
chiese padre Dragomir.
S, si tratta di una messa in scena per noi. Quelle vipere
sono la scenografia teatrale della ritualit del delitto, sono
il corollario di un'azione omicida che potremo incasellare
quando sapremo di pi di lui.
Lui sapeva che medico avrebbe capito che li aveva avvelenati
prima borbott ancora Dragomir.
Ardig annu. Il prete serbo era sveglio.
Padre Harald di pi.
Il veleno contraddistingue Caino. Un passo del libro
della Genesi racconta che va era stata morsa dal serpente
del peccato e che aveva trasmesso il veleno che scorreva
nelle sue vene anche al figlio Caino. Solo a lui per, non
ad Abele. Nel corpo di Caino c' il veleno del peccato, del
diavolo, che lo spinge a uccidere il fratello Abele. Ecco il
perch del veleno. Caino ci sfida, ci fa credere di essere pi
ingenuo di quel che sa di essere. Caino ha ucciso anche il
transessuale e uccider ancora. Si diverte, lo diverte giocare
con la morte, con il potere di togliere la vita ad altri esseri
umani, dissacrando anche i simboli religiosi.  un assassino
che non si fermer a queste prime due vittime. Torner a
colpire, commissario, altrimenti non ci avrebbe inviato quel
filmato.
Nella stanza cal un pesante silenzio.
Ardig termin il bicchiere prima di alzarsi, poi rivolse
due richieste ai religiosi: Consegnatemi il telefonino e accompagnatemi
nella vostra chiesa e poi da quella veggente.
Avevano fatto l'amore un'altra volta.
Adesso erano entrambe nude nel letto trasformato in un
campo di battaglia.
Dobbiamo lavorare, non sono qui in vacanza protest
la giornalista, evitando di guardare l'amica per non tentarla,
per prevenire un nuovo assalto.
Raccolse l'intimo e un maglione e and a rintanarsi in
bagno per lavarsi. E non solo per quello.
Chiuse la porta a chiave, per evitare irruzioni sotto la
doccia.
Barbara registr il movimento della serratura incassandolo
come uno schiaffo al suo rinnovato desiderio.
Non era mai stata con una donna prima.
Non era un'omosessuale.
Gli uomini le piacevano, da sempre.
Le donne no.
Le piaceva solo Kathleen.
Era successo per caso, in una notte di mezza estate a Copenaghen.
Dopo una serata a confrontarsi sui delitti del Viaggiatore
e su teorie assurde su chi fosse, su come potesse essere, sul
perch uccidesse.
Avevano cenato in un bistrot per turisti, assaggiando le
varie degustazioni di aringhe. Avevano bevuto parecchio,
erano allegre.
Kathleen aveva proposto un idromassaggio notturno nel
suo hotel omettendo che si sarebbero immerse senza costume.
In acqua l'aveva accarezzata, sfiorata, prima con le mani,
poi con i baci, introducendola con dolcezza a quell'amore
diverso eppure cos appagante.
Dopo di lei c'erano stati degli uomini e nessuno era stato
come lei.
Il rumore dello scroscio della doccia la costrinse a pensare
a Kate nuda, sotto l'acqua. Senza di lei.
Un agente della Scientifica era passato a ritirare il telefonino
direttamente all'ingresso del palazzo arcivescovile,
mentre Ardig e padre Dragomir erano gi in auto. Per andare
nel No.Lo. Il nuovo quartiere in di Milano.
Nessuna colata di cemento e cristallo con annessa piantumazione
di alberi a trasformare un'area fatiscente in una
nuova Tribeka newyorkese.
Il No.Lo. c'era gi da decenni. Brutto e ingrigito dallo
smog e dal traffico. Un reticolo di strade con vecchi edifici,
schiacciato tra la Stazione Centrale e viale Monza. Vie strette,
poco verde.
Non piaceva a nessuno fino a pochi anni prima.
Poi, di colpo, era risorto, da brutto anatroccolo a cigno,
senza un perch.
I giovani venuti a Milano in cerca di fortuna e di un alloggio
economico lo avevano rivitalizzato per via degli affitti
bassi, trascinandosi dietro la spensieratezza e l'energia delle
nuove generazioni. Studenti, ragazzi in trasferta lavorativa,
anime in cerca di una propria strada nella vita con l'annesso
carico di desideri e positivit.
Cos avevano aperto baretti, focaccerie, enoteche, piccole
botteghe a illuminare quelle strade buie, facendo rivivere
un quartiere che improvvisamente si era scoperto attraente,
ritrovandosi anche quel nome figo, No.Lo. L'acronimo di
Nord Loreto o North Loreto che suonava ancora pi internazionale.
Artisti, fotografi, VIP: da qualche mese tutti volevano abitare
l anche se il nuovo che avanza era intriso nel vecchio.
L'esempio era proprio piazzetta Martiri Oscuri, che si era
rifatta trucco e parrucco attraverso un invasivo intervento di
maquillage edilizio. Via il vecchio pav, sostituito da colori
vivaci e sgargianti a fare a pugni con la tetra facciata della
chiesa omonima sorta sul cimitero degli appestati, preceduta
da una fama lugubre che quelle pietre nere alimentavano
in modo imperituro. Sotto quel luogo sacro marcivano migliaia
di ossa sepolte senza il conforto di una croce.
In quella terra c'erano la morte, la malattia, la peste.
Ardig era transitato di l qualche volta, senza soffermarsi
su quell'edificio di culto, con quella facciata annerita dalle
fiamme cinquecentesche.
Era piccola, una chiesetta sorta in campagna e poi stretta
dall'abbraccio delle case della Milano che cresceva e avanzava
fuori dai confini della cerchia delle porte storiche.
Ne rimase impressionato, ancora di pi una volta entrato
dentro, dove lo accolse un odore intenso di incenso, misto
a cera.
Dalle fessure superiori filtrava una luce fioca. Sembrava
una stanza con una lampadina fulminata.
Le panche allineate con ordine, quattro confessionali e
due navate separate da un colonnato. Anche in questo caso
di pietre nere.
Nelle navate due nicchie, con affreschi di fattura dozzinale,
roba di artisti minori e sconosciuti. Tutte visioni di
martiri, quasi ossessive, in ossequio al nome di quel luogo di
culto cos insolito e inquietante.
San Sebastiano, sofferente, trafitto con i dardi. San Bartolomeo
con l'espressione stravolta dal dolore dopo essere
stato scuoiato della pelle. San Girolamo terrorizzato e pregante,
circondato dai leoni pronti a sbranarlo. Santo Stefano
in ginocchio, sanguinante, mentre veniva lapidato dalla folla
vociante e gaudente.
Tutti i dipinti esaltavano il dolore e la paura, trasmettendo
un messaggio privo del calore e della speranza che la fede
dovrebbe lanciare.
Eccoli i martiri, certamente non oscuri.
Erano tutti santi illustri e il loro martirio era codificato
nelle sacre scritture e ricordato nelle preghiere e nelle omelie
domenicali.
Tuttavia, comprendeva il significato di quei dipinti, a
esaltare il martirio, la morte in nome della fede con l'annessa
santificazione.
Un monito ad accettare il dolore, la malattia, il sacrificio
per ottenere la luce eterna che avrebbe illuminato tutti i
martiri, anche quelli oscuri.
Solo in quel momento not i fagotti sulle panche.
Imbacuccati nei sacchi a pelo, coperti con berretti di lana.
Homeless che russavano sotto la volta scura che nessun
artista aveva affrescato.
Il loro olezzo aleggiava nella navata.
Scarponi e stivali appoggiati vicino ai luridi borsoni con
le loro cose. I cartocci di vino sparpagliati intorno alle panche.
La casa di Dio trasformata in un dormitorio per barboni
da un prete che pareva il capo degli ultras di una tifoseria
balcanica.
Ecco il perch di quegli incensi: servivano a contrastare il
fetore dei senza tetto.
Si guard intorno.
Nessun fedele sotto la volta, nessun cittadino perbene
si aggirava in quella chiesa, in fondo si sarebbe stupito del
contrario.
E i transessuali?
Ragazze a questa ora lavorano, in casa, ricevono clienti.
Si fece accompagnare verso la nicchia dove aveva rinvenuto
il telefono.
Percorrendo la navata laterale fu colpito da un dipinto
particolare, forse pi appropriato nell'anticamera di uno
studio odontoiatrico.
Una donna, anziana, legata, il viso deformato dal dolore.
Soffriva e pregava, mentre un boia con le pinze le strappava
i denti. Alle sue spalle un grande rogo pronto a ghermirla.
 Santa Apollonia di Alessandria, lei non ha rinnegato
sua fede, anche se strappavano denti a uno a uno. Poi si 
fatta condannare a rogo. Questa  vera fede lo inform padre
Dragomir, con tono coinvolto.
La stessa fede di don Chevron? ironizz il commissario.
Loro santi, noi uomini.
Vale anche per lei?
Mia fede  diversa dagli altri. E come sua fede.
Gli stava indicando la nicchia successiva, a forma ovale.
Sullo sfondo un affresco di carattere diverso dominava
la parete pur lasciando uno spazio vuoto, con della vernice
chiara a ricoprire i mattoni a vista, in contrasto architettonico
con il resto della chiesa.
Era un dipinto recente, qualche decennio, non di pi.
Anche se richiamava lo stile classico dei pittori rinascimentali
era evidente, anche per un occhio profano, che si trattava
di un'opera moderna. I colori erano pi nitidi, il tratto
meno solenne.
Parete  ricostruita conferm il religioso, prima di aggiungere:
Tedeschi avevano bombardato durante la guerra.
Ardig scosse la testa. I tedeschi occupavano Milano per
cui non la bombardavano dal cielo, quello lo facevano gli
americani. Ma di impartire una lezione di storia moderna a
quel teppista in abito sacerdotale non aveva voglia.
Non sembra una parete di settantanni.
Forse pittore ha lavorato dopo.
Chi sarebbe lei?
 Santa Orsola. Lei ha dato la sua vita per difendere sua
virtus, sua verginit. Vedi ha accettato dolore e morte per
non ha ceduto.
Un'altra martire illustre e non oscura.
Qui c'erano foulard e telefonino.
Se Caino aveva scelto proprio quel punto un significato
doveva esserci e poteva essere collegato alla Santa e al suo
martirio. Forse una sorta di contrappasso.
Sant'Orsola era morta per difendere la sua illibatezza.
Don Rogerio Chevron era stato punito per aver ceduto al
desiderio carnale e il viados, Luvanor, a sua volta per averlo
soddisfatto per mercimonio.
Il sacerdote indic la Santa.
Donna che tu vuoi ascoltare viene qui ogni giorno e prega
davanti a lei.
E perch?
Dice che  santa che la chiama.
La visionaria si profilava come una matta.
Si spostarono dall'altra parte della navata in una nicchia
chiusa da un tendaggio nero.
Padre Dragomir spost il telo pesante, svelando una cappella
con una parete ricoperta da un'impressionante serie di
ex voto e un inginocchiatoio davanti a un crocifisso ligneo
con un Cristo scolpito nell'onice nera.
Sull'altra parete un dipinto moderno.
Un uomo morente nel letto, con demoni e mostri ad assediarlo
e un sacerdote con il crocifisso intento a benedirlo
e a scacciare i mostri.
Un dettaglio lo inquiet: l'acqua santa svolazzante era color
rosso sangue.
 una riproduzione di un celebre dipinto di Goya lo
inform padre Dragomir, prima di indicargli un monito,
vergato nel granito, su una lapide sull'altra parete dove era
riportata la stessa scritta tatuata sull'avambraccio di don Rogerio.
Ardig si sofferm sulla frase Vade retro Satana che
stavolta non stava funzionando.
Ora toccava al sacerdote raccontargli del transessuale
che mancava all'appello.
Luvanor a Rio e dintorni era un nome piuttosto diffuso.
Ardig ricordava un modesto centrocampista brasiliano
del Catania a met anni Ottanta, uno che non aveva trovato
fortuna nel nostro calcio.
Nemmeno questo Luvanor aveva trovato fortuna nel bel
Paese.
Una dura vita da transessuale da marciapiede, con tante
amarezze e disavventure giudiziarie fino al capolinea di una
morte orribile e il suo corpo a imputridire chiss dove.
Padre Dragomir lo stava aggiornando su chi avrebbe incontrato.
Luvanor ha cresciuto Morena dopo che sua mamma 
sparita, gli ha fatto da madre e da padre. Loro legame  speciale.
Lei mi ha detto di quanto era accaduto prima che assassino
mettesse telefono in chiesa. Morena ha visioni di morte.
Cadeva sul nascere l'ipotesi che questa Morena potesse
essere implicata nel duplice delitto. Del resto, perch avrebbe
dovuto uscire allo scoperto con la storia delle visioni, accedendo
un faro sulla sua figura?
Questa storia del sogno...
Non  sogno. E incubo. Morena sempre soffre di notte.
Lei sogna i morti, lei vede i morti. Fantasma di sua madre 
dentro sua testa, non va via.
Di bene in meglio, pure il fantasma c'era...
E poi lei  diversa da altre.
Che significa diversa?
Che lei non  come altri, come uomini che diventano
donna. Lei  come angelo che ha tutti i due sessi. Tu mi hai
capito cosa dico?
No, non ho capito.
Che  nata donna ma anche con sesso da uomo, un ermofrodo,
come si dice?
Ermafrodito?
Ecco, questo  nome giusto per sua doppia natura.
Si sorprese.
Ricordava di aver letto che gli ermafroditi erano piuttosto
rari. Individui con alterazioni genetiche per carenze di ormoni,
che non permettevano al feto di sviluppare completamente
uno dei due sessi. Erano prevalentemente feti maschili che si
sviluppavano con sembianze e apparati genitali femminili.
Lei  come farfalla, lei  crisalide che ha tatuato su schiena
concluse padre Dragomir.
Non aveva capito nulla della spiegazione, ma gli importava
relativamente.
Bene, andiamo a conoscere questa crisalide tagli corto
Ardig, prima di ricevere un'ultima avvertenza dal sacerdote
serbo.
Aspetta, c' una cosa ancora che devi sapere.
Cosa?
Morena  creatura bellissima. E angelo caduto dal cielo.
Ardig sorrise stancamente. Un prete che pareva un delinquente,
una chiesa che pareva il set di un film horror, un
assassino che pareva un diavolo riemerso dall'inferno. E
adesso pure un angelo con entrambi i sessi negli slip e la
testa infestata di spettri.
Il men era completo...
Un emissario inviato all'istituto di Medicina Legale da
monsignor Mondoni aveva effettuato il riconoscimento di
padre Rogerio confermandone l'identit.
L'indagine di fatto poteva partire, indagine per omicidio
volontario.
Per rovistare nel torbido del prete nero Ardig aveva
scelto di scomodare l'ispettore Marco Pinton, l'elemento di
maggiore diplomazia e tatto della sezione Omicidi e Reati
contro la persona. Il meno sbirro della squadra.
Un trevigiano dall'eterna aria da bravo ragazzo, la cadenza
veneta che si trascinava nonostante quindici anni di
contaminazione milanese. Un ragazzo giunto alla soglia dei
quarant'anni mantenendo la freschezza dei lineamenti e una
purezza nell'animo che nemmeno gli orrori quotidiani con
cui doveva confrontarsi aveva minato.
Ardig lo schierava quando c'era da confrontarsi con le
brave persone, quelle da trattare bene, con educazione, con
la sua faccia da bravo ragazzo.
Per le anime nere servivano gli altri.
Servivano i muscoli di Farris e la bastardaggine di Santoni,
il suo braccio destro e sinistro.
Mentre il fedele Pinton di fatto era il terzo braccio. E
ogni essere umano di braccia ne ha solo due...
Era un ripiego, eppure l'ispettore veneto si era consapevolmente
adattato a quel ruolo subordinato senza lamentarsi
o chiedere il trasferimento in un'altra sezione.
E non si lamentava neppure quella mattina, nella canonica
della parrocchia di Santa Maria della Fontana.
Il sacerdote brasiliano risultava assente da quattro giorni.
Era scomparso nel nulla, da un minuto all'altro, senza avvisare
nessuno.
Neppure il fidato sacrestano, un settantenne dall'aria mite
e rassegnata, che sembrava un prete senza esserlo.
Si chiamava Alessandro Manzoni.
Con quel cognome dovevano chiamarlo proprio Alessandro?
Evit di informarlo che il curato era disteso in una cella
frigorifera. Meglio lasciarlo bollire nell'illusione che fosse
ancora tra coloro che sono sospesi, nel limbo degli scomparsi.
Quel sant'uomo ci fa tribolare, anche se gli vogliamo bene.
In che senso?
Beh, la nostra  una comunit piccola, anche se il quartiere
 popoloso. Non  che in parrocchia vengano tanti...
ormai tutti dietro a Facebook, a WhatsApp, agli aperitivi. E
chi ha pi tempo di fermarsi a pregare?
Parlava piano, con un tono di voce monocorde.
Si domand chi fosse stato in una vita precedente
quell'uomo dal nome cos impegnativo.
Al dito portava una fede sbiadita, un tempo dorata, ora
ingrigita.
Il sacrista colse il suo sguardo e intu.
Ero un insegnante, un teologo, insegnavo religione. Ma
da qualche anno sono pensionato. Sono rimasto vedovo,
sono rimasto solo e allora mi dedico alle incombenze della
nostra parrocchia.
E don Rogerio Chevron?
Un uomo in perenne difficolt, sempre nella via di mezzo
tra il peccato e la redenzione.
Che significa?
Che sta nel guado, che ancora, nonostante la sua non
verdissima et, non ha trovato la sua strada. Quella vera.
 stato adottato dai missionari quando era bambino,  cresciuto
in una colonia, poi  venuto qui in Italia a studiare
e ha scelto l'abito senza una vera vocazione a spingerlo a
prendere i voti. Lo ha fatto perch era stato accolto, per
gratitudine. E il doversi occupare per tanti anni di esorcismi,
a contatto con il demonio, lo ha contaminato. Cos mi
ha detto qualche volta. La verit  che dedicarsi a Dio non
 una scelta semplice, implica gravi rinunce. Una famiglia,
l'amore, anche quello carnale...
Parlava davvero come un prete pur non indossandone la
tonaca.
La scomparsa del vostro sacerdote potrebbe essere collegata
a quella di un transessuale.
Manzoni scosse la testa.
Luvanor? E lui?
Lo conosce?
Qui  di casa. Di giorno viene spesso, diciamo senza gli
abiti professionali. Un'altra creatura sempre nel mezzo, di
quelle due anime che si porta dietro, quella maschile e femminile.
Ma alla fine  una brava persona.
Gli indic delle pareti.
Ci ha aiutato lui a risistemare l'appartamento. Da ragazzino
in Brasile aveva fatto il muratore e ci sa fare ancora.
Don Chevron frequenta solo questo Luvanor?
Il sacrestano scosse la testa, pi infastidito che imbarazzato
dall'argomento.
Non so cosa dirvi, tenderei a escluderlo. Il don trascorre
fuori quasi tutte le sue notti. Quando arriva il buio diventa
irrequieto, come fosse un'anima dannata, posseduta dal demonio.
Come se negli anni da esorcista avesse assorbito il
male che scacciava dagli altri. E poi al mattino, con la luce
del sole, torna un uomo timorato di Dio e trascorre le mattine
sull'inginocchiatoio a chiedere perdono per i suoi peccati
notturni. Turbato, sinceramente pentito. Poi esce e porta il
cibo agli indigenti, ai senza tetto, agli immigrati, che sono
accampati intorno alla Stazione Centrale. Si monda l'animo
con la preghiera e l'aiuto al prossimo.  come una tela di
Penelope: cos di giorno si ripulisce dai peccati e poi la notte
torna a sporcarsi l'anima e la coscienza. E pure l'abito sacro,
anche se poi non lo indossa quando esce.
E dove va?
In giro, ogni tanto arrivano delle multe prese nelle strade
dove vengono effettuate le pulizie del manto stradale.
E la macchina?
Era del precedente parroco. Non abbiamo cambiato i
documenti e il libretto. Per  rimasta qui dall'altra notte.
Don Rogerio si  allontanato a piedi, probabilmente non doveva
andare lontano.
Effettivamente il No.Lo. non era lontano da l.
Venti minuti di buona passeggiata nel freddo notturno
milanese, in una zona dove il buio era predominante, dove
non c'erano occhi indiscreti a vedere e giudicare. Poi, in
abiti borghesi, nessuno lo avrebbe notato nella zona intorno
alla Centrale, scambiandolo per uno dei tanti immigrati africani
accampati nei dintorni della stazione.
Mi mostri l'appartamento del vostro don Rogerio per
favore?
Via Popoli Uniti. Una strada difficile da trovare, nascosta
dentro un quartiere poco conosciuto ai pi.
Ardig osservava le case. Non passava da anni in quella
via, pur abitando a un chilometro da l.
Era curioso di incontrare questa Morena.
Era stata avvisata via WhatsApp della loro visita.
Li accolse in tenuta casalinga, in leggings aderenti e felpa,
un lieve trucco. I piedi nudi infilati nelle infradito.
Eccolo l'angelo sceso dal cielo.
Ardig fu sorpreso dalla sua bellezza, rimase bloccato a
radiografarla per un eterno istante di troppo, indugiando
sulle forme generose e sulle linee divine del viso angelico.
Lei se ne accorse.
Si attendeva una bellezza androgina, efebica, invece Morena
era un inno alla femminilit.
Un volto dolce e rotondo. I lineamenti delicati, eleganti,
la bocca affettata, le labbra carnose senza eccedere e un'esplosione
di sensualit.
Le gambe lunghe, la linea slanciata, il fisico armoniosamente
muscoloso.
L'unica stonatura era il seno eccessivo, gonfiato da silicone
o da altre sostanze artificiali infilate dal chirurgo plastico.
Pi che un angelo ricordava una di quelle madonne rinascimentali
dipinte dalle mani dolci dei pittori fiorentini.
Gli occhi erano una galleria che si incuneava in un mondo
lontano, come uno squarcio nel mare.
Un turbamento lo colse.
Cosa gli generava quella donna che nascondeva sotto i
panni una parte maschile? Attrazione fisica? O semplice curiosit?
L'ermafrodito garbatamente li invit ad accomodarsi,
mentre accendeva il gas sotto la moka gi preparata.
Padre Dragomir annu domandando una correzione:
Metti grappa per cortesia, per solo un poco.
Ardig fece segno di no, che era a posto cos mentre le
fissava il culo rotondo, plasmato dai leggings elasticizzati, e
i piedini cos ben curati.
L'appartamento era luminoso e gradevole.
Chiss perch si attendeva un tugurio buio e angusto.
Invece, era un trilocale, ristrutturato, con travi a vista e
finestre a vetrata che regalavano luce in ogni ambiente.
Dall'ingresso aveva intravisto un salotto con piante disseminate
ovunque e una gabbia di oltre un metro appesa
con un gancio dentro cui due pappagalli dormivano con il
cranio infossato tra il busto e le ali.
Sul lato opposto una grande libreria dominava una parete.
Un appartamento come quello doveva valere pi di mezzo
milione. Oppure costare almeno milleduecento euro di
canone mensile a stare bassi.
Morena accese il gas iniziando a riassumere quanto riferito
al sacerdote il giorno precedente.
Part dall'incubo premonitore della notte successiva alla
scomparsa del trans.
Luvanor era scomparsa da ormai quattro giorni.
L'aveva vista la sera, a cena.
Lei abita nell'appartamento di fronte, ma la sera ceniamo
insieme. Abbiamo preso le pizze e le patatine dalla rosticceria
qui all'angolo. Poi lei  dovuta uscire per il lavoro.
Stava spiegando con voce flautata che la trans brasiliana
era una alla vecchia maniera, legata al mestiere antico di una
volta.
Anche lei era sbarcata sul web, con un profilo e l'annessa
foto gallery dove esporre la mercanzia, eppure preferiva il
metodo tradizionale.
Aveva un suo giro di clienti fissi che implementava con il
passaparola.
La sua alcova erano alcuni fidati alberghetti squallidi affacciati
su via Vitruvio e su via Benedetto Marcello.
Lei prende una quota sul pagamento della stanza,  un
modo per guadagnare di pi. E poi in hotel sei pi sicura,
se un cliente ti aggredisce ti basta urlare e il portiere sale ad
aiutarti si giustific Morena che aveva evitato lavoro superfluo
alla sezione Omicidi.
Sono andata negli alberghi dove lavora. Luvanor  stata
con padre Rogerio in camera, poi sono usciti insieme. Alle
tre di notte. Il portiere  stato l'ultimo a vederli, poi nessuno
li ha pi incontrati.
Era all'albergo Beverly, anche io ci sono andato, portiere
mi ha detto stessa cosa aggiunse padre Dragomir.
Hotel Beverly. Nome del cazzo per una stamberga a una
stella.
Ardig lo conosceva di fama, un postaccio per le poche
prostitute che ancora si ostinavano a esercitare nelle strade
intorno alla Stazione Centrale.
Donne sul viale del tramonto esistenziale e anagrafico,
che solo dei disperati potevano ingaggiare per una mezz'ora
di sesso mercenario. Quasi sempre i loro clienti erano pensionati,
con cui instauravano un rapporto che andava oltre
la prestazione.
E poi ovviamente c'erano i trans che, storicamente, dagli
anni Ottanta presidiavano i quartieri intorno alla Centrale:
Garibaldi, Porta Venezia, Loreto e via Padova. Le loro zone,
off limits per la concorrenza. Marciapiedi da difendere anche
a costo di fare a coltellate, come era successo a Luvanor.
Morena li accompagn nell'appartamento di fronte.
Era tutto in ordine.
L'arredamento moderno, con scaffali metallici e vetrinette,
contrastava con lo stile caldo della casa di Morena, dove
il legno e la moquette trasmettevano un senso di calore e
accoglienza.
Dal corridoio si intravedeva uno stanzino adattato a palestra.
L'asciugamano appoggiato sulla panca.
Manubri, corde, una cyclette, un tapis roulant e dall'altro
lato la panca per gli esercizi.
Luvanor si allenava qui, ogni tanto vengo anch'io, ma
quando posso preferisco andare in palestra per svagarmi.
Poi faccio pilates e qui non c' spazio.
In fondo al corridoio due stanze da letto.
Una camera tradizionale, sobria, la camera dove dormiva
la padrona di casa.
Nell'altra troneggiava un letto doppia piazza con coperta
rossa su lenzuola rossa, candele appoggiate a un ripiano,
faretti con lampade rosse, lo stereo, un grande specchio a
parete.
L'alcova per ospitare i clienti quando non andava in albergo.
Un classico delle sex worker era scindere in due distinti
ambienti le loro diverse sfere, quella privata e quella professionale.
Rientrarono nella casa di Morena che intanto stava anticipando
quello che avrebbero scoperto a breve consultando
i loro archivi telematici, rivelandogli una banale storia
di sangue che risaliva alla seconda met degli ormai lontani
anni Novanta: aveva aggredito un uomo, con un pugnale, e
si era fatta dentro quasi dieci anni.
Ardig prese nota di tutto, poi le rivolse una sola domanda
su padre Rogerio Chevron.
Viviamo in due appartamenti diversi proprio perch
ognuno ha i suoi spazi. E la sua privacy. Qui lui non viene
mai, per non farsi vedere da qualcuno. Nel quartiere lo conoscono
tutti.
Per questo si vedono di notte negli alberghi?
Lei annu.
Loro sono amici da sempre,  come se stessero insieme.
Se lui non fosse un prete sarebbero una coppia.
Per Luvanor si fa pagare.
Perch per lei  lavoro, lei deve lavorare. Se lui l'avesse
sposata mica faceva la vita che fa ora.
Ardig ancora una volta si rendeva conto di non conoscere
a fondo il mondo che lo circondava, pur essendo a un
chilometro da casa sua.
Una persona ermafrodita snocciolava termini come matrimonio,
coppia, stare insieme, abbinati a un sacerdote e a
un transessuale che batteva sotto i lampioni.
Il mondo correva troppo in fretta e lui perdeva i colpi. E
il fatto di non riuscire a staccare gli occhi da quella meraviglia
della natura glielo confermava.
Mi dica del sogno che ha avuto.
Non era un sogno ma un incubo. Ho visto la morte, il
dolore. Mi capita spesso, purtroppo.
Morena ricapitol le immagini confuse di quella notte.
Era successo due giorni prima.
Dunque, l'incubo era arrivato circa quarantotto ore dopo
il duplice delitto.
Morena non aveva visto i volti, solo la schiena incisa e le
vipere.
Coincideva perfettamente con quanto mostrato da Caino
nel suo video.
Naturalmente avrebbe controllato i suoi spostamenti,
tuttavia non aveva dubbi sulla sua estraneit al duplice omicidio.
Luvanor era il suo unico parente e poi non si sarebbe mai
esposta, facendosi avanti.
Ardig chiese il permesso per fumare.
Si avvicin al davanzale e spalanc la finestra.
Lei intu i suoi ragionamenti.
 da quando sono bambina che sono tormentata da
brutti sogni, che vedo la morte. E vedo sant'Orsola, sempre
lei.
L'ermafrodito si ferm un istante prima di contestualizzare:
Per anni tutti hanno cercato di aprire la mia testa e vedere
cosa ci fosse dentro, per capire il perch. Anche padre
Rogerio mi ha curato, mi ripeteva che il diavolo era entrato
dentro di me, nel mio cervello. E poi diversi psicologi, con
gocce, tranquillanti, intrugli di ogni genere. Niente, gli incubi
non mi hanno mai abbandonata. Vedo sempre i morti, ma
senza volto. Come la donna bionda di qualche giorno fa.
Ardig si irrigid improvvisamente.
Che bionda?
L'ho sognata una settimana fa. E per terra, in un luogo
lontano, oscuro. Ha le mutandine e il reggiseno e la schiena
tutta ferita...
Si appoggi una mano sugli occhi come se non volesse
vederla.
...E poi c' un mostro meccanico.
La vecchia gru nel parco delle memorie industriali.
 tutto buio.  tutto confuso.
Ardig rabbrivid. Quella donna era sincera.
Nessuno conosceva i dettagli del ritrovamento del corpo
di Christine Larsen, tranne il suo assassino ovviamente.
In quegli occhi non vedeva il male. Non era lei, non poteva
essere lei.
Salut Morena, con una stretta di mano formale.
Padre Dragomir aveva colto il suo turbamento e appena
scesi in strada lo provoc.
Anche tu ha sbandato quando vedi Morena. Lei  messaggio
di Dio. Come quando Michelangelo ha dipinto Cappella
Sistina, Dio guidava sue mani.
Il poliziotto scosse la testa.
Un prete che scomoda Dio per elogiare una prostituta?
Il serbo si gir di scatto.
Lei non  prostituta. Non fa pi mestiere. Tu non sai
sua storia.
Ardig si accese una sigaretta.
E cosa fa la nostra Morena?
Lei ha studiato, fa dipinti, sculture, lavora con il legno,
fa opere d'arte. Ha negozio vicino a casa dove vende quello
che crea.
Un'ermafrodita cresciuto da un transessuale, un'ex prostituta
diventata artista.
La vita riservava davvero sorprese continue.
La memoria vivente dei neristi milanesi e lombardi aveva
il volto e il nome di Gabriele Moroni.
Un vecchio segugio, dove vecchio stava per uno della
vecchia scuola. Di quelli che non infiammavano il tunnel
carpale per smanettare con il mouse, ma che si facevano venire
i piedi piatti per le ore trascorse davanti a caserme, aule
giudiziarie, case di reclusione, ospedali o luoghi del delitto.
Moroni era un giornalista che aveva toccato con mano la
cronaca nera, vivendo a tu per tu con gli inquirenti, annusando
il fumo delle loro sigarette, i loro aliti impregnati di
troppi caff, ascoltando le loro imprecazioni, i loro starnuti
mentre prendevano freddo e l'odore del loro sudore quando
bollivano sotto il sole.
In quarantanni da nerista le aveva viste tutte.
Dalla scia degli anni di Piombo alle ultime schermaglie
dalla mala, dai suicidi di Tangentopoli al caff al cianuro
di Sindona, passando per altri mille casi fagocitati dal buco
nero che inghiotte la cronaca dopo un tempo sempre pi
contingentato.
Fino ai crimini pi celebri del nuovo millennio, la strage
di Erba, l'omicidio di Garlasco, i cadaveri disseminati dalle
Bestie di Satana, l'inquietante delitto di Yara.
Li aveva seguiti tutti, pi degli altri, meglio degli altri,
leggendosi ogni atto processuale, ascoltando parenti delle
vittime, testimoni di accusa e difesa.
Da qualche anno era in pensione, ma continuava a strimpellare
sulla tastiera del portatile, sempre come nerista, anche
se da collaboratore e la sua memoria non perdeva un
colpo.
Stavolta si erano incontrati in Buenos Aires, a due passi
dalla redazione de Il Giorno, in una caffetteria che serviva
anche centrifugati di frutta e verdura.
Ancora una volta toccava a Barbara fare da interprete per
la collega inglese, mentre Moroni sfogliava gli articoli con
un'espressione impassibile.
Per tutta la mattina gli uomini della sezione Omicidi e
Reati contro la Persona si erano dedicati alla scansione maniacale
dei quarantatr secondi di video inviati da Caino.
Non c'era nulla che potesse aiutarli.
Quelle immagini confermavano quanto aveva gi raccontato
il corpo di don Chevron.
Il resto era tutto confuso e oscuro, incluso il luogo dove
era stata eseguita la ripresa.
Poteva essere un edificio abbandonato.
Peccato che tra Milano e l'hinterland ci fossero centinaia
di edifici abbandonati.
Caino aveva scelto bene cosa riprendere e aveva calcolato
altrettanto bene i tempi, scandendoli in base alla sua logica
assassina.
Gli aveva scodellato il corpo di padre Chevron nella sua
impietosa nudit per offrire alla loro vista l'incisione della
croce di San Pietro, a incarnare il suo peccato.
E prima ancora il video, per annunciarsi e spiegare il perch
della sua missione omicida.
E quel giorno... diventa Caino... il veleno... porta la
morte... La mia storia... voi... scritta nel dolore... subirete...
chi sbaglia... il prete nero...
Ardig si era ascoltato all'infinito quelle frasi smezzate,
finendo per memorizzarle. Un assassino che si presenta con
il nome del celebre personaggio biblico, che utilizza la terza
persona annunciando di portare il veleno e la morte.
Fin qui tutto chiaro.
Di pi, spiegava che la sua storia era scritta nel dolore
inframezzando la frase con un voi e un subirete.
A chi si riferiva? Voi chi? Chi avrebbe subito?
La chiesa evidentemente, dato che il video era stato recapitato
in un luogo consacrato al Signore e la vittima era un
religioso.
Caino racconta di una storia scritta nel dolore.
Un abuso sessuale? Omosessuale? Pedofilo?
Poi la chiosa, subirete.
Collegato al voi. Voi subirete.
Un riferimento alla chiesa.
Con quel chi sbaglia e prete nero a terminare quell'anagramma
mortale.
Suonava come la pronuncia di una condanna a morte per
il peccatore don Rogerio Chevron e di riflesso per il corpo
con cui aveva peccato.
Ora mancava solo Luvanor.
Dovevano ripartire dal transessuale.
La storia di don Chevron non rivelava nulla di sconvolgente.
Orfano, cresciuto nella missione di San Cristobal, era arrivato
in Italia appena maggiorenne, nel 1975, per entrare in
seminario. Ordinato sacerdote nel 1981.
Non c'era altro nella scheda fornita dalla curia.
Nessuna traccia dei suoi trascorsi da esorcista, nessun
cenno ai misteri della chiesa dei Martiri Oscuri.
Nel gennaio del 2020 la Curia milanese non transigeva
all'aurea regola del lavarsi i panni sporchi in casa propria.
Gabriele Moroni li aveva accompagnati nella pancia della
sede de Il Giorno.
Tre piani sotto la redazione, in un elegante palazzina liberty
tinteggiata di giallo, affacciata su corso Buenos Aires.
L'archivio cartaceo era al piano interrato. Non proprio
uno scantinato, pi che altro un ammezzato.
Ogni mese era racchiuso in un volume incasellato in uno
schedario con un'etichetta precisa. Il vecchio nerista sapeva
cosa cercare.
And a colpo sicuro sul luglio del 1993.
Si fece passare il volume da un commesso dall'aria svogliata
e lo appoggi su un tavolo metallico illuminato da
un'abat-jour. Inizi a sfogliarlo nelle pagine finali.
Eccolo qui, s, mi ricordavo di un omicidio particolare,
che doveva essere... si sar stato il giorno prima della bomba.
Che bomba? domand ingenuamente la Lunardon.
Quella di via Palestro rispose secco Moroni.
La seconda orribile bomba di Milano.
Ventiquattro anni dopo quella di piazza Fontana, bomba
diversa, stesso orrore.
Un ordigno collocato in un'invisibile Fiat Uno, un'auto
anonima, che nessuno notava.
Era stata rubata il giorno prima e imbottita di tritolo.
Intorno alle ventitr di una torrida sera di fine luglio un
agente della polizia municipale aveva notato la macchina e
qualcosa di strano al suo interno.
Un fumo bianco che aleggiava nel sedile posteriore.
Aveva contattato i Vigili del Fuoco per un accertamento.
Normale routine, mentre i tre pompieri e l'agente la stavano
ispezionando era saltata in aria uccidendoli tutti sul
colpo e uccidendo anche un malcapitato immigrato africano,
che dormiva su una panchina poco distante, all'interno
del giardino di via Palestro, pure lui investito dall'onda d'urto
della deflagrazione.
Nessun timer con l'orario sbagliato: a premere il detonatore
era stato lo stragista, scegliendo volutamente di provocare
pi morti possibili.
Quella stessa notte, anche se era gi passata mezzanotte e
dunque il calendario segnava il 28 luglio, erano esplose altre
due analoghe bombe a Roma davanti alla chiesa del Velabro
e alla Basilica di San Giovanni in Laterano.
Nessun morto, una ventina di feriti e danni ingenti ai luoghi
sacri.
Erano tutti ordigni di mafia, come quello deflagrato due
mesi prima a Firenze davanti all'accademia dei Georgofili,
con altri cinque morti innocenti.
Era l'estate degli attentati di Cosa Nostra, decapitata
dall'arresto di Tot Riina, che non colpiva pi i magistrati in
prima linea a Palermo ma aggrediva lo Stato, ferendo le sue
citt, i suoi monumenti, la sua popolazione, per costringerlo
a scendere a patti.
Una pagina nera della storia repubblicana, che avrebbe
portato ad accordi sotterranei tra le istituzioni e i mafiosi,
per interrompere la guerra e voltare pagina.
Con il tramonto della mafia diretta dai corleonesi e l'instaurazione
di nuovi vertici accettati dallo Stato, in cambio
della pace. In Sicilia e in Italia.
Malerba aveva diciannove anni quella notte e ricordi ormai
sbiaditi.
Seguiva la cronaca giudiziaria e il diluvio di arresti e nuovi
filoni di indagini prodotti ogni giorno dal pool di Mani
Pulite.
Quella bomba l'aveva vissuta da milanese, ma non da
giornalista.
Moroni s, lui l'aveva seguita dalla prima linea e ricordava
tutto, anche di aver mollato il caso della punkabbestia.
Un'emarginata, una disadattata. Una ragazza perduta tra
droga e cattive compagnie, che vagava agli angoli delle strade,
trovando riparo nelle case occupate della zona dei Navigli.
Improvvisamente la rivide davanti a lui.
La ragazza della Darsena.
Morena era stata sincera sul conto di Luvanor.
Nei registri telematici dell'anagrafe del Comune di Milano
risultava iscritto come Luvanor Rafael Andrade.
Il suo ingresso in Italia era registrato nel 1978.
Era nata a San Cristobal. Proprio la localit dove era situata
la comunit missionaria in cui era cresciuto don Rogerio.
La loro storia era in quelle coincidenze geografiche e
temporali: si erano conosciuti bambini, si erano ritrovati
ventenni a Milano, erano stati uccisi insieme sessantenni,
dallo stesso Caino.
La carta d'identit di Luvanor Andrade, dove era registrato
come maschio alla voce sesso, raccontava che era nato
nel mese di maggio del 1958.
Andava per i sessantadue, anche se nelle tante foto che
l'agente Scalise stava ramazzando in rete ne dimostrava una
dozzina di meno.
Appariva molto arrapante nello tsunami di istantanee che
aveva diffuso sui vari siti di incontri a pagamento sfoggiando
gambe affusolate, tette siliconate perfettamente rotonde e
culo di marmo solcato dalla striscia del perizoma.
Portava bene i suoi anni, li portava bene pur avendoli
vissuti male con una vita piena di guai decisamente peggiore
rispetto a quella cantata da Vasco.
La fedina penale snocciolava una serie di precedenti e
di condanne da far tremare le vene ai polsi. Adescamento,
atti osceni, resistenza a pubblico ufficiale, violenza per
poi impennarsi con una condanna a nove anni e quattro
mesi di reclusione per tentato omicidio, lesioni gravi e rapina.
Dalla scheda del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria
risultava che aveva scontato la detenzione tra il
1996 e il 2005 nelle case di reclusione di Opera e Monza.
Leggendo le carte emergeva una storia di violenza da notti
buie sul marciapiede.
Luvanor era un energumeno di un metro e ottanta e spalle
da magutto che rispondeva con calci e schiaffi alle offese
dei clienti che lo abbordavano malamente.
Fino a una notte di settembre, nel 1996, in cui aveva esagerato
rifilando una coltellata a un cliente, dopo avergli fracassato
la faccia e averlo derubato di portafogli e orologio.
L'aggressione era avvenuta in via Confalonieri, una traversa
dell'isola, quando il quartiere radicai chic, scelto da
VIP e milionari come loro bueno ritiro milanese, era ancora
un postaccio poco raccomandabile con strade buie e casermoni
fatiscenti.
Processato per direttissima, subito in cella.
Nella scheda del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria
era contenuta l'altra condanna ricevuta dal trans.
Nel 1998, sempre per tentato omicidio e lesioni, per una
puncicata rifilata a Opera a un altro detenuto con una
molletta della branda buona solo per sfregiare, non per sbudellare.
Il ferito se l'era cavata a buon mercato con un taglio sulla
pancia senza toccare organi vitali.
Da l il trasferimento a Monza e il prolungamento del
soggiorno nelle patrie galere fino al 2007.
Ardig si sofferm sul nome del detenuto ferito: Lazzaro
Turigliatto.
Chiese a Scalise di avere subito la sua scheda.
Una sigaretta, il caff al baretto di via Cardinal Federico,
una sbirciata ai giornali, che quella mattina riportavano in
trafiletti striminziti la notizia del cadavere di un immigrato
ritrovato sotto il cavalcavia della tangenziale Est.
Nessuno tra i giornalisti sapeva chi fosse quell'uomo di
colore.
Meglio cos. La notizia sulla sua identit per un po' non
sarebbe trapelata. Ci avrebbe pensato la Curia milanese a
silenziare i media, con la consueta efficienza.
Si accese un'altra sigaretta da fumare con lente boccate,
riempiendosi gli occhi con la bellezza di piazzetta San
Sepolcro, con lo sguardo rivolto all'uscita posteriore della
Pinacoteca Ambrosiana.
Dietro quel muro c'era la biblioteca Federiciana, con la
collezione degli schizzi di Leonardo da Vinci.
Le meraviglie visionarie del Genio, la bellezza della scoperta
e del guardare al futuro.
Si volt osservando alle sue spalle la facciata di Palazzo
Castani, che ospitava la sede del commissariato Centro e la
distaccata sezione Omicidi.
Da Leonardo a Caino.
In mezzo una piazzetta chiusa al traffico e lui, un uomo
solo, sempre in prima linea in questa battaglia silenziosa
contro il male.
Quando risal in ufficio la scheda del sospettato era gi
assemblata dal solerte agente Scalise.
Eccolo il brutto muso di Lazzaro Turigliatto.
Da Caino a Lazzaro.
Dal Vecchio Testamento al Nuovo.
Nome appropriato Lazzaro, visto che da quella rasoiata
ricevuta dal trans era risorto a nuova vita.
Anzi vecchia, esaminando la sua fedina penale.
Dentro e fuori in continuazione, come se le case di reclusione
avessero porte scorrevoli.
Entrava e usciva a cicli biennali.
L'ultimo giro a San Vittore lo aveva fatto tra il 2016 e il
marzo 2018.
Analizz la sua scheda. Condannato per estorsione, usura,
associazione a delinquere, ricettazione, truffa.
Ma figuriamoci, non  lui Caino borbott incazzato,
sventolando la scheda di Turigliatto.
Un bel soggettino, valeva comunque la pena farci una
chiacchierata, portandosi dietro il quintale di muscoli e cattiveria
di Farris.
Nel giornalismo di una volta, quello che sopravviveva ancora
nei primi anni Novanta, prima delle leggi sulla privacy
e di tutto quel corollario di norme deontologiche per tutelare
la riservatezza di ogni cittadino, era consentito pubblicare
le foto dei cadaveri, ripresi dal collo in su.
La ragazza della Darsena aveva goduto del suo unico
momento di celebrit postuma il giorno dopo essere stata
ritrovata senza vita sull'argine erboso dove si biforcavano i
due rami dei Navigli, il Grande e il Pavese.
Quando la Darsena, ben prima del recente lavoro di restyling
edilizio subito nell'ultimo decennio, era solo un ampio
fossato che ospitava una sorta di palude con flora fluviale,
erba incolta e vecchi muri scrostati a contornare un
argine in pietra dove stavano accampati senza tetto, tossici
e disperati.
Sull'altra sponda c'era il grande parcheggio in cemento
che il sabato mattina ospitava il tradizionale mercatino della
Fiera di Senigallia.
La giovane punkabbestia era stata ritrovata la mattina
del 25 luglio, sotto l'arcata del ponte dell'incrocio di viale
Gorizia.
Era riversa nel suo sacco a pelo affondato nell'erba. Aveva
la schiena traforata di coltellate e i capelli tagliati. Lo sfregio
risaltava agli occhi degli inquirenti e dei giornalisti accorsi.
Moroni indic il suo articolo del 26 luglio.
Giovane. Intorno ai venticinque anni. Era una senza
fissa dimora. Dormiva nella casa occupata di viale Gorizia,
insieme ad altri anarchici e autonomi. Non aveva documenti.
Gli inquirenti stanno ancora lavorando per identificarla.
 stata ammazzata presumibilmente due notti
prima del suo ritrovamento, nella notte tra il 23 e il 24
luglio. Non ci sarebbero testimoni, nessuno avrebbe notato
nulla di anomalo. I senza tetto che hanno dato l'allarme
erano convinti che fosse semplicemente ubriaca e stesse
smaltendo la sbronza. Il caso  stato affidato al sostituto
procuratore Emanuele Serlio che per ora mantiene il massimo
riserbo, limitandosi a dire che le indagini saranno in
ogni direzione. Ma intanto la priorit resta identificare la
vittima.
Lazzaro Turigliatto era uno dei tanti misteri del sottobosco
criminale milanese.
Uno che si era fatto dentro una dozzina di anni, eppure,
da quando era uscito, aveva rilevato una concessionaria di
automobili a Roserio, nell'estrema periferia nord della citt.
Facile immaginare dove avesse rimediato i quattrini per
rilanciarsi da galeotto a imprenditore.
Tuttavia, non inseguivano un ricettatore o un estorsore,
inseguivano un Caino. Le regole degli altri sbirri non valevano
in questo caso e se fosse stato necessario avrebbero utilizzato
la mano pesante. Tanto quelli l non denunciavano.
L'ispettore Pinton stava esaminando l'appartamento di
padre Rogerio scortato a vista dal Manzoni.
Un tinello, un soggiorno con due divani e una televisione
vecchio modello, un bagnetto e la camera da letto ampia,
divisa tra studio e letto.
La stanza offriva uno spettacolo sorprendente.
Nel mezzo, a separare la scrivania dalla branda, il giorno
e la notte, dominava un inginocchiatoio in legno con tomi e
salmi sparpagliati intorno.
Dal leggio penzolava una corda annodata.
Era lurida.
Pinton la osserv con attenzione.
Era piena di macchie scure sopra una stuoia di vimini,
anch'essa chiazzata di macchie scure.
Il Manzoni annu con aria severa: E proprio come pensa,
don Chevron si punisce, si flagella per i suoi peccati.
Il perpetuo utilizzava un sincero presente.
Per lui il prete era vivo e lo sarebbe stato per ancora qualche
ora.
Era l'ignoranza a tenerlo in vita.
L'ispettore sfior la stuoia.
I suoi peccati erano il transessuale?
E non solo con l'indice gli mostr un computer portatile
sulla scrivania.
Dietro era acquattata una libreria con volumi religiosi.
Pinton ne scorse i titoli notando subito un volume pi
ampio, De exorcismis et supplicationibus quibusdam. Anche
il tomo appaiato si annunciava con un titolo eloquente:
Exorcismus in Satanam et Angelos Apostaticos.
Rabbrivid domandandosi chi fosse veramente don Rogerio Chevron.
La bomba del Padiglione di Arte Contemporanea si era
portata via cinque vite innocenti e la scia di quell'esplosione
aveva inghiottito anche la ricerca di giustizia dovuta a una
giovane ragazza alternativa trucidata sull'alzaia del Naviglio.
L'indagine sul delitto della Darsena era stata mutilata da
quell'attentato.
Moroni ora rivedeva tutto, i ricordi stavano emergendo
dallo strato grigio della sua memoria, venivano a galla come
le bollicine dell'acqua tonica che aveva ordinato in un bar di
corso Buenos Aires dove si erano spostati dopo aver visionato
e fotocopiato gli articoli su quei giorni lontani.
Prima la bomba, poi il liberi tutti di agosto.
Non era destino che l'opinione pubblica si interessasse di
Luciana Tagliabue.
Era stata identificata dopo diversi giorni e, di fatto, l'inchiesta
sul suo omicidio si era fermata l. Zero testimoni,
zero pressione mediatica.
Milano, dopo la strage di via Palestro, aveva trascorso
notti da incubo, con continui infondati allarmi bomba a tenere
sveglia la citt, con sirene a urlare nei viali, artificieri
che parevano alieni calati da Marte e la paura nell'aria che
entrava dalle finestre aperte insieme all'afa.
Qualche giorno da incubo, poi era arrivato agosto con
le ferie che avevano spazzato via tutto: la bomba, i morti, la
paura, i falsi allarmi.
La City si era svuotata, tutti al mare per tre sacrosante
settimane e al rientro a casa, a settembre, i milanesi avevano
cominciato un nuovo anno lavorativo voltando pagina, lasciandosi
tutto alle spalle.
Stava finendo anche l'onda interminabile di Tangentopoli
dopo i suicidi eccellenti di Cagliari e Gardini. La montagna
della politica corrotta era crollata, seppellendo la DC, il
PSI, i partiti minori come il PRI, il PLI e il PSDI, e insieme
a loro l'intera Prima Repubblica.
Si apriva il processo all'ormai unico imputato, il faccendiere
Sergio Cusani. L'infinit di arresti e avvisi di garanzia
aveva partorito il topolino del processo allo sconosciuto Sergio
Cusani, il capro espiatorio di atavici mali decennali di
tutta la corruzione italiana.
Sostanzialmente l'unico imputato a finire alla sbarra in
un'inchiesta che aveva travolto tutto e tutti, solo per processare
un uomo ignoto al grande pubblico che faceva dei
silenzi il suo tratto distintivo.
Intanto Berlusconi preparava la discesa in campo e tutto
cambiava cos velocemente che il passato restava indietro,
sempre pi lontano.
Negli specchietti retrovisori nessuno vedeva pi il fumo
della bomba di via Palestro. Milano aveva voluto dimenticare
la strage del 27 luglio e le sue cinque vittime.
E, nella scia del buco nero della bomba, si era spenta anche
la meteora di Luciana Tagliabue, rimasta senza giustizia.
Roserio  un quartiere schiacciato tra lo snodo autostradale
e il confine dell'hinterland con il comune di Baranzate.
A separarli un cartello stradale in mezzo ai palazzoni della
strada Varesina, proprio in mezzo a una concessionaria di
prestigio e a una rivendita di auto usate.
TurigliAuto, un nome del cazzo.
Aveva sostituito una sola lettera, forse per risparmiare
sulle carte bollate.
Il pregiudicato gestiva una rivendita di auto straniere di
seconda mano, rimesse a nuovo dall'officina interna.
Ardig e Farris sorrisero per non incazzarsi. A meno di
un chilometro in linea d'aria sorgeva un enorme campo Rom
zeppo di auto e ricambi di dubbia provenienza. Mancava
solo sapere dove fosse la stamperia clandestina che sfornava
i libretti delle auto fregate in Svizzera o in Austria e rimesse
in circolazione in Italia, pagando l'ovvia mazzetta a qualche
funzionario della Motorizzazione.
Entrarono nel parcheggio interno.
Ad accompagnarli l'agente-autista Antonio Linares, il
ragazzo palermitano di poco cervello e stazza notevole, da
poco tempo trasferito dal reparto mobile della Celere.
Li accolse un giovane venditore che rimbalzarono con
metodi spicci e i tesserini gi appesi al collo.
Si infilarono nell'hangar che ospitava un centinaio di auto
tirate a lucido.
Berline tedesche in prevalenza. BMW, Audi, Mercedes,
anche delle Saab.
Turigliatto era all'interno di un bugigattolo stile acquario,
pelato ma con la coda alla Baggio, giacca scura e camicia
bianca. Cinquantotto anni da poco compiuti, altezza media,
una pancia a pera.
Si accomodarono senza bussare.
Il cliente presente decise di defilarsi educatamente vedendo
i tesserini.
Prego, prego, fate come se state a casa vostra ironizz
Turigliatto, con un italiano incerto e la tipica faccia tosta di
uno che avrebbe dovuto essere preso a schiaffi subito.
A che devo il piacere?
A lui.
Gli mostrarono la foto segnaletica di Luvanor.
Minchia, sto gran pezzo di merda...
Si ferm un istante.
E siete qui per lui? Cazzo ha fatto? domand stupito.
Siamo qui per te lo fredd Ardig.
Quello per era un criminale di lungo corso, scaltro a
sufficienza per non spaventarsi davanti al braccio violento
della legge.
E vi siete fatti un viaggio a vuoto. E che volete che vi
dica? Questo sono vent'anni che non lo vedo. Che  meglio
per lui.
Con la mano accarezz il fianco nella parte sinistra, poco
sopra la cintola: Otto punti di cucitura, mortacci sua.
Era tranquillo, al limite dello spocchioso.
E se ti dicessimo che riteniamo che Luvanor abbia fatto
una brutta fine?
Non si scompose.
Non ti ho capito, che io che cazzo c'entro con questo
qui?
Ha cercato di ucciderti, fai te! Ora hai capito perch
siamo venuti a trovarti? sibil Ardig.
Poi, rivolgendosi a Farris: Che dici? Lo portiamo in
commissariato e facciamo due chiacchiere tranquilli?.
Turigliatto si spost nervosamente sulla sedia.
Cazzate, non lo vedo da anni sto scherzo della natura.
Vedete che state sbagliando di indirizzo.
Deduco che tu abbia un alibi di ferro per le ultime sere.
Ieri sera ero a casa. Ho moglie e due figli e pure mia
mamma in carrozzina. Abito qui vicino, ho guardato la TV e
sono sceso per un amaro gi al bar Freedom, che sta proprio
sotto casa, per due parole con gli amici. Minchia, ci stanno
trenta persone che possono confermarlo, andate dai, andate
a chiedere al Freedom.
Bar Freedom suonava come una presa per il culo, prevedendo
la fauna locale composta in prevalenza da pregiudicati
o ex carcerati.
Immagino la clientela ricercata. Magari c'era anche
Matteo Messina Denaro ironizz il capo della Omicidi.
L'altro non colse l'ironia e scosse la testa come dire che,
no, il capo di Cosa Nostra, ricercato da decenni non c'era al
bar Freedom.
Ok, questo ieri sera, e le sere precedenti?
Che cazzo, mica posso saperle tutte che cosa ho fatto,
ma  un po' di sere che faccio la stessa cosa, mangio, guardo
un po' di TV, scendo gi al Freedom per un amaro e torno su
in casa. Controllate cazzo, controllate, chiedete cazzo.
Uno come te mica si sarebbe sporcato le mani... avrai
incaricato qualche tuo amico con cui ti bevi l'amaro lo provoc
Ardig.
Ma quando mai? Per quello l? Sono passati vent'anni,
che se volevo fargli la pelle a quel travone l gi da mo' che
lo avevo fatto...
Facciamo che ti credo. Perch non lo avresti fatto?
E perch dovevo farlo? Per un graffio? Che poi a me subito
mi mettete le manette, che sono cos scemo? E mi sarei
preso dieci anni per cosa? Per quello l? Ne valesse la pena?
La grammatica italiana si rivoltava nella tomba.
La logica no, il ragionamento filava.
Erano trascorsi pi di ventidue anni da quella pugnalata.
Tempo e occasioni per regolare i conti con Luvanor non
sarebbero mancate e un pestaggio con i controcazzi sarebbe
bastato per pareggiare l'onta.
Al bar Freedom c'era sicuramente un buon picchiatore
pronto a conciare per le feste un travone per una banconota
da cento euro.
Secondo te chi lo ha fatto fuori?
Turigliatto ora si stava rilassando.
E proprio a me lo venite a chiedere? La sfilza  lunga per
quelli l, clienti, papponi, altri suoi amici come lui. Quello
era uno che gli fumava il carattere, io ci ho fatto due carezze
al passeggio e quello all'indomani mi ha lamato. Manco se
glielo mettevo in culo nelle docce...
Analfabeta, scurrile, ma sincero.
Avevano fatto un viaggio a vuoto.
Del resto, che uno cos potesse essere il loro Caino, non
lo aveva mai neppure sospettato.
Gli articoli sull'omicidio della Darsena si diradavano con
il passare dei giorni fino a sparire con l'arrivo dell'autunno.
Alcuni trafiletti sparuti ad agosto, quando la vittima era stata
identificata, gli ultimi a settembre.
La memoria di Luciana Tagliabue, come una foglia ingiallita,
era stata spazzata via dai venti autunnali, cos il caso
della punkabbestia pugnalata sotto le arcate della Darsena
era scomparso dai radar.
Kathleen era assorta nel prendere nota.
Negli articoli si parlava solo e sempre della vittima e mai
dell'assassino.
Nessuna ipotesi, tranne l'evergreen del movente sessuale.
E quasi nessun accenno al fatto che le avesse tagliato i capelli,
particolare omesso gi dopo il primo articolo.
Moroni era stato utile, di pi non poteva fare.
La Lunardon intanto stava tirando le sue conclusioni.
Christine Larsen deve aver seguito la trasmissione televisiva
a TV2 dove ho raccontato di questo delitto e del fatto
che forse il Viaggiatore fosse partito proprio da Milano.
Evidentemente lei aveva motivi per collegare la sorella alla
Tagliabue. E dato che era la citt dove  scomparsa la sorella
ha scelto di venire a Milano a cercare qualcosa.
La O'Donnell scosse la testa senza neppure averle fatto
completare la traduzione.
Ma quale collegamento c'era tra una ragazza scomparsa
anni prima e questo omicidio? borbott nel solito inglese
troppo veloce per essere comprensibile da Malerba e Moroni.
La criminologa le sorrise.
 quello che stiamo cercando di scoprire, no? E secondo
me siamo sulla strada giusta. Cornelia era una alternativa
come questa Luciana. Anche lei viveva in strada, nelle case
occupate. Secondo me si conoscevano, erano amiche e la
scomparsa della prima  collegata all'omicidio della seconda.
Te lo ripeto:  per questo che la Larsen  tornata a Milano.
La O'Donnell la fiss perplessa, chiudendo gli occhi, come
se un'improvvisa stanchezza la stesse assalendo.
Al ritorno in commissariato lo attendevano Pinton e un
Santoni con la solita faccia soddisfatta di chi ha tante cose da
riferire e l'intenzione di centellinare le rivelazioni.
Decise di ascoltare prima Pinton che aveva il dono della
sintesi.
La stanza di padre Rogerio  qualcosa di incredibile
bofonchi, mostrando le foto sul display del telefonino.
Sullo schermo apparvero l'inginocchiatoio e il legaccio
per frustarsi, poi i tomi con le vite dei santi, le istruzioni per
gli esorcismi e le catenine per i rosari.
E poi guardate qui... il video proseguiva. In una scatola
delle scarpe erano conservati preservativi e oli lubrificanti.
Questa  la cronologia del motore di ricerca del computer:
Tubegalore, Redtube, Pornhub.
Un religioso ossessionato dal sesso, visionato e praticato,
e dalla preghiera per ripulirsi l'anima pi del corpo.
Gli rifer le parole del sacrestano che confermavano il ritratto
che stava emergendo, quello di un uomo in continua
lotta tra il bene e il male, divorato dalle sue perversioni sessuali
e dal pentimento che generavano.
Il perpetuo sapeva di Luvanor. Sai come lo ha definito?
La sua Maria Maddalena. Comunque, pare che il brasiliano
venisse spesso l nella loro parrocchia.
Immagino a fare cosa borbott Santoni.
Pinton scosse la testa, serio: No, sembra incredibile,
per quello andava l per fare piccoli lavori di manutenzione.
In Brasile aveva fatto il muratore, per cui lo utilizzavano
per sistemare i muri....
Ora toccava a Santoni che si leccava i baffi che non aveva.
Allung un primo foglio.
Ecco chi  il nostro pretino. Non il brasiliano. L'altro,
il serbo, quella della chiesa di Martiri Oscuri, un altro bel
soggettino.
Si riferiva a don Dragomir Serebro.
A suo carico pendeva una denuncia per aggressione e lesioni
presentata da un cittadino marocchino, Sahid Ezzaki,
residente in via Padova.
E chi sarebbe questo Ezzaki?
Ha mille precedenti per spaccio, ho gi sentito quello
della Narcotici:  un pusher che lavora tra Loreto e il
No.Lo.
La denuncia era del novembre del 2017.
Il marocchino aveva subito una lesione facciale, un trauma
estrattivo dentale, l'incrinatura di due costole e un trauma
toracico. Un pestaggio pesante.
Il GIP incredibilmente aveva archiviato la denuncia.
E lo sai chi  questo giudice?
Gli snocciol un nome che non gli diceva nulla.
 il nipote di un cardinale. Uno legato mani e piedi agli
ambienti ecclesiastici. Ecco perch ha archiviato tutto.
Non era finita.
Un mattinale di una volante riportava nel maggio del
2018 il fermo di due uomini per una rissa in via Venini, sempre
al No.Lo. I fermati erano Dragomir Serebro e un tale
Bogdan Behrami.
Pure questo, un albanese, ha riportato lesioni ossee e
facciali. E indovina che mestiere fa questo Behrami?
Lo spacciatore?
Santoni sorrise, sornione: Il protettore. Ha precedenti
per favoreggiamento e incitamento alla prostituzione.
Curiosamente i due uomini avevano giustificato la rissa
parlando di una lite per motivi stradali, eppure erano entrambi
a piedi.
I casi qui sono due - dichiar Santoni con la solita aria
solenne di chi pretende di avere sempre l'ultima parola - o
questo Serebro  dentro giri loschi, dallo spaccio allo sfruttamento
della prostituzione, oppure...
...oppure si diverte a fare il giustiziere, il guardiano del
suo quartiere tagli corto Ardig, negandogli il piacere di
avere l'ultima parola prima di impartire un ordine secco:
Trovatemi tutto su questo prete, non mi convince affatto.
Quella sera il sonno non arrivava, per cui Ardig camminava
bardato con la tuta e il giubbotto in goretex che usava
per correre nelle fredde mattine invernali. Era uscito intorno
alle ventitr.
Faceva veramente freddo, due gradi sottozero.
Milano si era preparata all'ennesima annunciata nevicata
con una flottiglia di camion che dalle diciannove in poi avevano
sparso il sale sulle strade, eppure la neve continuava a
farsi attendere. Il cielo era stitico nonostante le nuvole grasse.
Come anche Frog da un po'. Con la sua carcassa scheletrica,
rivestito con il corpetto di goretex, il bastardino zampettava
spensierato in attesa di sfogarsi nell'area recintata
per i cani in piazza Aspromonte.
Ardig invece pensava a Morena, a quel culo rotondo,
a quei piedini fatati, a quella sua sensualit conturbante e
proibita e a cosa nascondeva sotto gli slip. Qualcosa che improvvisamente
lo coglieva di sorpresa, come se quell'attrazione
fisica lo sporcasse, di pi, lo spaventasse.
Le nuvole erano minacciose e annunciavano bufera, per
questo affrettarono il passo.
L'attesa nevicata se la sarebbero goduta dal soggiorno,
riparati dietro il vetro del balcone affacciato su viale Gran
Sasso, con il solito bicchiere di rum da cullare nel bicchiere,
facendolo ondeggiare, prima di assaporarlo e farlo scivolare
gi nell'esofago insieme ai bocconi amari di quella giornata
da dimenticare.
Barbara e Kathleen si erano regalate una boccata di mondanit.
Un'apericena glamour in un bar gettonatissimo in
via Filodrammatici, dietro alla Scala, poi una camminata tra
le bellezze austere del centro di Milano.
La Galleria con le sue luci, piazza del Duomo, piazza
Cordusio, via Dante con la passeggiata pedonale tra palazzi
di pregio. Quindi il Castello, circumnavigando il fossato
vuoto dove un tempo, si narrava, nelle sue acque nere fosse
acquattato un coccodrillo che gli Sforza avevano fatto arrivare
dall'Egitto. Un mostro che veniva sfamato con i corpi
dei condannati a morte.
Una leggenda, un rettile di quel genere non sarebbe mai
sopravvissuto al clima rigido degli inverni milanesi... ma per
qualcuno era un mito collegato al simbolo della casata viscontea,
con un il famoso biscione che divora un nemico,
forse un saraceno.
Kathleen ascoltava l'aneddoto distratta. La sua mente era
rivolta a un altro mostro che divorava vite: il Viaggiatore.
Ripensava alla ragazza della Darsena, alla danese Christine
Larsen, al collegamento tra quelle due vite interrotte a
Milano. E pensava anche a Barbara, alla morbosa attrazione
fisica che provava per lei, anche in quel momento. Lo comprendeva
da come la guardava. Le piaceva il potere di dominarla
emotivamente e sessualmente, essere lei a decidere se,
quando e come.
Mentre formulava il ragionamento, nella sua mente si insinuava
il desiderio malandrino di farci sesso subito, fino allo
sfinimento, di accendere le sue voglie e concedersi.
Sapeva che Barbara avrebbe voluto prenderla per mano e
baciarla, l, davanti alla fontana del Castello, eppure il metro
che le separava era come il fossato.
Fu Kathleen ad accorciare le distanze, avvicinandosi a lei.
...
.
...
6.
...
.
...
Milano, gennaio 2020.
...
.
...
Il telefono aveva vibrato all'ora delle streghe, intorno a mezzanotte,
proprio mentre erano appena rincasati dalla passeggiata
serale con Frog ai giardinetti.
Sul posto era gi accorso il suo vice Marco Pinton. Si
era presentato accompagnato dalla sua famiglia: un cagnetto
peloso e una moglie particolare, perch anche lei poliziotta.
Lei pi sbirra di lui: Vanessa Tropeano era una sovrintendente
della sezione Buoncostume. Pi volte era stata utilizzata
da infiltrata nel mondo dei locali a luci rosse, dei night
club, sfruttando la sua indubbia avvenenza.
Si erano conosciuti durante un'indagine e frequentati
per anni, quasi clandestinamente, fino a quando un giorno
si erano presentati in Questura con i confetti sorprendendo
tutti.
Era con lui sul luogo del delitto, ma se ne stava zitta e
in disparte. Nel rispetto dei ruoli e dei turni stava un passo
indietro, come aveva sentenziato a sproposito in quei giorni,
riferendosi a tutt'altro il prossimo conduttore del festival di
Sanremo scatenando polemiche al vetriolo sul sessismo e il
maschilismo.
In quel tunnel degli orrori Ardig era sopraggiunto dopo
una mezz'oretta.
Era venuto a piedi, in tuta, senza Frog rimasto nella cuccia
a poltrire, attraversando piazzale Loreto e scendendo
lungo viale Brianza, poco battuta a quell'ora.
Appena svoltato l'angolo con via Ferrante Aporti aveva
intravisto in lontananza i lampeggianti a indicargli la rotta,
come la luce del faro in una notte di tempesta.
Attendevano la neve e invece il cielo di Milano sputava
pioggia. Aveva iniziato a diluviare da un quarto d'ora e
l'intensit dell'acqua aumentava, trasformandosi in un nubifragio.
Percorse tutto lo stradone costeggiando i mastodontici
bastioni della sopraelevata ferroviaria della Centrale per ripararsi
dagli scrosci.
Dall'alto rimbalzavano i rumori dei treni notturni in arrivo
nell'hangar della stazione pi grande d'Europa.
Si affrett, anche se non c'era fretta. Non erano arrivati
neppure i colleghi della Buoncostume, a parte la Tropeano
che era fuori servizio.
Il cadavere era nell'ultimo dei sottopassi ferroviari, quello di via Spoleto.
Una volta era una sorta di buco nero, da alcuni anni era
stato riverniciato e, potenziandone l'illuminazione interna,
era tornato a essere una strada normale anche se la notte restava
una vetrina per il campionario del sesso a pagamento.
Sotto le sue arcate le lucciole si posizionavano in cerca di
uomini solitari.
Quelle per erano lucciole diverse perch intorno alla
Centrale  la zona dei trans, gelosi del loro spazio di mercato,
off limits per la concorrenza femminile delle ragazze
dell'Est, distribuite sui vialoni che immettono nelle arterie
esterne alla citt.
Il tunnel era a un sospiro dalla chiesa dei Martiri Oscuri:
duecento metri.
Non aveva dubbi che fosse lei, o lui, insomma.
Luvanor. Eccolo.
Troppo tardi per le presentazioni.
Lo aveva incontrato in foto.
Di persona era anche meglio, un sudamericano decisamente
di bell'aspetto anche se avanti con gli anni. Gambe
lunghe infilate nei canonici stivaloni di lattice, un volto regolare
con gli angoli smussati dal bisturi e dal botox. I capelli
di un castano scuro ma non troppo. Alto ed imponente.
Pareva un gigante accasciato.
Addosso un chiodo scuro da motociclista, con la cerniera
metallica pronta a scoprire una camicia pesante, a sua volta
gi sbottonata per esporre la mercanzia e una microgonna in
pelle sopra le autoreggenti.
Indossava gli slip, per motivi di praticit, ma non il reggiseno,
che tanto non gli serviva. Il silicone non teme la forza
di gravit.
Alla base del collo lo stesso foro nerastro provocato dal
punteruolo imbevuto di veleno.
La pelle era chiazzata di macchie blu notte.
Un agente della Mobile stava perquisendo le tasche.
C'erano alcune banconote ripiegate e tenute insieme con
un gancio metallico.
Ottanta euro, probabilmente il prezzo per i servizi offerti
a don Chevron in quella sua ultima notte. Nessun portafogli,
tipico delle prostitute.
Lo stesso agente si mise a frugare anche nel borsone che
si portava appresso dove Luvanor custodiva un piccolo
manganello telescopico, un tirapugni e uno spray urticante.
Un campionario da ultras...
Era pronto ad affrontare qualunque tipo di aggressione
da strada, ma Caino lo aveva sorpreso impedendo qualunque
reazione.
Rifletteva su questo particolare.
Luvanor era un animale da marciapiede, un ex galeotto
che aveva fatto del male ad altri uomini, una belva difficile
da domare e mettere in gabbia.
Il corpo di don Chevron non presentava ecchimosi o ferite
da colluttazione e neppure quello del trans.
Come aveva fatto Caino a sequestrarli entrambi senza ricorrere
alla violenza?
O li aveva minacciati con il potere persuasivo di un'arma
da fuoco, che poi non aveva utilizzato preferendo il punteruolo,
oppure li aveva convinti con l'inganno della fiducia
mal riposta.
Dottore, guardi qui.
L'agente con lo zaino brandiva un cellulare, un HTC vecchio
modello.
Lo stesso Ardig ne aveva avuto uno, con la tastiera a
cassetto. Roba del 2009 se ben ricordava.
Era acceso, la batteria con due tacche su quattro.
Il capo della Omicidi se lo fece passare con delicatezza
nelle mani avvolte dai guanti in lattice.
Sul display la scritta sim assente, sullo sfondo la foto
di un murales.
Il predatore di assassini afferr l'iPad per fotografare l'immagine
del murales, poi consegn l'apparecchio a quelli della
Scientifica tornando a fissare il corpo di Luvanor gi violaceo
per il canonico livor mortis che anticipa l'avvio della decomposizione.
Il medico legale, giunto da poco, la osservava con piglio
professionale.
Era uno degli specializzandi del laboratorio diretto dal
dottor Salerno.
Trentenne, l'aria professionale, ragazzo sveglio e di pochi
scrupoli.
Per prima cosa aveva estratto la lingua bluastra.
Deceduto per avvelenamento, collocherei il decesso in
un arco tra i tre e i cinque giorni. Il corpo potrebbe essere
stato conservato a temperatura ambientale, senza una refrigerazione
meccanica, per esempio in una cantina o in un
box. Il freddo esterno di questi giorni permette una conservazione
quasi perfetta, come nelle nostre celle frigorifere
vaticin l'aspirante coroner indicando poi la lesione alla base
del collo provocata da un'arma da taglio.
E stato colpito da un fendente, che ha infuso il veleno
nel sistema arterioso.
Coincideva con la diagnosi stilata per il sacerdote sudamericano.
Erano entrambi stati assassinati quattro sere prima.
Rileva forellini che possano sembrare punture o morsi
di vipera?
Il giovane praticante scosse la testa: Per ora no, quando
avremo spogliato il corpo le forniremo la risposta definitiva.
Caino aveva scelto due luoghi abbastanza lontani tra di
loro per scodellargli i cadaveri.
Lontani ma analoghi. Due luoghi dove c'era traffico e riparati
dal maltempo.
L'arcata di un cavalcavia della tangenziale Est e un sottopassaggio
ferroviario a ridosso della Centrale.
Cominci a guardarsi intorno.
I muri della galleria erano relativamente puliti, la riverniciatura
di qualche tempo prima non era stata ingrigita dallo
smog che aleggiava sotto la volta del tunnel. Alcune linee
rosse, ondulate, si rincorrevano per metri.
Gett un'ultima occhiata e si allontan dal transessuale
per fumarsi una Camel. Li attendeva una notte insonne di
inutili accertamenti.
Il magistrato di turno arriv in taxi.
Era Laura Della Rovere.
Una quarantenne milanese di buona famiglia, sposata
con un giudice del Consiglio di Stato. Una da salotti bene,
una prezzemolina della Milano radical chic del centro. Una
con la puzza sotto il naso e l'espressione di una Maria Antonietta
costretta a salutare dal suo cocchio immacolato la
sporca plebaglia parigina assiepata nelle strade impolverate.
Una lontana anni luce dall'inferno metropolitano di quel
sottopasso ferroviario.
Una da non mandare in prima linea dove si sarebbe impressionata,
perch il cadavere non lo avrebbe esaminato
con il filtro del distacco emotivo delle foto, ma direttamente
sul campo, a occhio nudo. Senza filtri.
Non poteva reggere la scena criminis tra volti indifferenti
e solite scontate battute inopportune di chi  abituato a lavorare
con la morte a fianco e, per esorcizzarla, tende a sparare
cazzate, a bullarsi, a inventarsi sprezzante, ricoprendosi
di una corazza interiore che diventa sempre pi spessa, rivestendola
con il cinismo e l'insensibilit. Il miglior antidoto di
fronte all'orrore di un corpo senza vita.
Per questo Ardig le and incontro, trascinandola una
decina di metri pi in l, per non farla avvicinare. Non aveva
voglia di assisterla mentre vomitava la cena non ancora digerita
e scoppiava in una crisi isterica.
Lei comprese e si ferm ad attenderlo tenendo lo sguardo
basso.
Sappiamo chi ? si limit a domandare.
Poteva rispondergli che si trattava di un certo Luvanor
Rafael Andrade, che il suo boia era Caino e tutto il resto,
eppure, per il momento, preferiva tenerla fuori dalla, sua inchiesta,
lanciandogli un osso da rosicchiare senza farsi male.
Solo il procuratore capo era informato di quanto bolliva
nel pentolone di quei delitti: per Gerbaudo e la Della Rovere
si trattava di ordinari omicidi di strada, senza un collegamento.
Il Prefetto non li aveva coinvolti e non voleva farlo lui,
questa inchiesta era diversa dalle altre.
Non ha documenti, per questi qui - il capo della Omicidi
lo indic, senza alcun pietoso riguardo - sono quasi tutti
schedati. In qualche ora sapremo tutto di lui.
Speriamo.
Vada pure a dormire. Qui tanto facciamo solo i rilievi
e per l'assassino non c' fretta, mica lo becchiamo stanotte.
Torni a casa che domani sar una giornata lunga.
In realt all'una di notte domani era oggi e la giornata
sarebbe stata pi lunga solo per loro.
Mentre gli agenti eseguivano i rilievi si domand quante
ne avesse viste di lucciole spente sotto il proprio lampione
in vent'anni alla Omicidi, probabilmente una o due l'anno.
Da quando era iniziato il nuovo millennio, almeno venti
o trenta cappuccetti rossi sbranati dai lupi. Una volta gli
sbirri le chiamavano cos nel gergo da questurini.
I cappuccetti rossi, ricordando che la favola edulcorata
raccontata ai bambini discendeva dalla cruda realt dei secoli
precedenti, quando nella societ agricola le donne di
strada aspettavano viandanti e mercanti lungo i viottoli di
campagna, lontano dai borghi, indossando pesanti mantelli
con i cappucci per ripararsi dal freddo, cucendoli con la lana
rossa per essere visibili da lontano, anche al buio, fino a
quando non arrivavano i lupi a sbranarsele, a prendergli la
vita a morsi. O a pugnalate.
Al limitare dei boschi o in un sottopasso ferroviario. Anche
secoli dopo, quando cappuccetto rosso era diventato un
brasiliano con il fisico da indossatrice e un bel quarantasei di
piede che avrebbe visto meglio in una scarpa con i tacchetti
da calcio che non su stivaloni trampolati su un marciapiede.
Quante ne aveva viste come lei, finite cos. Tante, troppe.
Inutile contarle.
Numeri che si inanellavano senza senso. Vite perdute, risucchiate
dal male in notti buie.
Per stavolta era diverso.
Caino aveva ucciso Luvanor insieme a don Chevron in
un rituale pianificato.
Un omicidio purificatorio.
Il veleno per disinfettarli dal loro peccato. La morte per
punirli.
Aveva intercettato i due, li aveva prelevati, portati via e
scaricati dove voleva che li trovassero. Un lavoro pulito, da
professionista.
Caino era uno del mestiere.
Un assassino che doveva aver colpito altre volte, in un
passato vicino o lontano.
Padre Dragomir irruppe in scena in quel momento, senza
farsi precedere da un saluto.
Il solito abbigliamento da teppista, con gli anfibi e il bomber.
In mano un crocifisso di pietre rosse. Rubini o qualche
materiale pietroso.
Scans con una manata un agente della Scientifica per
chinarsi sul corpo del transessuale.
L'agente stava per reagire, Ardig lo ferm con un cenno,
prima di presentarlo al macabro popolino dei necrofori.
 un sacerdote, lasciatelo fare.
Se lo avesse presentato come Napoleone o Mike Tyson
sarebbe stato pi credibile.
Un irreale silenzio accolse la notizia.
Eppure, padre Dragomir era veramente un prete, per cui
estrasse il vasetto dell'olio degli infermi avvolto in un sacchetto
di seta violacea e inizi a somministrare il sacramento
dell'estrema unzione.
Nella formula abbreviata, quella riservata ai trapassati,
saltando le precedenti tradizionali cinque unzioni, sugli occhi
dopo aver richiuso le palpebre, sui lobi delle orecchie, sul
naso, sulle labbra prima di essere richiuse, e sui palmi delle
due mani, limitandosi solo a tracciare con il pollice destro
una croce umida sulla fronte, pronunciando la frase rituale:
Per istam sancta unctionem, indulgeat tibi Dominus
quidquid deliquisti.
Il sacerdote si rialz sibilando un Amen che rimbomb
nel silenzio della galleria.
Sul volto un'espressione gelida, indurita dal freddo e dalla
morte che aleggiava in quel sottopasso.
Qualcuno deve dirlo a Morena. Vado io.
Ardig annu, senza rispondergli.
Per un attimo si domand se la verit che stava cercando
non fosse proprio davanti a lui, in quel prete, dal passato
oscuro e dalla violenza facile. Uno che passava le sue giornate
in un luogo ossessionato dal martirio, dal dolore, dalla
fede estrema, dalla lotta al male.
Quel sacerdote inquietante poteva rappresentare la possibile
risposta a molte domande.
Conosceva sia don Chevron sia Luvanor, poteva averli
agganciati senza insospettirli, catturandoli senza una loro
reazione ed era stato lui a rinvenire la pashmina e il cellulare
con il video.
Ne aveva gi parlato con Santoni.
Una serie di agenti da qualche ora teneva sotto discreto
controllo padre Dragomir nei suoi movimenti esterni alla
chiesa. Peccato non potessero mettere sotto controllo ambientale
le sue pertinenze. Nessun magistrato, n Gerbaudo
n la Della Rovere, glielo avrebbe concesso.
La notte era trascorsa lenta e fredda. Il tunnel di via Spoleto
riparava dalla pioggia ma non dall'umidit notturna.
Ardig alle sette si era presentato nella chiesa dei Martiri
Oscuri, il portale era aperto.
Lo accolse il brusio del russare dei senza tetto e l'olezzo
del loro fetore, puzza di sporco e di vino rancido. Le candele
e gli incensi erano spenti.
Nella penombra vedeva il chiarore di un cero che illuminava
il martirio di Sant'Orsola.
Padre Dragomir era l.
Stava pregando nella sua lingua chino sull'inginocchiatoio di marmo.
Recitava versi che conosceva a memoria, sciorinandoli
meccanicamente, stringendo tra le mani un rosario composto
con le stesse pietre rosse di cui era tempestato il crocifisso
che aveva utilizzato nell'ultima benedizione al corpo di
Luvanor.
Pietre color sangue, come la vicenda che lo stava avvolgendo.
Si sorprese vedendo il poliziotto che si avvicinava con
passi pesanti.
Si rialz, ricomponendosi.
Che succede?
La Scientifica ha analizzato il telefonino, quello trovato
nella borsa di Luvanor. Non c' nulla. E stato cancellato tutto.
C' solo una foto sul display.
Gli mostr la foto del vecchio HTC.
 quello di Luvanor?
Non so, non ricordo, ma  vecchio.
Uhm.
Cosa significa?
Che quel telefono  stato ripulito di ogni contatto o elemento.
Abbiamo solo quell'immagine.
Sfior il monitor ingrandendo la fotografia.
Il prete serbo strabuzz gli occhi.
Dove si trova questo murales?
Ardig sgran la foto per indicargli un dettaglio.
Era la saracinesca di un esercizio commerciale al piano
terra di un edificio di mattoni rossi. Si intravedeva anche il
cartello all'imbocco della strada perpendicolare, via Plichi.
Dov' questa strada?
Sui Navigli. Vieni con noi, tanto i tuoi ospiti stanno dormendo
dalla grossa e non hanno bisogno che tu gli serva la
colazione.
Dragomir annu e lo segu.
Erano in quattro sulla Giulietta di ordinanza.
Ardig e padre Dragomir viaggiavano scortati da Farris e
dall'agente Linares.
Tutti brutti, grossi e cattivi. Meglio essere prudenti.
Viaggiavano silenziosi e incazzati, ognuno immerso nei
suoi pensieri.
Non andavano nel salotto buono della City, ma nemmeno
troppo lontano... Milano  capace di riservare sorprese
a ogni angolo. Anche sorprese brutte, come una strada sottratta
al controllo delle leggi dello Stato e dell'urbana convivenza.
Un fiore cattivo sbocciato in un prato verde.
Al capo della Omicidi era bastato un istante per mappare
la foto inviata dal telefonino di Luvanor.
Via Mario Plichi, all'angolo di via Emilio Gola.
L'ultima frontiera milanese prima di diventare periferia.
A poche decine di metri i due Navigli, la movida serale,
le osterie e i pub. Qualche strada pi in l, in corso San Gottardo
o sulle Ripe, il mattone valeva quanto i diamanti. Sei,
sette, otto, anche diecimila al metro quadrato.
Tuttavia, dietro le case di richiamo c'era in agguato il degrado:
la repubblica autonoma di via Gola, come la chiamavano
gli esperti dell'underground metropolitano. Il retrobottega
problematico della vetrina luccicante dei Navigli.
Un mini quartiere dove le leggi erano sospese e valevano
altre regole non codificate.
L'ultimo avamposto metropolitano della protesta e dell'illegalit.
Case Aler abbandonate al loro destino, occupazioni abusive
mirate, gestite da un racket multietnico, anche se a tirare
le fila erano italiani con fedine penali da far paura e orde
di spacciatori e ricettatori a prendere in ostaggio un reticolo di strade definito il quadrilatero dell'anti moda dove i
cognomi nostrani si confondevano con quelli sudamericani
e africani in un crogiolo di razze in cui si intrecciavano maghrebini,
subsahariani e latinos, cattolici e islamici, bianchi
e neri.
Racket degli appartamenti, crimine da strada, spaccio a
cielo aperto e un piccolo centro sociale a complicare ulteriormente
le cose in una zona gi storicamente problematica.
La zona a sud di Porta Ticinese, con il suo passato a tinte
rosse sfumate negli anni nell'arancione e nel viola che
avevano connotato l'evoluzione delle sigle postcomuniste e
anarchiche. Un quartiere legato all'omonimo centro sociale
Conchetta che per decenni aveva recitato da contraltare al
pi celebre e politicizzato Leoncavallo.
Strade che negli anni avevano attirato antagonisti, squatters,
punkabbestia, sbandati di varia estrazione, ragazzi e
uomini votati all'eterna protesta e a una resistenza sfociata
in disobbedienza alle istituzioni, dove la Milano che faticava
a campare bene, quella senza lavoro e senza futuro, quella
con meno diritti, urlava la sua atavica rabbia contro l'altra
Milano tutta lustrini e paillettes, incanalandola nell'eterna
valvola di sfogo degli incidenti e della piccola criminalit
urbana.
Caino li aveva condotti l, nella piccola Belfast sotto la
Madonnina, davanti alla saracinesca di un negozio che aveva
chiuso chiss quanto tempo prima.
Saranno almeno quindici anni che l'hanno tirata gi,
prima ci vendevano gli strumenti musicali sentenziava un
anziano in giro con il cane.
Una delle tante brave persone, italiane o straniere, che si
ostinava a continuare a vivere in quel rione ad alta densit
problematica, infiltrato dalla malavita e da sbandati di ogni
genere.
Alle otto del mattino i soggetti difficili erano ancora in
branda. Zero spacciatori, zero antagonisti.
La Giulietta nera con il lampeggiante acceso era stata affiancata
da un'altra Giulietta, con la tradizionale livrea bianca
e azzurra della Polizia, inviata dal vicino commissariato di
zona di via Tabacchi.
Tre agenti in divisa e Linares osservavano preoccupati
Ardig, Farris e il sacerdote serbo che a loro volta osservavano
la saracinesca ricoperta da un disegno a sfondo religioso.
Il commissario rilass la vista per inquadrarlo nei dettagli-
Rispetto alla minuscola immagine sul piccolo display del
telefonino l'impatto era impressionante e inquietante.
Il disegno era diviso in due riquadri.
Cominci a esaminare quello a destra.
Sullo sfondo si stagliava una villa circondata da alberi
verdi, affacciata su una distesa d'acqua. Poteva essere
un'ambientazione ligure.
Chiss perch poi proprio la Liguria e non la Sardegna
si domandava, ricordandosi quanto fosse sbagliato tirare a
indovinare in un'indagine.
In primo piano c'era un angelo rosa, con delle ali sulla
schiena, giaceva tra gocce rossastre vicino a uno spettro di
bianco vestito, con la fisionomia da scheletro.
Il volto era una sorta di palla bianca, con la bocca cucita
e gli occhi a fessura, senza capelli.
Poco lontano un uomo, vestito di verde.
Il viso tratteggiato fumettisticamente: una linea orizzontale
per la bocca, due tondi per gli occhi.
Sopra, in un cielo bluastro, un turbinio di immonde figure
svolazzanti.
Diavoli rossi alati che sorreggevano un uomo, in completo
grigio e cravatta grigia su camicia scura. L'uomo aveva la
faccia tonda, anche lui solo abbozzata con linee e tondini.
Come se non avesse una sua reale identit.
Si avvicin per soffermarsi meglio sui dettagli partendo
dai diavoli.
Erano truccati, pagliacci isterici con l'espressione folle.
Parevano volti femminili, i corpi demoniaci per erano indefiniti.
La parte sinistra era dominata da colori pi tetri.
Un demone vestito di scuro, con la medesima faccia scheletrica
di quello vestito di bianco, vegliava un angelo sempre
rosa, ma di piccole dimensioni.
In mezzo a loro un barattolo con la croce a X formata da
ossa. Il classico simbolo delle sostanze tossiche o venefiche.
Nella parte inferiore il disegno era ancora pi cupo.
Si concentr su una madonna sdraiata avvolta in un fascio
di luce. Non stava dormendo, era morta.
Sui polsi strisce rosse con gocce vermiglie. Era crepata
con le vene tagliate.
Le stesse gocce vermiglie che si ripetevano sull'altro lato
intorno alla figura angelica trafitta dallo spettro.
Cazzo vuol dire? protest Dragomir.
Dovresti domandarlo a Caino, ci sta dicendo qualcosa.
E cazzo ci sta dicendo?
Ardig si prese un secondo, facendo un passo indietro
per inquadrare meglio il disegno.
 una storia di morte e di dolore in una villa affacciata
sul mare. C' un angelo ucciso, sembrerebbe una donna.
E nell'altro disegno sembra che la vittima sia una bambina
perch  pi piccola. Poi quell'altra donna che dovrebbe essersi
tolta la vita. Una madonna suicida. E poi quegli spettri
scheletrici...
Un demone era vestito di bianco, l'altro demone era vestito
di scuro. Sembravano simboleggiare l'atavica dualit
cosmica del bianco e del nero, del bene e del male.
E lui chi cazzo ? chiese il prete, indicando l'uomo in
grigio svolazzante tra i demoni.
Quell'abito grigio ricordava il banchiere Solonio. Probabilmente
si stava facendo condizionare dalla suggestione.
Lo stai chiedendo alla persona sbagliata.
Dragomir trattenne la quarta parolaccia consecutiva limitandosi
ad annuire mentre si guardava intorno.
Non conosco questo posto. Non mi piace. Perch ha
scelto qui?
Proprio perch non  un bel posto gli rispose Ardig,
indicandogli alcune delle telecamere agli angoli delle strade.
Le vedi? Non funzionano.
Il religioso annu, nervoso.
Appariva teso come gli agenti che li scortavano, timorosi
che i facinorosi si svegliassero scoperchiando il pentolone di
proteste contro la Polizia che degeneravano subito in violenze.
Uno degli agenti in divisa intervenne: Gli spacciatori e gli
antagonisti le rompono regolarmente per non far riprendere
le attivit di spaccio e non abbiamo fondi per sostituirle.
Ardig annu a sua volta, prima di riprendere la spiegazione.
Questo lo sa anche Caino che ha scelto questa saracinesca
sapendo che non lo avrebbe inquadrato nessuna telecamera.
E che in questa strada cos problematica nessuno
avrebbe badato a lui.
Con la mano indic i tanti murales che ricoprivano i muri
ricoperti di slogan contro le forze dell'ordine e le istituzioni.
Dall'altro lato campeggiava un enorme scritta: LA CASA
 DI CHI LA ABITA. Un inno e un incitamento alle
okkupazioni abusive degli alloggi dell'Aler.
Pi in l, la scritta identificativa del gruppo musicale padrone
di casa, i ragazzi dei Gola's Locos. I pazzi di Gola,
sottofondo musicale di quella strada di protesta e ribellione
e del centro sociale Il cuore in Gola, punto di ritrovo dei
giovani dei quartieri intorno ai Navigli, dove bazzicavano
artisti di strada, busker, writer, contestatori e spiriti liberi.
All'altro angolo il murales per commemorare l'antagonista
Dax, con la X composta dall'incrocio di due martelli.
Quello di Dax era un omicidio su cui aveva indagato anche
lo stesso Ardig, prima di cedere l'inchiesta alla Digos.
Caso facile. Un gruppetto familiare di balordi legati all'estrema
destra, per vendicarsi del pestaggio subito da uno di
loro, il fratello minore, aveva aggredito a coltellate fuori da
una birreria tre ragazzi di un piccolo centro sociale, l'Orso,
ritenuti i responsabili di quei pugni. L'assalto era avvenuto
poco sotto alla zona del Conchetta, appena dopo la circonvallazione.
Dax, un ventisettenne, era morto per le ferite riportate,
un altro era rimasto seriamente ferito.
I tre fascistelli arrestati in un amen e condannati a lunghe
pene detentive.
Era la primavera del 2003 e Milano era ripiombata per
mesi nel clima difficile degli anni di Piombo, con rossi e neri
a fronteggiarsi con spranghe e lame in una battaglia urbana
spentasi a suon di arresti e denunce.
Dopo tre lustri Milano aveva dimenticato quell'omicidio,
la politica e la cronaca avevano dimenticato quell'aggressione
di stampo fascista.
L'opinione pubblica aveva dimenticato Dax che se ne era
andato a soli ventisette anni diventando immortale, ricordato
nei murales di mezza Europa da antagonisti e centri
sociali, da Berlino a Londra, fino a Milano, fino alla repubblica
indipendente di via Gola, alla terra di nessuno dove un
assassino poteva divertirsi a inviare il capo della Omicidi per
mostrargli un murales.
Ardig lo osservava assimilando un qualcosa che emergeva
da quei disegni assurdi, un messaggio invisibile e inquietante.
Lo ha disegnato lui?
Quella di Farris era una domanda pertinente.
Il Cacciatore di Assassini si rivolse agli agenti che li scortavano:
Avevate mai visto questo murales?.
Il capo pattuglia scosse la testa.
Sono passato qui di ronda qualche sera fa, la serranda
era tutta arrugginita.
Del resto era evidente che la vernice fosse fresca, come
era evidente che fare domande in quelle strade senza legge
sarebbe stato tempo perso.
L nessuno vedeva nulla.
Con l'iPad scatt una serie di foto alla saracinesca.
Non c'era altro da fare e in giro cominciavano a farsi vedere
le prime brutte facce.
Meglio cambiare aria convenne Farris.
Risalirono in auto, regalando un sospiro di sollievo agli
agenti della volante in appoggio.
Pochi minuti dopo accostavano dall'altro lato del Naviglio,
in un bar in via Lodovico il Moro per un caff e qualche
riflessione.
Non credo che abbia utilizzato un writer osserv il capo
della Omicidi.
Perch sarebbe un complice rischioso concord Farris.
Allora lui cos bravo a disegnare? precis perplesso padre
Dragomir.
Se cos fosse ci starebbe regalando uno spunto per identificarlo.
Non  da tutti fare un disegno cos bello e farlo in
poche notti.
Dunque Caino sarebbe un artista borbott Farris prima
di aggiungere: ed  uno sveglio che sa il fatto suo, perch
ha scelto proprio la strada pi difficile di Milano per
lasciarci la sua firma.
Oppure lui vive qui intervenne Dragomir.
No, ne dubito, ci avrebbe regalato troppo vantaggio.
Tuttavia, non credo al caso, non credo che abbia voluto farci
perdere tempo in questa zona.
Una spia di allarme si era accesa nella sua testa, eppure preferiva ignorarla.
Per ora.
La volante li aveva accompagnati alla chiesa dei Martiri Oscuri.
Ardig scese insieme a padre Dragomir congedando Farris e Linares.
Voleva restare solo con il sacerdote.
Fuori la solita lugubre facciata nerastra. Dentro la luce
funerea che filtrava dalle alte vetrate. Gli homeless spariti.
Il sacerdote lo anticip indicandogli il vuoto intorno a lui.
Miei ospiti sono a passeggio, pi tardi vanno a mangiare alla mensa dei poveri.
Questa non sembra una chiesa, sembra un dormitorio.
L'altro non replic.
E tu non sembri un prete.
E cosa ti sembro?
Non so, dimmelo tu, o devo chiederlo ai tuoi amici
spacciatori o sfruttatori con cui fai a botte in strada...
Ah, ecco  per questo tu mi ha accompagnato! Hai indagato
su di me,  cos?
Faccio questo di mestiere, indago.
E fai male tuo mestiere, non sono io quello che devi
indagare.
Lo sguardo era limpido e diretto, ed era anche uno sguardo
di sfida.
Ardig si accomod e si accese una sigaretta in chiesa.
Posso fumare qui? domand dopo averla gi accesa.
Qui regole di altre chiese non valgono, questa  casa per
tutti, anche per te. Cosa vuoi sapere?
Chi sei?
Padre Dragomir si accomod a fianco a lui, rivolgendo lo
sguardo verso l'altare.
Tu lo sai gi, perch me lo chiedi?
Rispondimi e facciamo prima.
Sono ex soldato, sono uomo che ha visto il male da cos
vicino che tu non puoi capire.
Nella guerra in Jugoslavia?
Annu.
Stavi con i serbi?
Annu ancora.
Ma i serbi sono ortodossi.
Io sono serbo, ma sono nato e cresciuto in Krajina, tu
sai cos' quella regione?
Ardig scosse la testa.
 storia troppo lunga da raccontare, a te basta sapere
che a diciassette anni io sono soldato della JNA.
Di cosa?
Della Jugoslovenska Narodna Armija. Lascia stare, tu
non pu capire.
E come sei diventato prete?
 storia lunga e non ti interessa.
Falla breve.
Una notte siamo in un bosco, l i croati circondano e
catturano mia squadra. Io sono il pi giovane di tutti. Iniziano
a picchiarci, poi a torturare con botte ma senza tagliare
corpi. Volevano informazioni che noi non sapevamo.
E a quel punto?
Passano due giorni e iniziano a tagliare, a mutilare. Dita,
orecchi, occhi... Orribile, sentivi loro grida di dolore e pensavi
che poi tra poco toccava a te. Nessuno dice loro quello che
vogliono sentire perch non hanno risposte a loro domande su
depositi nostre armi, su campi con mine, cos vanno avanti a tagliare
a pezzi uno dopo altro. Lasciano morire dissanguati, senza
cure. Tu capisci cosa dico? Io resto ultimo perch sono troppo
giovane per sapere cose. E ogni giorno e notte per una settimana
sento urla miei compagni fatti a pezzi. Tu puoi immaginare cosa
sia la vera paura? Cosa sia veramente perdere la speranza?
Come ti sei salvato?
Per prete cattolico. Lui pregava con me per confortarmi,
lui pregato loro di lasciarmi andare. Che serviva un superstite
per raccontare come erano morti gli altri per fare
esempio che faceva paura per altri soldati.  prete cattolico
che mi ha salvato. Dio voleva questo per me. Dio mi ha salvato
per fare della mia vita questo che sono. Dio mi ha scelto
e io servo lui.
E qui a Milano come ci sei finito?
Altra storia troppo lunga, io non divento subito prete.
Io diserto da JNA, vado a Rijeka, a Fiume, poi a Trieste,
trovo moglie, faccio dei lavori in discoteche, locali, ma sento
che non va bene, che Dio mi chiama. Allora quando ho
trenta anni lascio moglie, lavoro, tutto, vengo via, in treno,
a Roma e inizio ad aiutare in comunit che accoglie i senza
tetto. E poi decido che voglio essere prete. Passano anni e
vengo mandato a Milano, questa  mia storia. Tu ora lo sai.
Perch proprio qui?
Tu mi hai visto? Io non posso stare mica nel palazzo del
vescovo o in quello del Vaticano. Qui va bene, qui  casa mia
e posso aiutare chi ha bisogno davvero, non chi viene per
pregare bene e comportarsi male.
Uhm... e le denunce?
Domanda in giro a gente del quartiere. Quello l, il marocchino,
andava da ragazzini in piazza Morbegno a regalargli
erba e pasticche. Cos loro poi ne volevano ancora e
per trovare i soldi si mettevano in guai. Allora io ho parlato
con lui.
Veramente gli hai spaccato la faccia specific aspirando
una boccata.
Padre Dragomir scosse le spalle.
Io prima ho parlato. Lui non ha capito, lui non voleva
ascoltare e allora io ho fatto capire che qui non doveva venire
pi. Lui ha capito e mai pi  stato qui.
E l'albanese?
Lui ha aggredito me perch io avevo difeso una sua
ragazza che loro volevano picchiare. Lui mi ha aggredito e
io mi sono difeso. Lo dice anche la Bibbia, occhio per occhio...
Pensavo che la Bibbia dicesse porgi l'altra guancia.
Io non sono quel prete che porge altra guancia. E nemmeno
tu sei quel poliziotto che devi essere, ho indagato anch'io,
cosa credi? Gente ti conosce, sa chi sei. Nemmeno tu
rispetti regole.
Il mio  un mestiere diverso. Io sono un cacciatore di
assassini.
Anche io sono prete diverso.
Bene, almeno giochiamo a carte scoperte.
Il sacerdote serbo sorrise.
La tregua era sancita.
Perch Caino li ha uccisi?
Padre Dragomir appoggi i gomiti sulla panca davanti e
allarg le braccia.
Voleva don Rogerio. La povera Luvanor era in posto
sbagliato in momento sbagliato.
E il prete cosa ha fatto di male?
Allarg le braccia nuovamente.
Non so davvero, a me non dicono, ma lui ha fatto tanti
lavori, lui curava anime possedute dal demonio. Sua colpa 
macchia del suo passato che lui si portava sulle spalle, come
la croce che assassino ha disegnato. Pregava tanto, aveva la
colpa che lo schiacciava.
Una violenza sessuale? Pedofilia?
Io non so davvero. Forse Luvanor sapeva.
Il prete guard l'orologio che portava al polso, un vecchio
catorcio a lancette rumorose.
Io devo andare, tu mi accompagni?
Dove?
Qui vicino. Vieni con me.
Padre Dragomir si era spostato nella canonica alle spalle
della chiesa.
Quando era tornato aveva uno zaino e il giubbotto pesante
gi addosso.
Si incamminarono verso i muraglioni della sopraelevata
ferroviaria costeggiandoli, entrambi in silenzio.
Qualche centinaio di metri, poi infilarono l'ampia galleria
di viale Lunigiana. Un tunnel a doppia direzione di marcia,
perennemente intasato.
In mezzo uno spartitraffico pedonale delimitato da colonne
metalliche diventato un accampamento.
Sacchi a pelo e coperte, come fosse un campeggio, sotto i
binari della Centrale, dentro un'arteria dove scorrevano migliaia
di auto ogni ora, in mezzo a un tasso di smog inaudito.
Eccola l'altra Milano.
Quella degli invisibili che eppure si vedevano benissimo.
La Milano degli immigrati accampati a gennaio in una strada
centralissima.
Ardig li osservava, perplesso con un misto indecifrabile
di piet e rabbia.
Perch non li porti in chiesa da te?
Loro musulmani, non vengono.
Risposta stupefacente. Preferivano respirare monossido
di carbonio e surgelare a zero gradi che riposare sotto un
crocifisso.
Erano tutti neri, africani subsahariani, parlottavano in
francese.
Dallo zaino padre Dragomir aveva estratto dei vecchi
thermos da campeggio.
Versava una brodaglia marrone, fumosa, che intuiva essere
caffelatte, nelle tazze di plastica che gli allungavano e
distribuiva brioche incellofanate, i classici Buond con la patina
di zucchero a granelli.
Una scena da film sui lager che toccava il cuore, lacerandolo,
piantandosi dentro come un dardo infuocato.
Esaur il giro in pochi minuti, lasciando alcune bottiglie
di plastica con l'acqua e cartocci di vino.
Il vino ai musulmani?
Bevono anche loro, poi vino scalda. E aiuta a non pensare.
Vino  amico dell'uomo.
Non va bene farli bere di mattina rilev il poliziotto.
E va bene farli stare in questo schifo? replic il sacerdote
indicando l'arcata lercia del tunnel intriso di polveri da
smog.
Tornarono in via Ferrante Aporti accolti da un'aria che
sembrava incredibilmente pulita.
Ripresero verso la stazione, fino al successivo sottopassaggio,
quello intitolato al Mortirolo.
Qui gli accampati erano solo due.
Altra razione di caffelatte, brioche e cartoccio di vino anche
per loro.
Fine della ronda.
Vedi tua citt? Ecco cosa succede vicino a te ma voi non
vedete, voi non volete vedere.
Aveva ragione, colpito e affondato.
Prima don Chevron veniva a portargli la zuppa a pranzo,
ora faccio tutto solo io. Ogni mattina cucino patate, cipolle
e legumi che io ho bollito, metto il sale e anche la carne
per dare forza. Non  molto, ma scalda la pancia. Cos ora
torno in chiesa e cucino zuppa.
Perch la tua Chiesa non li accoglie negli appartamenti
che ha a disposizione?
Perch anche loro, i miei vescovi, sono come i tuoi capi,
i tuoi politici. Sono tutti bravi a parlare, ma in strada non ci
vengono mai. Io e te siamo in strada, io e te vediamo questo
marcio, tu mi capisci?
Lo capiva. Eccome se lo capiva.
Gi che era l decise di restare nel quartiere per una visita
di tutt'altro genere.
Dove trovo Morena a quest'ora?
Il religioso serbo lo squadr con aria indecifrabile.
Lei  calamita, impossibile starle lontano.
Lei  una testimone in un caso di duplice omicidio.
L'altro sorrise.
Di giorno lei sta in suo negozio. Proprio nella sua strada.
Vai l.
Morena trascorreva gran parte delle sue giornate in un
bugigattolo a due passi da casa.
Un negozietto monovetrina, con minuscoli ambienti:
quello affacciato sulla strada era lo spazio espositivo, quello
posteriore era adibito a laboratorio, un bagnetto cieco completava
la metratura.
L'insegna su sfondo blu e caratteri gialli recitava I piccoli
sogni, con un cielo stellato luminoso a stagliarsi sul blu
notte.
La titolare aveva disdetto tutti gli appuntamenti, appendendo
il canonico cartello chiuso per lutto.
Ardig si spost di pochi metri e si attacc al citofono,
Morena rispose solo dopo un po'.
Lo accolse struccata e spettinata.
Addosso i soliti leggings, infradito, una canottiera da palestra.
L'odore del sudore precedeva un sorriso forzato.
Ero appena stata da Luvanor, in casa sua, stavo facendo
palestra, per sfogarmi.
Lui non perse tempo, estraendo l'iPad per mostrargli le
foto del telefono HTC rinvenuto nella borsa di Luvanor.
Non  il suo, aveva un iPhone.
Ardig annu pensieroso. A chi apparteneva quel telefono?
Le faccio un caff? domand Morena.
No grazie, non prendo quello della moka. Bevo solo
quello del bar.
Morena lo squadr un istante.
Anche lui la guardava, come tutti gli uomini, con lo stesso
sguardo trapassante, per spogliarla.
Il suo passato la bollava, quello professionale e non solo.
E lei non aveva voglia di farsi guardare, spogliare o bollare.
Andiamo in un bar, voglio prendere aria.
D'accordo.
Vado a lavarmi.
Sent lo scroscio della doccia.
Torn dopo una decina di minuti con dei jeans aderenti,
un maglione a collo alto, una sistemata ai capelli e un po' di
fondo tinta.
Si infil un paio di stivali lunghi sopra il ginocchio e scesero
in strada, dirigendosi verso viale Monza.
I passanti che la incrociavano le sorridevano, molti la salutavano.
Sei piuttosto popolare qui.
 il mio quartiere, ho tanti clienti.
Erano passati al tu senza accorgersene.
Fai da molto la restauratrice?
Non sono una restauratrice, non sono solo quello.
Perdonami, intendevo...
Sono una creatrice. Lavoro con tutti i materiali, il legno,
il vetro, il ferro, la carta riciclata. Mescolo quello che trovo e
invento composizioni, disegnando, assemblando.
Ho capito, sei pittrice e scultrice... si dice, o  meglio
scultore?
Lei scosse la testa.
L'arte  cambiata, non si usa pi lo scalpello per modellare
il marmo bianco. Io faccio tante cose insieme. A volte
utilizzo attrezzi da falegname, altri da vetraio, a volte il fuoco.
Come hai imparato?
Ho sempre avuto la vocazione per creare. Ho fatto il
liceo artistico, poi mi sono iscritta a Belle Arti, all'accademia
di Brera e ho posato anche come modella. Per poi ho
mollato.
Perch?
Mi hai guardato?
Lui annu quasi imbarazzato: Ti ho guardato, eccome se
ti ho guardato, lo ammetto.
E mi hai spogliato con gli occhi.
Non era una domanda ma le rispose lo stesso.
Sono un uomo anch'io.
Ecco, appunto.
In che senso?
Nel senso che era tutto un provare a portarmi a letto.
Anzi, non provare, insistere, pretendere. Professori, assistenti,
studenti. La mia diversit li autorizzava tutti ad andare
oltre, con battute, palpeggiamenti... mi trattavano da
puttana e allora lo sono diventata.
E perch? Per accontentarli?
Forse, anche. A vent'anni tante cose non le capisci. 
pi facile diventare quello che gli altri pensano di te e non
quello che pensi tu. Poi Luvanor era appena andata in galera,
ero rimasta sola, mi sentivo sola. E la mia bellezza 
l'ancora a cui mi sono aggrappata per stare a galla.
 una storia triste.
 tutta la mia vita a essere stata una storia triste. Comunque,
dopo qualche anno ho smesso. Non era quella la
mia vita. Volevo qualcosa di meglio.
E l'hai trovato?
Mi va bene... per come va. Lavoro a casa mia e nel mio
laboratorio e non faccio mostre o esposizioni, per evitare
tutto quello che immagini.
Un'ermafrodito, un'ex prostituta, non poteva lavorare in
una galleria tra battutine, sottintesi e pettegolezzi. La Milano
senza barriere multiculturale e multirazziale del 2020
sapeva ancora essere ottusa.
Sei brava. Ho visto alcuni oggetti esposti in vetrina.
Perch ti interessa quello che faccio?
Perch mi interessa della vita altrui.
Dovrebbe interessarti della tua.
Ah s... diciamo che prima dovrei farmela una vita.
Lei rise.
Vediamo se inquadro il tipo. Separato, single, senza figli,
solo con il tuo lavoro e con la pistola sul comodino.
No, non tengo la pistola sul comodino. E non sono separato.
Sul resto pi o meno ci sei. Quasi... non sono solo,
ho un bellissimo cane.
Di quelli di allevamento con pedigree da concorso?
Ovviamente ribatt serio prima di mettersi a ridere anche
lui, pensando a quanto fosse bello Frog...
 un bastardino inguardabile, l'ho raccolto in un mercatino
dove stava cercando degli avanzi di cibo,  un obbrobrio,
per  tutto quello che ho, tutta la mia famiglia ammise.
Altre persone intanto la salutavano.
Se ti candidi per il consiglio di zona ti eleggono di sicuro.
Lei si fece seria e indic l'altro lato del marciapiede di
viale Monza.
Sono cresciuta in questa zona. Luvanor e io abbiamo
sempre vissuto qui.
La cadenza era decisamente milanese, il vocabolario e la
dizione assolutamente italiani.
Pensavo fossi brasiliana.
Lo sono, ma sono a Milano da quando ho due anni. Mia
mamma mi ha portato qui perch mi dovevano operare ma
poi...
Poi?
Poi lei  scomparsa e quando ero bambina i medici dicevano
che era meglio aspettare lo sviluppo, l'adolescenza.
Per quando  arrivato il momento era tardi ormai.
Non ti seguo.
Lei con la mano indic la figura, poi fece una sorta di
piroetta.
Ero una femminuccia con il sesso da maschietto. Luvanor
mi vestiva tutta di rosa da bambina, mi regalava le bambole.
Mettevo lo smalto sulle unghie e il rossetto. Cos sono
diventato un estraneo dentro il mio corpo: a sedici anni ero
Moreno per le istituzioni, per la scuola, ma io ero Morena. E
non volevo essere Moreno, io volevo essere Morena. O forse
diventarla.
E cos non ti sei fatta operare.
L'ho fatto qualche anno dopo, con i miei soldi, ma sono
andata in direzione opposta.
Si port le mani sul seno.
Volevo essere la donna che non tanto sar mai.
Faticava realmente a seguirla, anche da un punto di vista
anatomico.
Comprendeva solo il dolore che l'aveva accompagnata, e
la solitudine.
Ho capito.
No, no, non credo proprio che tu abbia capito.
Si infilarono in un bar. Due caff e gli sguardi degli avventori
nullafacenti incollati su di lei.
Un fenomeno da baraccone, h24.
Ardig la prese sottobraccio con fare protettivo.
Morena apprezz e sorrise.
Grazie.
Dopo aver bevuto il caff uscirono riprendendo a passeggiare
nel freddo milanese.
Risalivano verso nord, l'ennesimo sottopassaggio ferroviario.
Tagliarono sotto e sbucarono dall'altro lato, via Pontano.
Un mondo a parte.
Ardig la conosceva, ci veniva ogni tanto a passeggiare
con Frog nelle sue camminate notturne.
Era completamente diversa a quell'ora diurna: la luce
di quel sole anemico valorizzava gli splendidi murales che
decoravano le vecchie pareti della sopraelevata ferroviaria.
Murales colorati, allegri, lontanissimi dal disegno tetro che
aveva esaminato poche ore prima in via Plichi.
Ripresero a camminare, costeggiando quei capolavori a
cielo aperto.
Dimmi di Luvanor.
Aveva un suo carattere, a volte anche brutto. Per me 
stata tutto, mamma, pap, fratello o sorella. Io la chiamavo
Luva. Alle amiche dicevo che era la zia. Fino al suo arresto
siamo state bene insieme, non mi ha fatto mai mancare nulla.
E dopo?
 stata dentro dieci anni,  stata arrestata quando ero
una ragazzina di vent'anni ed  uscita quando ormai ero una
donna trentenne. E a quel punto era come se fossimo diventate
estranee.
Addirittura?
Il tempo cambia le persone. Te le fa vedere diversamente.
 difficile da spiegare. Luvanor era la persona a cui ero
legata di pi al mondo, ci legavano tanti ricordi, per non
c'era pi un legame profondo. E negli ultimi anni parlavamo
di meno, ci eravamo allontanate pur abitando praticamente
insieme.
Perdonami, mi pare che ci sia sotto dell'altro.
Morena si ferm a guardare il cielo.
Erano i silenzi di Luvanor. I suoi segreti...
Quali segreti?
Vedi, quando c'era mia madre abitavamo in viale Monza
in un appartamento piccolo. Ho vaghi ricordi. Poi Luvanor
mi ha portato in case sempre pi belle, con elettrodomestici,
televisore a colori, tutte quelle meraviglie. Mi riempiva di
giocattoli, vestiti, come se fossi una bambina ricca. Prendevamo
le torte in pasticceria... e poi dovevi vedere le case,
erano fiabesche. Ne abbiamo cambiate un po', fino a quando
ci siamo trasferite nella casa dove siamo rimaste.
Quella dove abiti tu.
Ecco, da giovane non ci badavo, non chiedevo come
avesse comprato la casa. Poi quando lei  entrata in carcere
ho dovuto occuparmi della parte amministrativa e ho
scoperto che l'appartamento era intestato a me con una di
quelle formule notarili per cui ero diventata proprietaria al
compimento della maggiore et. E ho scoperto che Luvanor
era proprietaria di altri due appartamenti che aveva sempre
nel condominio. E che in banca aveva una mezza fortuna,
tra liquidi e titoli vari, quasi mezzo miliardo di lire.
Una cifra esorbitante per una che racimolava duecentomila lire a
notte. Tra immobili e liquidit era un patrimonio di qualche
miliardo. Ti rendi conto?
E ne avete parlato?
Quando era in carcere no. Cos sono trascorsi anni e anni
e quando  uscita ho provato a parlarle, ma lei ha glissato.
E questo ci ha allontanate ancora di pi. Ho sempre saputo
che era denaro sporco, denaro maledetto. E ho sospettato
che quella montagna di soldi fossero legati alla scomparsa
di mia madre.
Come  morta?
 questo che stavo per dirti. Non sappiamo nemmeno
se sia morta. Una domenica di giugno, nel 1980,  uscita tutta
tirata al mattino per andare da un cliente e non  mai pi
tornata. Potrebbe essere ovunque oggi, con un altro nome,
chiss...
Lui scosse la testa.
Per anni Luvanor mi ha ingannato parlandomi di viaggi,
che era via, che sarebbe tornata. Io ci credevo, poi un giorno
ho smesso di crederci e basta.
Che ricordi hai di tua madre?
Non avevo nemmeno quattro anni quando  sparita.
Pochissimi ricordi. Confusi.
Si tocc il medaglione con il mezzo cuore.
 tutto quello che ho di lei. L'altra met l'aveva lei.
...E padre Rogerio?
Quando era piccola era come se fosse mio zio. Era sempre
con noi. Poi, quando Luvanor  stata arrestata, lui si 
allontanato. Lo incontravo solo in chiesa.
E dopo? Quando Luvanor  uscita?
Quando  tornata si  trasferita nell'appartamento di
fronte, cos io don Rogerio non lo vedevo molto. Come ti
ho gi detto la volta scorsa aveva un rapporto, come dire...
storico, ecco, era un rapporto storico con Luvanor. Parlavano
in brasiliano, erano affini, del resto si conoscevano fin da
bambini.
Stavano insieme?
Morena scoppi a ridere, per la prima volta da quando
la conosceva.
Che termine strano, no, no, come fanno a stare insieme
un prete e una prostituta?
Per facevano sesso.
Ma era lavoro. Luvanor aveva altri clienti e Rogerio andava
anche con altre.
Donne o transessuali?
Fa differenza per te?
L'avrebbe fatta, anche se parlando con Morena sembrava
che tutte le barriere anatomiche e sessuali crollassero.
Se aveva tutti quei soldi, perch Luvanor continuava a
prostituirsi?
Lo faceva perch era la sua natura, per sentirsi viva. Per
non rinnegare le sue scelte. Non lo so. Forse anche questo
ci ha allontanate.
Luvanor aveva paura di qualcosa?
Negli ultimi tempi era diventata pi nervosa. Pi cupa.
Come se avesse qualcosa che non andava. So che dormiva
poco.
E l'ultima sera?
No, quella sera era tranquilla. Ha mangiato la pizza e
le patatine, ha giocato con le cocorite. Non sembrava che
avesse i soliti pensieri.
Arrivarono fino al cavalcavia con l'incrocio di via Russo,
con una doppia arcata che sembrava sovrapporsi.
Da piccola avevo paura a passare l sotto.
E perch? le chiese.
Per il buio, perch pensavo ci fosse qualcuno che poteva
farmi male. Non so chi da bambina mi aveva detto che gli archi
dei ponti erano le porte dell'inferno e questa cosa, non so, io ci
credevo davvero. E se pensi che Luvanor  morta proprio sotto
un ponte.  come se io me lo sentissi gi trent'anni prima...
Luvanor era morta altrove, non sotto il tunnel di via Spoleto.
Per questo Morena non doveva saperlo. Le sue visioni
oniriche non le avevano detto nulla sul luogo del delitto.
Camminarono in silenzio.
Lei gli prese la mano, con dolcezza.
Ardig la lasci fare, facendosi condurre senza opporre
resistenza lungo quelle strade dove asfalto e cemento erano
intrisi di smog, colori e vita.
Dimmi di quella bionda che hai sognato.
Ti ho gi detto tutto, non ricordo altro. Era come le altre.
Le altre chi?
Da alcuni anni faccio sempre gli stessi incubi. Ci sono
delle forbici e ci sono donne che urlano. Non le vedo in faccia.
Sento che soffrono, c' il sangue. E poi c' Sant'Orsola,
c' quel suo dipinto.
Da quanti anni hai questi incubi delle forbici?
Una decina di anni, da quando Luvanor era uscita dal
carcere, da quegli anni l.
Ardig annotava tutto mentalmente ed elaborava passo
dopo passo.
Era sincera, non aveva dubbi.
Morena sognava frammenti dei delitti del Viaggiatore. Li
sognava da una decina di anni.
Il lasso temporale in cui il killer delle forbici aveva cominciato
a colpire.
Aveva delle doti medianiche, doti paranormali.
Il capo della Omicidi era scettico su questi fenomeni,
tuttavia era conscio che alcune persone per un lutto, una
malattia o una menomazione sviluppavano il cosiddetto sesto
senso, ampliando facolt sensoriali o psicologiche che la
maggior parte degli altri individui non possedevano.
Del resto, fenomeni di questo genere erano documentati
anche dalla medicina.
E popoli meno civilizzati, meno urbanizzati, meno influenzati
dal progresso, mantenevano istinti e facolt impensabili:
dovendo vivere senza elettricit in deserti, montagne
o boscaglie, in mezzo alla natura selvaggia, conservavano
quel bagaglio sensoriale tipico degli uomini primitivi.
Succedeva in Amazzonia, sull'Himalaya, nelle savane
africane, nei deserti australiani, dove sparute trib di indigeni
vivevano nel 2020 dopo Cristo come fossero nell'altro
2020, quello avanti Cristo.
Morena forse aveva sviluppato queste doti dopo la scomparsa
della madre, oppure era la sua natura ermafrodita ad
agevolarla.
Passeggiando in silenzio erano tornati in piazzetta Martiri
Oscuri.
Sei credente? le chiese osservando un crocifisso che le
pendeva dal collo.
Molto. E penso che Dio mi abbia voluto cos, con la mia
diversit. La fede mi aiuta ad accettare la mia vita e quello
che sono. E a fronteggiare i miei incubi.
Lui annu, scettico.
E tu? Credi?
No, non credo in niente. Solo nella morte con cui mi
confronto per lavoro.
Nemmeno nell'al di l credi?
Per me siamo animali, come il mio cane, solo pi evoluti.
Terminato il nostro ciclo biologico resta solo il buio.
E hai paura del buio?
Si prese qualche istante prima di risponderle con sincerit.
Ho paura della malattia, di invecchiare, di essere debole,
di non essere autosufficiente. Di questo ho paura. Non
ho paura del buio, non ho paura di morire, anche stasera.
Come se non importasse di vivere.
Erano arrivati davanti al portone. Lei apr con la chiave,
tenendo la porta aperta per qualche istante.
Il poliziotto tentenn.
Devo tornare in commissariato.
Morena fece un passo in avanti fissandolo negli occhi.
Grazie per la passeggiata. E per avermi ascoltato.
Si avvicin con il suo volto angelico, baciandolo.
Lui la cinse per un istante.
Una scarica di calore lo avvolse impaurendolo.
Il telefono di Luvanor Andrade risultava disattivato dalla
notte della sua scomparsa.
L'ultimo segnale della sua sim agganciava la cella telefonica
di Porta Venezia, esattamente come la sim di don Rogerio.
Erano scomparsi insieme, nella zona di via Vitruvio per
poi ricomparire nel video registrato sul telefonino del sacerdote.
Ardig faticava a incastrare i singoli pezzi del puzzle.
Caino aveva immortalato lo scempio del cadavere di don
Rogerio con il telefonino del sacerdote e aveva inviato l'immagine
del murales di via Plichi con un altro cellulare, un
vecchio HTC con tastiera scorrevole, che per non era quello di Luvanor.
Ne deduceva due conseguenze: Caino conservava il telefonino
del transessuale per un altro messaggio, un altro
video o un'altra foto; e che poteva esserci una terza vittima,
a cui aveva sottratto quel vecchio arnese del decennio precedente.
Era ormai tardo pomeriggio quando in commissariato
si present Barbara Lunardon, preceduta da un diluvio di
WhatsApp.
Era una di quelle rompiscatole che non riusciva a comporre
un'intera frase in un unico messaggio ma doveva frantumarla
in dieci o dodici messaggini.
Frantumando anche la pazienza altrui...
La anticipava una richiesta insolita e ufficiosa.
Voleva visionare l'incartamento dell'omicidio irrisolto
avvenuto ventisei anni prima di cui aveva parlato alla TV danese.
Ardig aveva acconsentito, ordinando all'agente Scalise
di reperire e fotocopiare il materiale.
Quella richiesta lo riportava indietro di qualche giorno.
Caino aveva spazzato via dalla scena investigativa il Viaggiatore.
Non era cos. L'ispettore Santoni stava continuando a
indagare su Christine Larsen, interrogando ogni possibile
testimone. Non ne stava ricavando molto, scontrandosi con
un paradosso illogico.
La danese raccontava la sua vita in tempo reale sui social,
con localizzazioni e tutto il resto.
Eppure, nella vita reale centellinava le confidenze con gli
estranei, parlava pochissimo e anche al corso di lingue in
Foro Bonaparte, dove lavorava da alcune settimane, era una
perfetta estranea per il corpo docente e amministrativo.
Anche nella palestra dove era iscritta era invisibile. Si allenava
con le cuffiette, non era seguita da un personal trainer.
Un'aliena.
Nemmeno il suo telefono li aiutava, traffico diretto solo
all'estero.
A Milano non conosceva nessuno e nessuno la conosceva.
Tranne il Viaggiatore.
Santoni si era fatto una sua idea: il killer delle forbici la
pedinava tramite i social, cos sapeva tutto di lei, dove si
trovava in qualunque ora della giornata, dove abitava, dove
lavorava.
La sua smania di condividere con amici lontani la sua
vetrina esistenziale l'aveva condotta dritta dritta nelle grinfie
di un assassino venuto apposta a Milano per saldarle il
conto. Se davvero era andata cos, se aveva ragione Santoni,
allora il Viaggiatore se ne era gi andato altrove e stavano
correndo dietro a un fantasma.
Barbara Lunardon non si era presentata da sola.
Ad accompagnarla c'era una donna elegante e decisamente
appariscente.
Matura, biondiccia, capelli vaporosi, burrosa e curviforme.
Il viso pulito e regolare, con un'aria burbera che la rendeva
ancora pi interessante.
La dottoressa Kathleen O'Donnell.
Collega criminologa?
No,  una giornalista inglese,  l'inviata per il New Herald
Tribune.
Il commissario si rabbui improvvisamente.
La psichiatra si rivolse all'amica: Let me introduce you
mr Bruno Ardig, as you know he's the homicide section's
manager.
L'espressione del cacciatore di Caini era eloquente.
L'unico giornalista ammesso nei corridoi della sezione
Omicidi e Reati contro la Persona era l'amico storico Malerba.
Per tutti gli altri cronisti gli uffici del secondo piano di
Palazzo Castani erano off limits.
Per le comunicazioni c'era l'ufficio stampa della Questura
di via Fatebenefratelli.
Barbara comprese di non aver avuto una buona idea.
Si limit a farsi consegnare le fotocopie del fascicolo
del delitto della Darsena e a minime parole di rito, senza
domandare nulla sull'indagine sulla Larsen. Anche la giornalista
britannica aveva intuito la tensione dovuta alla sua
presenza.
Cinque minuti dopo erano gi fuori a calpestare il pav
dei vicoli della vecchia civis.
Dovevi avvertirlo, hai visto come si  irrigidito?
La Lunardon non colse il significato dell'ultimo termine.
Kate scand meglio la frase, con un inglese che riusciva a
maccheronizzare senza problemi.
Hai ragione, era solo una visita informale. Speravo ci
dicesse qualcosa sull'inchiesta sulla Larsen.
 un poliziotto, non ama i giornalisti,  cos in tutto il
mondo. La prossima volta meglio se vai da sola e poi mi
racconti dopo.
Mi spiace mormor Barbara.
Anche se delle due quella pi delusa era Kathleen.
Ardig si era fumato una Camel mentre dalla finestra osservava
le due donne andarsene verso via Santa Marta.
La cronista, la O'Donnell, lo aveva incuriosito.
Si appunt mentalmente di fare una ricerca sulla giornalista
di cui aveva letto la firma in calce ai suoi reportage sui
delitti del Viaggiatore.
Si riaccomod sulla sua poltrona ergonomica.
Frog russava beato sulla sua coperta nell'angolo. Sulla
scrivania, illuminato dalla luce della sua abat-jour, l'incartamento
originale del delitto della Darsena.
Si costrinse a sfogliarlo per non pensare alla meravigliosa
brasiliana di via Popoli Uniti.
Il solito fascicolo con verbali, referti necroscopici, foto
della scena criminis e tutto il corollario annesso.
Lo stava guardando senza interesse.
La vittima era un ex tossica che viveva in strada, come la
sorella scomparsa della Larsen.
Non c'era nulla in quei fascicoli, solo i rilevamenti fotografici
di quell'omicidio e un paio di inutili interrogatori di
amici della vittima.
Nessuno aveva veramente indagato su quel delitto.
Pigramente si obblig alla lettura di quei fogli ingialliti.
La triste storia di Luciana Tagliabue era racchiusa in un
incartamento panciuto.
Le foto sbiadite erano un pugno nello stomaco: gli occhi
sbarrati, la bocca aperta a mostrare impietosamente una
dentatura a scacchiera. Un dente s, un dente no.
La pelle cerulea. Immortalata dal collo in su.
Si trattava della foto che all'epoca avevano distribuito ai
giornali, per facilitarne l'identificazione.
Erano stati gli zii a riconoscerla.
Aveva ventiquattro anni, era nata a Rho nel 1969.
Licenza media, la professione annotata sulla carta d'identit
era studentessa, eppure non aveva conseguito neppure
il diploma.
Il padre risultava deceduto nel 1978. Scalise aveva gi verificato
che la madre era scomparsa nel 2002.
Le indagini erano state condotte dal commissario Serpieri,
uno sbirro all'antica.
Era stato il vice del mitologico commissario Vittorio Maspero,
quello che negli anni Settanta aveva dato la caccia al
Mostro di Milano, il serial killer che aveva ucciso almeno
undici donne a coltellate in quello scorcio storico che anticipava
gli anni di Piombo.
Erano sbirri da strada, che lavoravano senza la Scientifica,
senza il DNA, senza i tracciati telefonici, la rete, i social,
le telecamere.
Si addentr nel cartame ingrigito di verbali e referti, partendo
da quello dell'anatomopatologo.
La vittima era sieropositiva e presentava segni di denutrizione,
tipico dei tossici da buco in vena di quegli anni
lontani. Zombie abbandonati agli angoli delle strade come
fossero sacchi di spazzatura.
Non le interessava della sua vita perduta, ma della sua
morte traumatica.
Verific le comparazioni delle ferite: risultavano compatibili
a quelle riportate dalla Larsen, inferte da forbici affilate,
forbici professionali, di quelle da laboratori di sartoria o
da giardinaggio.
Quattordici colpi, dall'alto verso il basso.
Il resto erano i soliti tecnicismi che corredano l'incartamento
di un delitto. Aria fritta.
Scorrendo quelle vecchie foto e quei rapporti datati, la
malinconia lo avvolse insieme alla solitudine che avrebbe
voluto dividere con Morena, che improvvisamente si era infilata
sottopelle.
Come quel virus cinese di cui iniziavano a parlare i quotidiani
online.
Si stava diffondendo in una provincia sperduta della megalopoli
di Wuhan.
Una nuova influenza aviaria o qualcosa del genere.
Si parlava di decine di morti e centinaia di contagiati in
Cina.
Dall'altra parte di un mondo troppo grande per i suoi
pensieri che orbitavano in un mondo pi piccolo dove tutto
stava accadendo: i misteri della chiesa dei Martiri Oscuri, i
cadaveri del prete esorcista e del suo amante transessuale,
il corpo di Morena che lo chiamava come il canto di una
sirena.
Non era Ulisse. Non aveva tappi di cera.
Moll tutto per andare da lei.
Barbara passeggiava inspirando a pieni polmoni l'aria
fredda della sera.
A farle compagnia la sagoma imponente del Castello
Sforzesco.
Non aveva voglia di stare rinchiusa in casa e di starci da
sola.
Kathleen era rintanata in albergo. Si era inventata un diplomatico
mal di testa per coricarsi in fretta e saltare la razione
serale di sesso senza freni.
Per la prima volta Barbara, dopo un'esistenza libera a
farsi rincorrere da uomini che non riuscivano a incastrarla,
si sentiva come i cani che incontrava in quella passeggiata
notturna: imbrigliata a un guinzaglio emotivo di difficile interpretazione.
Non era amore. Non lo era a quarantacinque anni, dopo
una vita egoistica da single per scelta e per vocazione. Non
era amore, inteso come due cuori e una capanna. Non lo era
con l'idea di una famiglia, di figli e progetti da coniugare al
plurale.
Era solo sesso, si ripeteva razionalmente dall'alto della
sua professionalit.
Ma un sesso diverso, che la permeava, dandole dipendenza
come una droga. Come se il corpo di Kathleen si completasse
con il suo, scaldandolo, accendendolo, facendo emergere
quelle energie tantriche studiate dalle scienze orientali.
Non ci aveva mai creduto, eppure stava succedendo.
Anche se fuori dal letto Kathleen diventava insopportabile
e ingombrante. Le interessava solo sapere delle inchieste
in corso, di quei delitti, del Viaggiatore.
In una parola del suo lavoro, dei suoi articoli.
Per la prima volta si sentiva usata, arrivava persino a pensare
che il sesso fosse soltanto un veicolo di scambio per
farla parlare.
I pensieri l'avevano rapita, portandola lontano.
Era arrivata oltre piazza del Cannone, davanti all'Acquario.
In giro poca gente.
Improvvisamente ebbe paura, una paura irrazionale.
Si trovava in centro, in una zona illuminata.
Decise di rientrare rasentando la strada, scortata dalle
decine di auto che transitavano a qualche metro da lei.
Camminava a passo svelto senza accorgersi di qualcuno
che la fissava, acquattato dietro le macchine parcheggiate.
Morena non lo aspettava.
Lo aveva accolto con la solita tenuta casalinga. Leggings,
felpa e infradito.
Lo sguardo di lui a radiografarle il corpo, concentrato sul
suo intimo.
Voleva capire.
Lei invece aveva gi compreso la sua voglia e le sue paure.
E il suo imbarazzo.
Conosceva gli uomini e i loro pregiudizi.
Era stata una prostituta nella sua vita precedente e quel
passato era rimasto incollato al suo presente.
Distolse lo sguardo fissandolo su Frog.
 proprio un esemplare da mostra cinofila.
Te l'avevo detto.
Lascia il cane in cucina, di l ci sono i pennuti gli ordin.
Frog non si fece pregare, accomodandosi sotto il calorifero.
Lo accompagn in salotto.
Un ambiente pulito e ordinato. La moquette color sabbia
sopra le piastrelle, un divano davanti a un maxischermo, la
gabbia delle cocorite vicino alla parete con uno scaffale con
vetrinette.
Dall'altro lato un imponente biblioteca con romanzi di
ogni genere e libri di viaggi.
Una lampada a faretto irradiava una luce tenue, quasi lunare.
Ero qui in silenzio. Stavo pensando a Luvanor spieg
Morena.
Lui indic uno scaffale con le bottiglie.
Hai del rum?
Vuoi che una ragazza sudamericana non lo abbia?
Pampero Colleccion, il suo preferito. Lo vers in due
bicchieri, riempiendoli fino all'orlo.
Lo mandarono gi in silenzio, poi lei lo fiss con un'occhiata
intensa.
Sei venuto per fare l'amore?
Lui non rispose, il suo sguardo rispondeva di s.
Lo baci con passione, si baciarono a lungo.
Le mani di lui non la sfioravano, come se avesse il timore
di violarla.
Lei gli prese la mano, portandola sull'incavo dei leggings,
proprio l, per quell'ispezione che i suoi occhi imploravano.
Per capire, per sapere, per decidere.
Poi si alz, mettendosi davanti a lui, iniziando a sfilarsi la
felpa, la maglietta e il reggiseno.
Rimase mezza nuda davanti a lui, statuaria, solo i leggings
a coprirla dalla vita in gi.
Il volto impassibile.
Il capo della Omicidi la ammirava estasiato, gli occhi
lampeggiavano la sua eccitazione per quella creatura meravigliosa,
prima di fotografare con un istante di ritardo che
qualcosa non andava.
La sua espressione, seria.
Morena si gir offrendogli la nudit della sua schiena.
La parte alta inondata di un volo di farfalle dai colori
vivacissimi: gialle, rosse, blu elettrico.
Discendendo c'era la crisalide, di un colore scarlatto, il
baco che si schiudeva e da cui emergeva la ninfa, tratteggiata
con una sorta di sirena con le ali porporate.
Nella parte lombare una donna appoggiata sulle nuvole
sorreggeva la crisalide.
Comprese che doveva essere la madre.
Quel tatuaggio raccontava la sua storia e la sua vita.
Ardig la cinse da dietro.
Lei gli prese la mano, portandola sul seno rifatto.
Intu quanto stava per dirle.
Senza operazione, se fossi ancora quello che ero, te ne
saresti andato...
Lui comprese, annuendo.
Hai ragione  vero. Per, non lo sei pi.
Io sono sempre quella. O quello.
Il capo della Omicidi torn a sedersi sul divano, continuava
a mangiarsela con gli occhi.
Eppure, il testosterone non pompava pi la sua eccitazione.
Lei si rivest. Rinfrancata.
Poi lo prese per mano.
Gli sorrise.
Le sorrise anche lui pensando all'unica donna che forse
aveva amato nella sua vita.
Il destino a volte fa davvero scherzi strani.
Aveva battagliato sentimentalmente per anni con una
escort di lusso di cui negava di essersi innamorato. Un assurdo
dj vu si stava ripetendo.
Le raccont di Miriam, dei loro litigi, della sua pretesa
di cambiarla, di svestirla della sua professione per tramutarla
in qualcosa di diverso. Voleva quella donna senza il suo
lavoro.
Morena lo ascoltava, poi lo interruppe.
Io non faccio pi quella vita, ma sono questa che vedi.
Con questa Miriam era pi facile illudersi di cambiarle il lavoro,
ma non si pu cambiare la mia natura. Io sar sempre
la crisalide che mi porto sulla pelle.
Rimasero in silenzio.
Lei aveva smorzato la luce della lampada.
Nella penombra era ancora pi bella.
Stavolta a baciarlo fu lei.
Un calore improvviso lo pervase.
Ora non pensiamo al domani, ora siamo qui io e te...
Morena si alz in piedi, scalza, e cominci a spogliarsi.
...
.
...
7.
...
.
...
Milano, gennaio 2020.
...
.
...
Un altro delitto, un'altra notte insonne.
Una storia completamente diversa per il contesto e per la vittima.
Una delle ultime cascine che sopravvivevano nell'area
agricola a sud di Milano. Un podere, con annesso terreno,
convertito negli anni a vocazione turistica e ricettiva.
Da una parte i campi e le stalle, dall'altra un'area parcheggio per caravan e roulotte.
E il pezzo forte: l'agriturismo con trattoria e negozio di
prodotti alimentari a chilometro zero. Formaggi, salumi,
marmellate, uova. Un'impresa a conduzione familiare generazionale,
che dava lavoro a oltre cinquanta dipendenti.
Le luci di Milano rimbalzavano fin l.
La City distante quattro chilometri.
Erano nel piccolo comune di Sesto Ulteriano.
Nell'area rurale sotto al Corvetto e a Rogoredo, a poca
distanza dai binari dell'alta velocit che collegano Milano con Roma.
L'una di un'altra notte che si annunciava maledettamente lunga.
Intorno alle 22,30 uno dei dipendenti dell'azienda agricola,
uno straniero, un ragazzo macedone era fuori in cortile
a fumarsi una sigaretta: si era stupito vedendo la porta spalancata
dell'ufficio della principale con la luce accesa.
Lei, ottant'anni passati da un pezzo, faceva collezione di
reumatismi e acciacchi e una sua frase ripetuta ossessivamente
nei mesi invernali era la porta! che andava sempre
tenuta chiusa per tenere fuori gli spifferi.
Si era stupito, si era avvicinato, aveva chiamato la signora
Rosa che dava il nome a quel podere: la Cascina Rosa.
Avrebbero poi scoperto che il nome in realt era quello della nonna, la fondatrice, tramandato di generazione in
generazione. E che lei, la vittima, all'anagrafe faceva Maria
Rosa Giovanna. Per tutti la Rosina, anche se era del 1933 e
aveva gi passato gli ottantasei.
Uno scricciolo di donna che non si arrendeva al trascorrere
del tempo: di fare la pensionata non ne voleva sapere.
Stava facendo i conti, li faceva sempre la sera, fino a tardi.
Il suo assassino lo sapeva, che era sola a quell'ora.
I figli e i nipoti a casa con le famiglie, i lavoranti pure
loro a casa, tranne quelli domiciliati in azienda. Ragazzi in
affidamento dai servizi sociali, messi in prova dal tribunale,
dopo turbolenze giovanili pi o meno gravi.
Il macedone, dal nome improbabile, Ljupcho, l'aveva
trovata con un sacchetto di juta, di quelli per le patate, stretto intorno al volto.
Aveva subito urlato, chiedendo aiuto. Nel giro di pochi
minuti i due figli maggiori, entrambi sessantenni, erano sopraggiunti sul posto.
Loro, gli sbirri, erano arrivati alla spicciolata intorno alla
mezzanotte, precedendo un piccolo manipolo di cronisti
nottambuli richiamati dai lampeggianti accesi delle volanti accorse inutilmente sul posto.
Ardig era arrivato pochi minuti prima dell'una.
La telefonata della sala centrale operativa lo aveva svegliato
mentre dormiva nel letto di Morena dopo aver fatto l'amore.
Lei si era offerta di fargli un caff.
Lo aveva accompagnato alla porta in vestaglia.
Sussurrandogli un a presto che significava tante cose.
O forse nessuna.
Il solito circo Barnum era stato tirato gi dalla branda
per un banale caso di ordinaria cronaca nera.
Dai cassetti della scrivania erano spariti i contanti dell'incasso
quotidiano dell'agriturismo e delle altre attivit commerciali.
Nel millennio 2.0 la gente pagava anche il caff con il
bancomat e di contanti ne giravano pochi. Qualche centinaio di euro, una miseria.
La Rosina era stata ammazzata per poche banconote maledette.
Una rapina sfociata in omicidio per l'opposizione
della vittima.
Non serviva un'indagine nelle viscere oscure del male
metropolitano o nell'erba fangosa di quell'area agricola.
Non occorreva un'indagine alla Ardig che intorno alle
tre decise di cedere le redini a Santoni per concedersi qualche
ora di sonno.
Non da Morena, non era il caso.
Uscendo incroci l'amico di sempre Federico Malerba.
Surgelava a bordo strada, stretto in un giubbotto invernale
imbottito di mille strati termici.
Ti verr il raffreddore lo salut il poliziotto.
Appunto, almeno non farmi ammalare per niente ribatt
intirizzito il cronista de Il Giorno.
Rapina sfociata in omicidio, mancano soldi in cassa,
l'incasso della giornata ma parliamo di robetta, duecento
euro o gi di l.
Cazzo, l'hanno uccisa per duecento euro?
Lascia stare il plurale,  stato uno solo. I nostri agenti
stanno gi scremando la lista dei lavoranti, diversi sono giovani
stranieri in affidamento dai servizi sociali.
Uno di loro?
Quasi sicuro.
Ok, utilizzo il condizionale. Grazie.
Santoni non aveva perso tempo, facendo cantare tutti gli
ospiti di Cascina Rosa.
Tutti tranne uno.
All'appello mancava un moldavo, Catalin Cebatari. Classe
1995. Una testa calda.
L'ispettore della sezione Omicidi stava scorrendo la sua
scheda sull'iPad di servizio.
Moldavo di nascita, lombardo di crescita.
Una prima condanna dal tribunale dei minorenni di Milano
per rapina e tentato omicidio, una successiva, dal tribunale
di Pavia, quando aveva ventun anni, per aggressione e
violenza e una denuncia per possesso di armi da taglio.
Un balordo, dal sangue che ribolliva con un fratello maggiore,
pure lui pregiudicato per violenza sessuale.
Alle sei del mattino Ardig si faceva un caff espresso
con le cialde.
Per lui, devoto dell'espresso della macchina a vapore del
bar, l'approdo sul pianeta delle cialde rappresentava una
scoperta rivoluzionaria.
Altro che Cristoforo Colombo.
La sua America erano gli espressi da bar fatti in casa con
una macchinetta da ottanta euro. Era gi alla seconda tazzina
di quella mattina ancora da incominciare.
Buono, denso, cremoso, mica l'acqua sporca della moka
che qualche decina di milioni di italiani si ostinava a bere
ogni mattina appena suonata la sveglia.
Sorbiva il suo crema e gusto ricostruendo la notte alla
Cascina Rosa e la triste fine della Rosina, soffocata per trenta
denari da un ingrato Giuda che si era messo in casa per fare
una buona azione. Cebatari se ne era andato senza fuggire.
La sua roba era ancora nel suo armadio. Aveva preso uno dei
furgoncini dell'azienda e si era allontanato.
Santoni gli aveva gi messo i segugi alle calcagna grazie a
una dritta.
Catalin aveva la fissa per le prostitute dell'Est, giovani,
che battevano sotto la tangenziale, tra Opera e Locate Triulzi.
Non sarebbe andato lontano.
Pensare al delitto di Sesto Ulteriano gli consentiva di non
pensare a lei, a Morena, alla serata insieme.
Senza quel delitto sarebbe stato ancora nel suo letto. Si
sarebbero svegliati insieme.
Avrebbero fatto colazione come una normale coppia.
Una sensazione opprimente lo avvolse, come se gli mancasse
l'aria all'improvviso.
Il solo pensiero di parlarle, di vederla alla luce del sole,
come una persona, non come un corpo, lo spaventava.
L'ispettore Santoni aveva passato le ultime ore della notte
a bordo strada, andando a sondare le giovani prostitute
dell'Est che battevano sulle provinciali sotto la tangenziale.
Lucciole illuminate da fuochi accesi in secchi metallici,
con cartacce, fogli di giornale e scatoloni incendiati con boccette
di alcool etilico che le ragazze si portavano in borsetta
insieme al cellulare e ai preservativi.
Giovani, giovanissime, agghindate da battone del secolo
precedente: stivaloni, giubbotti con la zip, trucco marcato.
Esche per camionisti dell'Est.
Un mercato per clienti abituali.
Anche Catalin era un cliente abituale.
Lo conoscevano le ragazze, pure loro moldave o rumene,
e lo conoscevano i protettori, pure loro moldavi o rumeni
che non volevano farsi tirare dentro una storia brutta come
un omicidio di un'anziana.
Per cui il passaparola quella notte era stata collaborare.
Dire tutto.
Ovvero che intorno alle ventitr il moldavo era passato
di l a bordo di un furgoncino, su di giri e allegro come se
avesse vinto alla lotteria e per festeggiare si era comprato la
compagnia per una notte di una connazionale: Yulija.
Alle nove di mattina niente amaro e niente convenevoli.
Padre Harald si stava riempiendo gli occhi della foto del
murales di via Plichi.
Imperturbabile lo esaminava, memorizzando ogni dettaglio,
anche il pi impercettibile.
Perch non mi rivela tutto e non giochiamo a carte scoperte?
domand brusco Ardig.
Cosa intende per tutto?
Caino non sta punendo un sacerdote lussurioso e la prostituta
con cui consumava i suoi peccati carnali. C' qualcosa
di pi oscuro dietro a questi delitti. Qualcosa che sta indicandoci
con questo disegno. Qui vengono raccontati due
delitti terribili.
S. Concordo con lei.
Caino non ha colpito a caso. Cercava don Rogerio. Lo
conosceva. E conosceva il suo passato. E le parole del video
lo confermano.
Padre Harald annu, senza scomporsi.
Lei ha gi avuto modo di confrontarsi con le nostre istituzioni
ed  consapevole del fatto che, cos come lo Stato
custodisce dei segreti, per l'appunto segreti di Stato, per il
bene della collettivit, altrettanto  costretta a fare la nostra
Chiesa.
E quali sarebbero questi segreti della Chiesa?
Sono per l'appunto segreti e in quanto tali devono
restarlo. E sono segreti inaccessibili anche per un povero
vecchio inquisitore come il sottoscritto. Il nostro compito 
fermare il male portato da un assassino senza spargere altro
male inutile. Queste sono le regole del gioco e valgono anche
per me, come per lei.
Non gioco a mosca cieca.
Libero di tirarsi indietro. Monsignor Mondoni pu sempre
rivolgersi all'Arma dei Carabinieri che sarebbe pronta a
collaborare senza porre domande scomode.
Ardig comprese di aver imboccato il vicolo cieco di un
assurdo paradosso, dove le gerarchie ecclesiastiche gli chiedevano
di indagare sui loro panni sporchi ma senza sapere
neppure dove mettere le mani.
Tuttavia, fece retromarcia, traccheggiando.
Sta bene, mi aiuti come pu. Almeno mi dia un punto
di partenza.
Lo ha gi. E la croce di San Pietro. Quello sfregio  la
chiave del delitto.
Perch?
Il vecchio officiale chiuse gli occhi, come se dovesse far
riposare le palpebre divenute troppo pesanti alla sua et.
Perch quel simbolo blasfemo  la chiave di questi delitti.
Quel marchio  stato inciso sulla pelle di un servitore
di Dio, di un sacerdote diverso dagli altri. Come le abbiamo
gi detto, don Chevron  arrivato in Italia seguendo padre
Luca Urgnana, un nostro fratello deceduto ormai da oltre
vent'anni. Un religioso esperto nella delicata materia degli
esorcismi, inviato nei primi anni Settanta in Brasile per
istruire i preti locali in questa pratica cos complessa. Laggi
c'erano centinaia di casi di diableri, vampeti o tutte quelle
figure che noi chiamiamo fattucchieri, che effettuavano
macumbe o altre stregonerie, richiamandosi alla tradizione
locale della magia nera. Pu immaginare la complessit e la
durata del suo incarico. Cos nei mesi trascorsi in una missione
nel Mato Grosso, a San Cristobal, aveva incontrato un
bimbo orfano, Rogerio, allevato dai religiosi di quella comunit
e in qualche modo ha finito per adottarlo. Rientrato
in Italia don Urgnana era diventato il parroco titolare della
chiesa dei Martiri Oscuri, la chiesa dove, come le abbiamo
gi spiegato, si effettuavano le pratiche di esorcismo. Il resto
lo immagina: Rogerio  entrato in seminario e ha preso
i voti, finendo per affiancare don Urgnana anche nella sua
attivit di esorcista, apprendendone la metodologia fino a
quando questa pratica, dalla met degli anni Novanta, ha
cominciato a diradare in termini di utilizzo.
E a Milano ha ritrovato Luvanor che conosceva fin da
bambino.
Probabilmente. E, dopo la scomparsa di don Urgnana,
il reggente di Martiri Oscuri  diventato proprio don
Chevron.  nella seconda met degli anni Novanta che quella
chiesa, che i milanesi non frequentano per superstizioni o
dicerie, con un sacerdote brasiliano diventa il punto di ritrovo
della comunit dei transessuali milanesi, quasi tutti di
lingua portoghese. L'arcivescovo Martini tollerava questa situazione,
asserendo che erano tutte pecorelle del signore. E
cos che quella chiesa  diventata la chiesa dei transessuali.
Tutto questo per dirmi cosa?
Che il transessuale rischia di essere uno specchietto per
le allodole. Don Chevron non  stato ucciso perch peccava
ogni notte cedendo alla lussuria, ma per qualche colpa risalente
alla sua precedente esperienza da esorcista. Qualcosa
da punire e pulire con il veleno e con lo sfregio di quella
croce rovesciata. Le ripeto,  questa la chiave del delitto.
E che porta aprirebbe questa chiave?
Ci arriver da solo, con l'aiuto del Signore. E ovunque
arriver la sua indagine, qualunque sia lo sbocco, in quel
momento io sar al suo fianco per aiutarla a imboccare la
giusta direzione. Ma in questo momento  tutto buio anche
per me.
Ardig non confidava nell'aiuto divino di padre, figlio o
spirito santo e neppure in quello terreno dei loro emissari
in tonaca.
Barbara e Kate erano rimaste per tutta la mattina nella
hall dell'hotel Royal a studiarsi il fascicolo dell'omicidio di
Luciana Tagliabue.
I referti anatomopatologici e i verbali confermavano le similitudini
con il delitto di Christine Larsen e con gli omicidi
avvenuti nel Nord Europa.
Avevano approfondito sul web anche le ricerche su Cornelia
Larsen, senza trovare quasi nulla salvo la pagina creata
dai familiari oltre vent'anni prima e praticamente mai aggiornata.
Le foto caricate della giovane scomparsa la ritraevano diciottenne
o poco pi, una manciata di istantanee. Due erano
maggiormente nitide: in entrambe era in piedi, sorridente,
con la chioma bionda macchiata di ciocche rosso fuoco e
uno sfondo suggestivo alle spalle.
Nella prima foto si intravedeva il muro di Berlino e dietro
la cinta la sagoma della Porta di Brandeburgo. La foto berlinese
doveva essere del 1986.
Nell'altra foto Cornelia era appoggiata a un muretto, dietro
di lei uno spazio ampio, con una porta storica.
Barbara inquadr in un istante lo scenario.
 piazza 24 Maggio, questa foto  stata scattata dal
ponte della Darsena.
Il motel Eden  una delle mete pi gettonate nell'area
meridionale del territorio milanese per qualche ora a luci
rosse.
Di giorno  bazzicato da coppie clandestine, da professionisti
che si prendono una pausa lavorativa per una sveltina
con una mercenaria del sesso e da ventenni che non
hanno la casa libera perch ci sono i genitori.
La notte la clientela cambia.
Camionisti in primis, con prostitute caricate dai marciapiedi,
e una variegata fauna umana in cerca di emozioni o trasgressioni.
Dai ragazzi che vanno a concludere con i fuochi d'artifcio
una serata iniziata in un locale ai padri di famiglia che si
inventano un turno lavorativo serale per allontanarsi da casa
con una lei di turno agganciata in qualche chat di sex dating.
Tra loro, quella notte, anche un fresco assassino.
Seguire le tracce maldestramente lasciate da Catalin
Cebatari era stato semplice.
Mollichine grossolane di un sanguinario Pollicino disseminate
ovunque senza curarsi di nasconderle.
Dalla provinciale dove aveva rimorchiato Yulija a un locale
notturno a Rozzano dove aveva acquistato cocaina da
un pusher, mentre sorseggiava drink al bancone con la sua
vistosa accompagnatrice. L'Eden era uno dei pi ovvi capolinea
della sua notte brava.
Con i soldi di nonna Rosina stava dando sfogo a tutti i
suoi vizi.
Paradossalmente Santoni gli aveva concesso di concludere
la sua ultima notte da uomo libero in bellezza evitando
irruzioni poliziesche buone per le vecchie pellicole cinematografiche
ma pericolose nella realt ordinaria. L'ispettore ligure
aveva scelto di attenderlo con gli agenti nel parcheggio
del motel, appostati intorno al furgone della cascina.
Catalin si era fatto portare in camera la colazione intorno
alle nove e mezz'ora dopo era uscito con un sorriso strafottente
dipinto sulla faccia da schiaffi.
Yulija lo seguiva docile. Aveva gli occhi a palla, l'aria
stanca e sembrava spaventata.
Lei sapeva. Era stata avvertita via WhatsApp da protettori
e colleghe di strada e infatti si guardava intorno preoccupata.
Ma il blitz fu troppo veloce per comprenderlo, istantaneo.
Il moldavo si ritrov il cane della pistola di Santoni puntata
a due dita dal naso prima di rendersene conto mentre
gli agenti Foglia, Larini e Zanella, riparati dietro le auto in
sosta e spuntati improvvisamente, gli urlavano di stare fermo,
circondandolo.
Tutto in una manciata di secondi.
Era disarmato e assonnato, con i riflessi appannati dall'alcool
e dalla cocaina.
Yulija aveva fatto un balzo indietro, restando sulla soglia.
Spalancando la vista sulla camera.
Bottiglie disseminate ovunque con un vassoio di piatti e
posate sporchi e il lettone sfatto.
L'ultima notte brava, prima di anni su brande schifose di
un penitenziario.
Luvanor era morta come don Rogerio.
L'arma era la stessa pozione venefica penetrata con il fendente
inferto alla base del collo.
Di fatto Caino non li aveva toccati.
Niente botte, tagli, torture. Nulla.
Solo i legacci ai polsi.
Li aveva uccisi con quella pugnalata che aveva inoculato
in circolo la soluzione letale, paralizzando il sistema nervoso,
respiratorio e cardiaco nel giro di pochissimo.
Qualche minuto, non di pi. Al massimo due o tre minuti
e sono passati a miglior vita, ammesso che ne esista
una aveva sentenziato il dottor Salerno, dopo aver svolto
l'esame necroscopico anche sul corpo del brasiliano.
Stesso esito, stesso mix di veleno di vipera.
Una sola differenza rispetto a don Chevron: non era stato
sfiorato e neppure spogliato.
L'incisione della croce di San Pietro era stata riservata
solo al prete esorcista.
Come la messa in scena delle vipere.
Caino li aveva giustiziati in modo identico, senza farli soffrire,
sfregiando solo il sacerdote.
Faticava a decifrare la mente di questo killer diverso dai
tanti altri che aveva braccato negli anni.
Diverso anche dal Viaggiatore che restava nei suoi pensieri.
La Lunardon e la O'Donnell stavano battendo le alzaie
dei Navigli e corso San Gottardo con la foto stampata a colori
della giovane Cornelia Larsen.
L'abbigliamento con il giubbotto stile chiodo e i capelli
con la cresta testimoniavano un tempo coniugato al trapassato
remoto.
Un passato ormai morto e sepolto.
Molti dei ristoratori o baristi interpellati erano probabili
coetanei della ragazza danese, donne e uomini sulla cinquantina
che potevano averla incrociata tanto tempo prima.
Nessuno di loro per la ricordava.
Di Luciana Tagliabue invece ignoravano il volto e il nome,
ma in tanti conservavano la memoria del suo tragico
delitto. Ma solo di quello.
Nell'ufficio di Pinton erano stati convocati due writer su
cui pendeva la solita denuncia per imbrattamento.
Li aveva fermati e identificati una ronda notturna della
Polfer sulla massicciata ferroviaria dei binari fuoriusciti dalla
Stazione Centrale, all'altezza del quartiere Maggiolina, mentre
stavano addobbando un muro rischiando di farsi investire
dagli Eurostar in transito. Avevano inanellato una bella lista di
piccoli reati per cui rischiavano un processo per direttissima.
Ardig si attendeva di trovarsi di fronte due ventenni con
scarpe senza lacci, i capelli con i dreadlock infilati in abiti pi
grandi di svariate misure.
Invece quelli erano sulla trentina, barbuti e con occhiali
con montature rigide, italiani ed entrambi incensurati.
Gli mostr le immagini della saracinesca di via Plichi.
Figa, gran lavoro... tanta roba comment quello pi
spigliato.
Sui muri si firmava Saspred88, all'anagrafe faceva Samuele
Spallarossa. Alle spalle una sfilza di denunce contro il
patrimonio. Un altro eterno ribelle.
E poi?
Il ragazzo esamin la foto con aria professionale.
Dottore  strano, cio hai visto i tratti e le linee?
Li ho visti.
No, cio volevo dire, questo qui non ha usato le vernici
degli spray. Questo  uno che ci sa fare con la mano, l'ha
fatto con l'acrilico, cazzo roba pesante. Dottore, non so, mi
capisci?
Lo chiamava dottore e gli dava del tu.
Traduci in maniera comprensibile anche per me, chiaro?
Voglio dire che con le sostanze acriliche non puoi andare
di bomboletta.
E quindi? lo tartass Ardig.
Lo ha dipinto con i pennelli, come fanno gli imbianchini,
che per figa non  mica una cosa facile.
Ardig lo fiss con aria corrucciata: Mi stai dicendo che
lo ha fatto un artista?.
S, beh, pi o meno, cio questo  uno che ha la mano
insomma.
Secondo te quanto ci pu aver messo?
Samuele indic il socio, muto fino a quel momento, che
si limit a incoraggiarlo, annuendo.
Figa, non  che fai una roba del genere in dieci minuti.
Cio, va bene che non sar mica il Louvre ma, per me,
questo un'ora tutta l'ha impiegata, anche se i disegni sono
essenziali e non ha messo la prospettiva tridimensionale e le
figure sono sproporzionate.
Ardig assimil le informazioni formulando un solo ragionamento.
Secondo voi  uno giovane? Uno come voi?
Con gli acrilici un writer da strada? Ma va l, questo 
uno vero, uno che lavora in una galleria d'arte, che i dipinti
li vende a mille euro a botta. Oppure uno di quelli che li
vende ai mercatini la domenica. Figa, uno di quelli di sicuro,
ti puoi giocare un testone ribatt convinto Samuele.
Conged il writer e il suo compare muto restando con le
solite domande senza risposta.
Caino era un artista. Un vanitoso che si pavoneggiava
dei suoi delitti, un megalomane che raccontava i suoi vaneggiamenti
sanguinari, un bullo che si divertiva a giocare con
loro, disseminando indizi in una caccia al tesoro tipica dei
serial killer.
Gli edonisti, i visionari, i narratori e i missionari come
quello.
Tutti mattatori da palco scenico, che uccidevano anche
per avere la luce dei riflettori investigativi e delle cronache
giornalistiche. Perch quasi tutti volevano assaporare l'adrenalina
del duello lanciato ai bracconieri tutori dell'ordine,
del farsi inseguire da una posizione di vantaggio, decidendo
le mosse da imporre nella scacchiera di quella caccia, dove
solo la preda dettava le regole del gioco.
Stava inquadrando il suo profilo criminale.
Catalin Cebatari era un pallone che si sgonfiava dopo essersi
forato.
Smaltita la cocaina e l'adrenalina del killer improvvisato
si era afflosciato schiacciato dai rimorsi e dalla consapevolezza
della gravit dell'accaduto e delle sue conseguenze.
Nell'Italia del liberi tutti, dove la galera  ormai un optional,
si faceva ancora un'eccezione per gli omicidi: nella
maggior parte dei casi, non in tutti purtroppo, almeno loro
finivano veramente dietro le sbarre per qualche tempo. Mai
per tanto tempo, sempre meno di quanto avevano tolto alla
famiglia della loro vittima.
Tuttavia, Catalin, all'alba dei venticinque anni, intuiva
che fino a trenta o poco pi avrebbe trascorso quel tratto
di vita rinchiuso in un penitenziario.
Piangeva. Non per nonna Rosina che lo aveva accolto
per regalargli l'opportunit di una nuova vita ed evitargli
guai forse inevitabili per uno cos. Piangeva per se stesso,
per quello che lo aspettava, per gli anni che avrebbe perso
invecchiando in cella.
Piagnucolava che era colpa della vecchia. Io chiesto solo
qualche soldo ma lei diceva no. Io lavoro tutto il giorno e lei
diceva no. Se lei dava i soldi....
Tra un singhiozzo e l'altro aveva ricapitolato tutto.
Voleva soltanto regalarsi una serata delle sue. Cocaina,
sesso e il finto lusso di un'alcova di un motel.
Bastavano cento euro, ma lei sempre no diceva.
L'aveva uccisa per quello.
Santoni scocc un'occhiata all'agente Foglia.
Fremevano, avrebbero voluto dargli una ripassata, farlo
piangere davvero.
Purtroppo, le leggi proteggevano quei criminali, non potevano
rifilargli nemmeno un ceffone, neanche una sberla a
un assassino che aveva soffocato un'ottantaseienne per rubarle
qualche banconota.
La Darsena in quella sera di freddo secco era splendida,
con le luci che si riflettevano sulle acque nere.
Barbara e Kate, imbacuccate nei loro giacconi, la osservavano
dal ponte di viale Gorizia, come se fossero affacciate
al davanzale di una finestra che si apriva sul troppo tempo
trascorso.
Da quel luglio del 1993 era cambiato tutto anche l, argini,
muri, prospettive.
Di Luciana Tagliabue restava un vago ricordo, non tanto
di lei, quanto del suo delitto.
Il suo fantasma era svolazzato altrove, scacciato dai lavori
di restyling di quel piccolo mare milanese.
Di Cornelia Larsen non c'era nemmeno il ricordo.
Le due donne, deluse, tornarono verso piazza 24 maggio per prendere un taxi.
Barbara era attesa da una trasmissione televisiva, Kathleen
sarebbe tornata in albergo.
Anzi no, aveva gi deciso che sarebbe rimasta fuori. La
sua notte milanese era ancora lunga.
Santoni aveva affidato Catalin Cebatari a una volante
della Polizia Giudiziaria incaricata di eseguire l'ordine di
custodia cautelare emesso dalla Procura della Repubblica di Milano.
Il primo passo, il fermo giudiziario di quarantotto ore.
Poi il giudice per le indagini preliminari lo avrebbe tramutato
in arresto e il tribunale di sorveglianza avrebbe valutato
se convertirlo in una custodia domiciliare o in un'altra struttura assistita.
Fine della caccia. La sezione Omicidi e Reati contro la Persona aveva fatto il suo dovere.
Ora toccava alla giustizia degli uomini e dei tribunali fare il suo corso.
...
.
...
8.
...
.
...
Milano, gennaio 2020.
...
.
...
Dopo il freddo, poco prima di mezzanotte era arrivata la
pioggia. L'acqua ticchettava sui tetti e sui vetri, portandosi via le
scorie di un'altra giornata sprecata in un'indagine dove a
dettare i tempi era l'assassino.
Il tarlo di Caino gli rodeva il cranio.
Li aveva cercati, per parlargli con i murales, comunicandogli
qualcosa di incomprensibile.
Ardig si stava dannando l'anima per decifrare il significato
di quei disegni tracciati sui muri della Milano turbolenta
di via Gola, la Milano che non voleva rassegnarsi
all'estinzione e scomparire per lasciare il posto al nuovo che
avanzava di giorno in giorno con cantieri sul terreno e gru
ad accarezzare il cielo.
Quella sera pensava solo a lui, ossessivamente, al killer
del veleno e dei murales.
L'incubo di Caino scacciava i sogni su Morena.
La desiderava dopo il breve assaggio della notte precedente.
E la temeva.
Temeva la sua bellezza, il suo mistero. Temeva lo avvolgesse
in una ragnatela di attrazione fisica e di sintonia emotiva.
Si domandava se fosse da sola, se stesse dormendo.
Non aveva il numero di telefono di Morena e lei non aveva
il suo.
Sentiva la voglia di lei salirgli dentro, dalla pancia fino al
cervello.
Non poteva. Non voleva. Non doveva.
Per smaltire la voglia decise di camminare anche se fuori
diluviava.
Niente ombrelli, li detestava. Per questo aveva scelto di
infilarsi il giubbotto in goretex con il cappuccio, che utilizzava
per correre in inverno, per accompagnare Frog nella
sua uscita notturna.
In quel momento un altro quadrupede, un cocker dal
musetto allegro e dal nome spensierato, Whisky, per via del
colore del suo manto, zampettava incurante della pioggia
che lo inzuppava. Scalpitava tirando il guinzaglio, ignorando
le istruzioni incomprensibili del padrone.
L'uomo e il cagnetto si fermarono sullo spiazzo. L'animale
annusava cercando il mattone giusto.
Il padrone si accese una sigaretta salutare, riempiendosi
lo sguardo con quel murales mastodontico che riproduceva
un pezzo di storia milanese.
Una storia di proteste, contestazioni, incidenti, battaglie
cittadine combattute sui marciapiedi.
Quell'opera di strada lo intrigava, ricordandogli un passato
che aveva sfiorato ed evitato per poco, imboccando poi
un'altra strada, che gli avrebbe portato soldi, opportunit e
un carico di colpe che lo tormentavano quando calavano le
tenebre e gli spettri emergevano dal buio.
Forse anche per questo rabbrividiva quando incrociava
quegli occhi pungenti che emergevano dal passamontagna,
vedendo quel ragazzo che sferrava il calcio al poliziotto, e
poi quel gruppo di uomini e donne che avanzavano all'unisono,
orgogliosi e armati.
Partigiani. Gente che aveva combattuto per la libert.
Quell'angolo remoto di Milano gli ricordava la Shankill
Road di Belfast, quella strada dell'odio che separava i quartieri
cattolici da quelli protestanti, dove i muri raccontavano
quella guerra tra fratelli divisi dalla religione e da una bandiera
e gli ricordava quel poco che ancora rimaneva dei muri
di Berlino. Un altro luogo magico, dove la storia era intrisa
con il sangue.
Una strana energia lo pervadeva ogni sera, quando da solo,
circondato dal buio che aleggiava in quelle vie solitarie e
male illuminate, si fermava per interminabili minuti a riempirsi
gli occhi di quei murales.
Eppure, un brivido lo sorprese improvvisamente.
Decise di ripartire, dopo il tunnel c'erano la roulette russa
di ET e il burattino di latta ad attenderlo per l'ultimo
saluto, prima di salire al caldo. Sognava un asciugamano, un
phon e un bicchiere di grappa prima di coricarsi.
Infil il sottopasso ferroviario, accorgendosi solo in
quell'istante che dal marciapiede coperto da un furgone
parcheggiato, a fianco al muraglione della sopraelevata, stava
sopraggiungendo la sagoma di un uomo incappucciato.
Un altro temerario che sfidava la pioggia in quella notte
di collera meteorologica.
Era solo, senza nessun cane.
Nella mano destra, chiusa, stringeva qualcosa di lucido.
Stavolta la telefonata non era arrivata dalla sala operativa
della Questura.
A mezzanotte Ardig sorseggiava un bicchiere di Havana
7 per anestetizzarsi dai tormenti erotici.
Morena era entrata nella sua testa e non voleva andarsene.
La vibrazione del telefono lo sorprese.
A quell'ora di solito le chiamate provenivano dalla sala
centrale operativa che funge da raccordo per i commissariati
di zona e le volanti sparse per la citt. Invece sul display
del suo cellulare Samsung lampeggiava il numero diretto del
commissariato Centro, il commissariato di piazza San Sepolcro
dove da troppi anni erano distaccati provvisoriamente
gli uffici della sezione Omicidi e reati contro la Persona.
Quella chiamata, trentotto minuti dopo la mezzanotte, annunciava
solo brutte notizie e una conseguente notte insonne.
Un insolito groviglio intestinale lo infastid mentre rispondeva
alla chiamata in entrata.
La voce di Pintori echeggi preoccupata nel microfono
auricolare.
Ha colpito di nuovo. E ancora lui.  Caino,  senza
dubbio lui.
Dove?
Nella via del Leoncavallo, c' un budello sotto il ponte
ferroviario, dove hanno trovato un cadavere...
Ascolt il primo sommario resoconto dell'ispettore, poi
cominci a vestirsi.
La filosofia moderna da decenni, nella societ contemporanea,
si  intrecciata con altre arti antropologiche. Dalla poesia
alla sociologia, finendone inevitabilmente contaminata.
Partorendo massime che parevano nascere direttamente
da un bancone di un bar, dopo l'ennesimo bicchierino di
troppo.
Tipo la fortuna  cieca ma la sfiga ci vede benissimo,
decantata da svariati agitatori culturali. O ancora la mitologica
legge di Murphy per cui, in base a una serie di paradossi
scientifici, mischiati a superstizioni e saggezza popolare
spicciola, pianificare dettagliatamente un evento atteso e
importante si sarebbe rivelato inutile, perch una tempesta
di imprevisti si sarebbe abbattuta su quella data, in quel
momento, in quel luogo. Tipo l'auto della sposa che fora
la gomma durante il tragitto verso la chiesa o la cacca di
piccione che ti centra sulla giacca mentre vai al colloquio di
lavoro pi importante della tua vita...
Ad Ardig stava capitando tutto questo.
Due serial killer in una sola citt.
Roba da oltrepassare ogni legge di Murphy o di qualunque
altro cialtrone millantatore.
Eppure, stava succedendo.
Succedeva proprio a Milano. Succedeva proprio a lui e
succedeva in una notte di pioggia, mentre infilava con il lampeggiante
acceso la strada che lambiva il Leonka.
Il centro sociale pi famoso d'Italia, intitolato al compositore
che dava il nome alla via in cui era stato fondato,
un pentolone in perenne ebollizione, anche se nel millennio
2.0 le teste calde che volevano ribaltare tutto, rovesciando
auto e cassonetti, si erano raffreddate e molti di quei luoghi
si erano commercializzati, diventando punti di ritrovo per
concerti, incontri o serate tematiche, con angolo bar e tutto
quanto si trova in tutti gli altri locali per una serata ricreativa.
Fuori decine di ragazzi con la birra a ondeggiare nel bicchiere
di plastica, seccati pi che incuriositi per il trambusto
e per tutte quelle divise in eccesso in quella strada dove i poliziotti
coincidevano con gli odiati celerini, anche se nessun
agente quella notte aveva manganello e scudo e solo un paio
erano in divisa. Gli altri in borghese, con giubbotti pesanti
e cappucci sollevati.
In realt l'omicidio era avvenuto a qualche centinaio di
metri dai muri d'inchiostro del centro sociale e non c'entrava
nulla con quel luogo cos carico di significati politici.
Da qualche minuto la pioggia aveva patteggiato una tregua
notturna.
Era stato il cane a richiamare con i suoi latrati l'attenzione.
A notarlo era stato un uomo che stava facendo la stessa
cosa, la stessa che altre migliaia di milanesi facevano a
quell'ora e con quel tempo infame: portava a passeggio il
cane per l'ultima missione.
Lo aveva fatto anche Ardig, prima di dedicarsi al suo
bicchiere di Havana.
Adesso Frog era l con lui e per la prima volta in tanti anni
li stava aiutando. Non come cane poliziotto, non avendone
il fisico o il fiuto, ma solo come cane, tenendo compagnia
al cocker ancora imbragato nel guinzaglio.
Era rimasto a vegliare il padrone, ad attendere che qualcuno
arrivasse ad aiutarli.
Per lui era troppo tardi ormai e per loro si annunciavano
ore da incubo.
Il quadrupede abbaiante era stato il primo impatto emotivo
per Ardig sulla scena del delitto.
Si era occupato prima di tutto del cagnetto fradicio per la
pioggia. Lo aveva accarezzato e affidato a un agente donna,
insieme al guinzaglio di Frog.
Poi aveva ascoltato l'inutile testimone.
Un padre di famiglia, con un barboncino nero, che continuava
a rassicurare la moglie al telefono.
Torno presto, s, no, no, non so quando torno, s, torno
presto. No, non lo so, non dipende da me... magari devo
andare in Questura. No, non so...
Ardig aveva deciso di evitargli un'inutile notte insonne
in commissariato. Poteva passare l'indomani con comodo
a raccontare il suo nulla da un punto di vista investigativo:
aveva notato il corpo di un uomo accasciato dentro il sottopasso
ferroviario, vegliato da un cagnetto strepitante, e aveva
compreso che non si trattava di un malore o un incidente.
Fine della storia. Non conosceva la vittima di nome, solo di
vista, ma era abbastanza sicuro del fatto che abitasse dall'altra
parte della ferrovia, nelle case della strada parallela.
Lo ringrazi e lo conged.
Un ispettore della Mobile fissava i leoncavallini in lontananza.
Buoni quelli. Scommetto la tredicesima, che non mi
hanno ancora versato, che quelli l non hanno visto o sentito
nulla.
Un funzionario della Digos, intervenuto sulla scena del
delitto, stava spiegando che dentro al centro sociale si era
tenuto un concerto di musica etnica africana.
In una fredda serata di pioggia, a gennaio, era comprensibile
che nessuno di loro avesse messo il naso fuori e che la
musica avesse attutito le eventuali urla della vittima, per cui
ci stava che non avessero visto o sentito.
A ogni modo, per mero scrupolo, avevano inviato due
agenti a raccogliere le loro deposizioni, anche se era solo
una perdita di tempo.
Era arrivato il momento di conoscerlo, dopo averlo fatto
attendere per qualche istante di troppo, anche se non c'era
fretta, tanto ormai la sua corsa era finita per sempre.
Si infil controvoglia nel tunnel della sopraelevata ferroviaria,
una cicatrice di cemento, sassi e acciaio che taglia in
due la parte orientale di Milano dividendo i quartieri come
fosse la linea disegnata con il righello dai sovrani quando a
tavolino si spartivano i territori, mentre stilavano gli accordi
di pace dopo anni di guerra.
Lo sgomentava quel sottopassaggio dipinto dalle bombolette
dei writer con personaggi inquietanti ed espressioni
minacciose.
Suggestioni, solo suggestioni. Il luogo, buio, isolato, era
stato scelto dall'assassino proprio per ridurre i rischi.
Decise che era arrivato il momento di incontrarlo.
Qualche passo e la volta del sotterraneo lo inghiott.
La luce di un riflettore messo da quelli della Scientifica
per illuminare la scena criminis gli rimbalz in faccia, abbagliandolo
per un attimo.
Il morto aveva gli occhi spalancati. Era un uomo sulla
sessantina.
Lo osservava da un paio di metri di distanza provando
un'inquietante empatia.
Indossava un giaccone sportivo con cappuccio, una felpa
e pantaloni di una tuta su scarpe da passeggiata. Abbigliamento
sportivo.
Gli agenti della Mobile stavano anticipando che non avevano
elementi per identificarlo.
Non aveva portafogli, documenti e cellulare. Solo un
anonimo mazzo di chiavi.
Logico che non avesse nulla con s, era solo sceso per far
fare un giro al cane che sul collare aveva una medaglietta
con inciso un nome, Whisky, e un numero di telefono, un
338 che Ardig aveva provato a contattare, sentendo gracchiare
la solita voce metallica dell'operatore automatico il
numero selezionato non  raggiungibile.
Poteva essere su un tavolo, un comodino.
Torn a visionare l'uomo.
Gli occhi chiusi. Una ferita lacero contusa tra la nuca e la
zona temporale.
Le chiazze di sangue sull'asfalto raccontavano la dinamica.
L'aveva colpito alle spalle l, con qualcosa di duro, direttamente
in quell'imbuto di cemento.
Azione rapida, pochi secondi. Un colpo secco da dietro.
Sul collo l'ematoma tondo di un foro da arma bianca.
Dalla bocca era gorgogliata una schiuma biancastra.
Nessun dubbio, era stato avvelenato dopo essere stato
trafitto con un punteruolo.
Aveva ripreso a piovere a dirotto.
Una pioggia cattiva e torrenziale, anche se gli agenti della
Scientifica lavoravano al coperto nel sottopasso dove intanto
li aveva raggiunti il medico legale per il primo scontato
responso parziale che confermava tutto.
Il colpo alla testa non era letale. Il decesso era avvenuto
per avvelenamento.
La firma di Caino, che questa volta gli aveva riservato
una sorpresa, svelata dalla luce di un secondo riflettore da
poco posizionato.
Appena acceso, avevano visto che in quel gorgo di mille
murales ne spiccava uno di fresca stesura.
Il tratto era il medesimo del murales di via Gola. Il soggetto
analogo, ma di diversa interpretazione.
Una serie di lugubri croci rovesciate era ammassata nella
parte superiore, sovrastavano un bosco di alberi verdissimi
che cingevano una villa, con un recinto intorno.
Nella scena sottostante, in uno spazio alberato, si vedevano
le due figure protagoniste del precedente murales in via
Gola, il demone in scuro e il demone bianco.
Erano identici, tranne per i colori della tuta, con il volto
da teschio classico stilizzato.
Un dettaglio che svelava qualcosa di Caino.
Forse davvero viveva una personalit sdoppiata, si considerava
a tutti gli effetti due soggetti differenti.
Intorno c'erano alcune figure maschili, vestite di bianco,
con croci rosse sul petto, tranne una: abito nero e croce
bianca.
In lontananza, avvolte in una nuvola di luce bianca, altre
figure osservavano la scena: l'uomo in grigio del precedente
murale era affiancato da un altro uomo con la cravatta e con
i baffi come unico segno distintivo.
Si sofferm sul bosco.
Fuori da Milano la cintura metropolitana era punteggiata
di piccole aree boschive, ma quella macchia verde poteva
essere ovunque, dall'Amazzonia agli Urali.
Senza altri riferimenti sarebbe stato come cercare un ago
in un pagliaio.
Forse l'indizio era proprio la struttura clinica o ospedaliera.
La strada, dal nome impronunciabile, era dall'altro lato
della galleria. Via Paolo Troubetzkoy. Il cartello stradale corredava
la didascalia sotto il suo nome con le date 1866-1938
e l'indicazione scultore.
Gli agenti si erano attaccati ai citofoni, a casaccio, tirando
gi dalla branda i bravi cittadini milanesi. Non c'era voluto
molto per identificare il padrone di Whisky.
La vittima viveva al quarto piano di un elegante complesso
residenziale di una manciata di palazzine bianche con vista
sui binari che collegavano la stazione cittadina di Porta
Garibaldi agli snodi ferroviari esterni.
Intorno alle quattro erano in casa dell'uomo.
Frog e Whisky si erano accoccolati in una morbida cuccia
a forma di ciambella.
La padrona di casa, bionda, quarantenne, formosa ma caruccia,
girava in salotto scalza, senza pantaloni, con le gambe
nude che andavano a infilarsi sotto un maglione nero che
scendeva poco sotto l'inguine. Una tenuta vistosa, volgare,
fuori luogo in quella situazione. Era stata tirata gi dal letto
da un colpo di citofono e non pareva eccessivamente affranta.
In un'altra situazione, in un'altra notte, Ardig avrebbe
apprezzato quell'abbigliamento minimale. Non quella sera,
non con un cadavere ancora tiepido, appena quattro piani
di sotto.
Lei era un'ucraina. Stringeva un bicchiere di vodka come
fosse un talismano per scacciare i demoni che la stavano assediando.
Lo stupore si stava mischiando all'angoscia e alla paura
per il futuro, mentre la cruda realt scaturiva dalle parole
smozzate dalla neo vedova.
Anzi no, niente vedova.
Non siamo sposati, la casa  sua, adesso suo figlio mi
manda via, quello mi odia.
Nessun dolore, solo pragmatica apprensione per il proprio
tenore di vita.
Mi ricorda il suo nome per favore?
Lyudmila Zurevtka, ma tutti mi chiamano Ludmi.
Lui si chiamava Ernesto Beltrami, incensurato. Un perfetto
sconosciuto.
Mi dica di suo marito, cosa faceva?
Non  mio marito, noi...
S, ha ragione, mi scusi, mi racconti di lui.
La bionda si decise a buttare gi il primo sorso di vodka.
Voleva smettere di lavorare, diceva che  stanco, che
vuole trasferirsi al mare, con me. Fa l'imprenditore, ha un'azienda
di fiori e piante su al lago.
Un'azienda floro-vivaistica?
Quella, bravo.
In che lago?
Il lago di Cernobbio.
Non esisteva il lago di Cernobbio. Esisteva il Lario conosciuto
da tutti come il lago di Como, per via della citt
di riferimento. E Cernobbio era a un tiro di schioppo dal
capoluogo.
Intanto l'ucraina, dopo aver sorseggiato un altro po'
di vodka, stava tirando fuori la solita storiella banale di
ordinaria insana passione di un maschio giunto alla soglia
della terza et per una femmina pi giovane di un
paio di decenni.
Qualche anno prima lei era la donna di servizio nella
loro casa di Como, poi la signora si era ammalata, era
scomparsa in tempi rapidi e lui, vedovo tutt'altro che inconsolabile,
l'aveva promossa a sua first lady scatenando
le ire dell'unico figlio, che temeva per la sua eredit e per
la sua azienda. Cos, per evitare tensioni, si erano trasferiti
dal lago a Milano.
Ernesto voleva stare a Milano, gli mancava la citt, lui 
cresciuto qui concluse la donna, accarezzandosi le gambe
lisce con una civetteria improvvisamente ritrovata.
Sola, senza certezze sull'avvenire, si aggrappava alla bellezza
che l'aveva trasformata da amante in compagna.
Il capo della Omicidi la osservava con distacco studiando
la raffica di domande a cui stava per sottoporla. Senza farsi
illusioni.
Ludmi non gli aveva dato le risposte sperate.
Non aveva sospetti sul suo uomo, nessun rapporto con
preti o transessuali e nella chiesa dei Martiri Oscuri non
erano mai andati pur non vivendo lontano dal No.Lo. e da
quelle strade.
La ferrovia era come un fossato, che separava quei quartieri
come fossero continenti diversi.
Ludmi non indicava nulla per collegare il Beltrami a don
Chevron e Luvanor.
Non usciva mai di sera, non faceva spese strane. Potete
controllare ripeteva la donna ucraina.
Sembrava sincera nella sua ignoranza.
Ardig era uscito all'alba dall'appartamento della vittima.
Frog scodinzolava spensierato nel fresco di quella mattina
uggiosa.
Non pioveva pi, eppure Giove Pluvio se ne stava acquattato
dietro i nuvoloni color smog, pronto a riaprire i
suoi innaffiatoi all'improvviso.
Il tunnel dove era avvenuto l'omicidio era transennato
per preservare la scena criminis.
Risal e infil un altro sottopasso ferroviario.
Altri murales. Altri mostri cannibali creati da bombolette
spray e menti fervide di giovani artisti contro il sistema, contro
la societ, contro tutti, anche contro uno come lui.
Doveva ammetterlo: erano belli quei murales.
Li ammirava in senso artistico pur senza condividerne il
significato politico.
Si avvicin al grande muraglione all'angolo di via Watteau.
Davanti a lui il giovane incappucciato dagli occhi chiari
lo fronteggiava con uno sguardo dai mille significati.
Al suo fianco un altro giovane, anche lui incappucciato,
scagliava un calcio contro la gamba di un celerino che lo
affrontava con uno scudo. Vicino a loro una molotov che
sputava fiamme.
Quei murales raccontavano la storia metropolitana e le
battaglie di met anni Novanta, in un mondo che non esisteva
pi e restava impresso solo sulla calce di quel muro.
Pi a destra la targa con incisa la scritta commemorativa
per Fausto e Iaio a sormontare la piccola targa in granito
con incisi in rosso i loro nomi.
La targa era vecchia, risalente agli anni Ottanta e aveva
traslocato seguendo il centro sociale, dalla via Leoncavallo
da cui prendeva il nome all'introvabile via Wattaeu, e conteneva
due errori nella didascalia qui sono stati uccisi dai
fascisti.
Il primo errore era appunto riferito al trasloco, il luogo
dell'omicidio era via Mancinelli, la traversa di via Leoncavallo
dove erano stati freddati in un tardo pomeriggio il 18
marzo 1978.
Il secondo errore era presunto e poteva riguardare i colpevoli,
pure loro presunti. I presunti fascisti. Perch nei
quarant'anni trascorsi sarebbe emersa un'altra verit su quel
duplice delitto, ordito da istituzioni corrotte e deviate. Fausto
e Iaio probabilmente erano vittime di Stato, di pezzi dello Stato.
A ogni modo per gli antagonisti non era cambiato nulla
nei quattro decenni trascorsi da quell'eccidio. Erano stati i
fascisti a ucciderli e forse tutti i torti non li avevano neppure
loro.
Prosegu lungo la strada, transitando davanti all'ingresso
del Leonka, a quell'ora chiuso e deserto. Altri murales, qualche
striscione innocuo.
Il tempo delle battaglie urbane era finito anche da quelle
parti.
Il centro sociale, esaurita la spinta politica colorata di
rosso, da anni si era riconvertito tramutandosi in un punto
di ritrovo culturale dove si svolgevano attivit sociali legate
prevalentemente all'integrazione degli immigrati e al sostegno
alle fasce deboli.
Le nuove battaglie 2.0. erano per il diritto a okkupare
abusivamente gli alloggi popolari in primis. A seguire
l'atavica crociata contro la globalizzazione, le multinazionali,
la tutela dell'ambiente contro la cementificazione capitalista.
Si ferm per inquadrare del tutto la scena, per assimilare
le tossine di quella strada periferica dove un assassino,
che non c'entrava nulla con tutto quello che lo circondava,
aveva deciso di prendersi un'altra vita con un preciso perch.
Per tutta la notte aveva evitato di concentrarsi su di lui, su
Caino, semplicemente per concedersi qualche ora di tregua.
Con il sorgere del sole, che peraltro ancora non si vedeva,
le cose cambiavano. Non aveva dubbi sul fatto che il mostro
del veleno avesse pianificato tutto meticolosamente.
Le prime gocce di pioggia lo sorpresero. Alz il cappuccio
del giubbotto, avvicinandosi al sottopasso transennato
dal nastro isolante apposto dagli agenti.
Il corpo di Beltrami era stato trasferito all'istituto di Medicina
Legale dalla Polizia Mortuaria, tuttavia il suo sangue
imbrattava ancora l'asfalto di quel budello e il suo spirito inquieto
forse era rimasto l e magari vagava tra quel cunicolo
di cemento in attesa di giustizia.
Il murales con la luce del giorno era ancora pi bello e inquietante.
Stavolta non avrebbe scomodato Saspred88 e l'altro writer muto.
Non ne aveva bisogno.
Le risposte se le dava da solo: Caino aveva premeditato
quel delitto con largo anticipo, portandosi avanti con la
sua rivendicazione artistica, probabilmente mentre studiava
gli orari della vittima e le sue abitudini serali. Sapeva dove
colpirlo e quale fosse l'ora migliore ed evidentemente non
temeva una sua reazione, come se non lo conoscesse o non
fosse in grado di riconoscerlo.
Eppure, dovevano conoscersi.
E Beltrami doveva conoscere don Chevron che riteneva il
perno intorno a cui ruotava la catena di delitti.
Quelle riflessioni lo accompagnavano persino mentre nuotava.
La solita quarantina di vasche nella piscina di piazzale
Bacone, andata a stile libero, ritorno di dorso, per far scorrere
via con il cloro le scorie di quella notte avvelenata.
A seguire un'abbondante colazione in una pasticceria di
via Plinio, con cheesecake e centrifugato di banana, mela e
pera, prima della solita pasticca di cortisone.
Era entrato in acqua contratto, la temperatura bassa lo
aveva irrigidito ulteriormente, aumentando l'infiammazione,
per questo aveva deciso di chiamare Min Ly per andare
a farsi fare un massaggio.
Mezz'ora dopo la terapista gli stava cospargendo la schiena
di gel. Accese la tekar avviando il manipolo con le rotelline
per iniziare a sfregargli la zona lombare, trasmettendo
calore per la rigenerazione cellulare.
Il capo della Omicidi si godeva il trattamento e intanto
rimuginava sul perch Caino avesse scelto di eliminare un
imprenditore florovivaistico.
Ma pensava anche a Morena che non vedeva da un secolo,
ovvero trentasei ore terrestri.
Intanto, terminata la tekar, Min Ly aveva cominciato a
massaggiarlo, premendo con la punta delle dita: lavorava in
silenzio. Venti minuti dopo gli disse di rialzarsi.
Fatto.
Va tutto bene?
No. L'epidemia in Cina  sempre pi grave, ma le autorit minimizzano.
Si strinse nelle spalle. Aveva altri problemi che pensare a
un virus che sarebbe passato come una meteora nelle aperture
dei quotidiani online.
La tappa successiva era all'istituto di Medicina Legale
dove il dottor Salerno stava osservando quel cadavere esposto
al suo impietoso sguardo professionale da medico dei
morti. Il medico che non cura nessuna malattia e scava nei
segreti postumi della carne e delle viscere dei cadaveri si stava
gi dedicando all'ultimo cliente giunto sul tavolo settorio.
Mi conferma che  stato Caino?
No, almeno fino a quando il laboratorio analisi non mi
conferma che si tratta dello stesso veleno. Ma se vuole mi
sfilo il camice, usciamo dall'ambulatorio e senza abiti professionali
le confermo che  stato Caino. Le va bene cos?
Tra l'anatomopatologo Ruggero Salerno e il capo della
Omicidi negli ultimi anni si era instaurata una solida intesa
professionale, basata sull'immediatezza. Zero formalismi, nessun convenevole.
Non si stavano per nulla simpatici, semplicemente si stimavano
e puntavano a trascorrere il minor tempo possibile
insieme. Un metodo che funzionava, evitando seccature e
perdite di tempo a entrambi.
Ardig sorrise, apprezzando la risposta.
Salerno era un professionista scrupoloso e un uomo freddo
caratterialmente, gelido come gli ambienti che ospitavano
i cadaveri dei morti ammazzati. Se uno come lui non si
sbilanciava, esternandogli un suo pensiero non ancorato a
certezze scientifiche, era inutile forzarlo.
Che mi dice della lesione da arma da taglio?
Una pugnalata superficiale. Quasi una sorta di iniezione
eseguita in maniera frettolosa, direi grossolana. Senza dubbio
non da una persona esperta a riguardo.
E il colpo alla nuca?
Ha prodotto una vasta ecchimosi e una commozione
celebrale. Non letale. Voleva tramortirlo e ha avuto la mano pesante.
Poteva bastare.
Gli uomini della sezione Omicidi e Reati contro la Persona
stavano ricostruendo la vita anonima di Ernesto Beltrami.
Nato a Milano nel 1955. A suo carico risultava un fermo
giudiziario di Polizia nell'ottobre del 1976 per resistenza a
pubblico ufficiale, gli anni turbolenti della protesta di piazza.
C'era una piccola nota trasmessa dalla sezione Ufficio
Politico agli agenti del commissariato di zona di Turro-Greco per attenzionarlo.
Studente di Biologia, aderente a collettivo marxista Universit
Statale, gravita intorno a movimenti centro sociale Leoncavallo. Residente in quartiere Greco, possibili legami con soggetti eversivi.
Un estremista di sinistra. Una goccia nell'oceano in tempesta della Milano degli anni di Piombo.
Osserv meglio il verbale del fermo.
L'accusa era quella di aver strattonato un agente di Pubblica
Sicurezza che lo stava trattenendo per arrestarlo dopo
un corteo non autorizzato in via Festa del Perdono, davanti
all'ingresso dell'Universit degli Studi.
Allegata c'era anche una nota di protesta dell'avvocato
per delle ecchimosi riscontrate sul suo assistito, conseguenza
delle manganellate ricevute durante la colluttazione.
Lo sorprese il nome dell'avvocato. Emanuele Serlio.
Sorrise ripensando allo stimato giudice.
Da quel che sapeva aveva vinto il concorso per la magistratura
proprio in quegli anni.
Chiss magari quella giovane testa calda era stato uno dei
suoi ultimi assistiti.
Scacci quella divagazione malinconica.
Dopo quella scheda il nulla, tutto l. Troppo poco per
giustificare un delitto quarantanni dopo.
Caino lo aveva giustiziato per altre ragioni. Le stesse del
prete nero e del transessuale.
Era arrivato il momento di saperne di pi del Beltrami.
Mentre usciva incroci in corridoio Pinton a cui rivolse
una richiesta, sapendo che aveva un amico, un carabiniere,
un trevigiano come lui, che prestava servizio all'ambasciata
italiana di Londra.
Quel tuo amico carabiniere  sempre a Londra?
S, perch?
Fammi degli approfondimenti discreti sulla giornalista
dell'Herald Tribune che ha scritto gli articoli sul Viaggiatore.
Si chiama Kathleen O'Donnell e si trova qui a Milano.
La Giulietta correva veloce sulla autostrada A9 direzione
Como Nord.
L'ultima uscita italiana prima del valico svizzero di Como
Brogeda.
Linares guidava con la solita espressione bufalina.
Ardig sfrecciava dietro ai suoi pensieri ingarbugliati.
Mauro Beltrami, l'unico figlio della nuova vittima di Caino,
aveva un problema ortopedico e non poteva scendere a
Milano. Lo attendeva direttamente al Vivaio Beltrami.
Cernobbio regalava un panorama incantevole anche a
gennaio. I raggi del sole che si riflettevano sulle acque turchesi
del lago, il piccolo borgo storico con i vicoli caratteristici.
L'azienda florovivaistica era fuori dal centro abitato, lungo
la strada statale Regina che costeggia il lato occidentale
del Lario.
Entrarono nello spiazzo ghiaioso, davanti alle serre.
Il titolare gli venne incontro, inforcando le stampelle.
Faccia da bravo ragazzo dell'oratorio, glabro, i capelli fissati
con il gel, con la riga laterale e il ciuffo.
Sembrava un calciatore, anzi un ciclista. Pure lui in tuta,
con un vistoso tutore al ginocchio.
Sulla quarantina, forse meno. Il volto giovanile, il fisico
atletico.
Si strinsero le mani.
Benvenuto. Perdoni se l'ho fatta venire fin quass, ma
come vede...
Ardig gli porse le condoglianze come da prassi.
L'altro si strinse nelle spalle, come a dire chissenefrega.
Periodo cos, prima i legamenti del ginocchio, adesso
'sta rogna del mio vecchio.
Rogna, per quello un padre ammazzato era una rogna.
Alla faccia...
Se non avesse saputo che il killer era Caino avrebbe gi
avuto il sospettato perfetto per il delitto. Lo segu mentre
zampettava lungo il cortile.
Si accomodarono nella casupola dove c'erano la sede amministrativa
e l'ufficio del Beltrami.
Il figlio da pochi anni era sulla plancia di comando dell'azienda
di famiglia.
Il capo della Omicidi decise di non fargli domande.
Si vedeva che l'uomo voleva sfogarsi, per liberarsi da un
peso che lo opprimeva.
Ve lo dico io, subito, tanto poi lo scoprirete voi da soli e
prima che vi facciate un film  meglio se vi spiego io.
Aveva una pronuncia marcatissima, pareva uno di quei
caratteristi delle commedie di una volta, quelle con Pozzetto
o Boldi.
Prego.
Mio padre era un brav'uomo. Ci mancherebbe. Un cattivo
marito perch con mia madre si  comportato come...
lasciamo stare va... per come uomo per carit, davvero un
brav'uomo. Sempre fatto il suo dovere, mai fatto nulla di
male. Pagava le tasse, pagava gli stipendi, tutto in regola.
C'era quel fermo giovanile per scontri in piazza, ma era
meglio lasciar correre.
...per, visto che poi la gente chiacchiera e si fa i film,
allora meglio che ve lo dica io. Mio pap era il giardiniere
del cavalier Solonio, quello che aveva la banca che poi...
Per un istante Ardig perse la connessione. Il 4G del suo
cervello era andato in crash.
Rimase scollegato un istante solo, poi ritrov la solita lucidit.
Tommaso Solonio il banchiere italo-svizzero?
Proprio lui. Quello l.
Il capo della Omicidi trattenne un vocabolo di troppo
che stava per uscirgli.
Proiett mentalmente l'immagine del primo murales di
Caino.
Il disegno della villa affacciata sull'acqua.
Un uomo in grigio, il cavalier Solonio, e uno in verde. Il
suo giardiniere.
Ecco chi erano quei due uomini.
E appunto, come le dicevo, prima che si faccia un film,
 vero, mio pap aveva preso dei soldi da lui, tanti soldi, per
qualcosa che sapeva, che aveva visto o sentito.
Un momento, vada con ordine.
S, s, come no, ha ragione. Intanto deve sapere che mia
madre  venuta a mancare quattro anni fa per un brutto male.
E suo padre si  poi messo con la signora Lyudmila.
Ma qualche signora, quella bagascia, mi scusi eh, per,
io proprio non la posso vedere la zarina.
Chi?
La zarina, quella l, pensi che c'era mia madre a letto
con la flebo con la morfina in una camera e quell'altra mezza
nuda in giro per la casa che aspettava di banchettare sul
cadavere.
Deduco che i rapporti con suo padre si fossero deteriorati.
Altro che deteriorati, non ci parlavamo pi da allora,
anche qui al lavoro eravamo separati in casa e lui non ci
veniva pi. E manco ci sentivamo per gli auguri di Natale. E
guardi, se pensa che adesso piango una lacrima... ah no, si fa
un film sbagliato, creda a me.
Era tutto un film per il Beltrami junior. Un pentolone in
piena ebollizione.
Poi per carit, un brav'uomo eh, non mi ha fatto mancare
niente, sia chiaro, per ha passato la vita a correre dietro
alle donne e la mamma sempre a inghiottire. Povera donna.
Ma lo sa che si vergognava pure ad andare in chiesa che
la gente la guardava come fosse una mentecatta? Pensi che
film che si faceva la gente in paese quando la vedeva.
In altri frangenti avrebbe potuto pensare a un delitto passionale
o a un movente familiare, ma quell'omicidio portava
la firma indelebile di Caino, il marchio del suo veleno.
Mi racconti dei soldi, per favore.
S, s, come no... ecco, le stavo dicendo che negli ultimi
mesi in cui era lucida, la mamma lo malediceva sempre, accusandolo
di averla fatta ammalare con i tradimenti. E allora
un giorno mi ha accennato qualcosa.
Cosa?
Che mio padre aveva avuto tutti quei soldi perch aveva
taciuto su qualcosa che aveva visto o sentito quando lavorava
nella villa su ad Ascona, sull'altro lago, quello dall'altra
parte, il lago Maggiore.
Ardig si impietr senza darlo a vedere.
Io non lo so se sia vero, la mamma ormai era messa male.
Per con la testa ci stava ancora.
Di cosa si trattava?
Eh no, questo non lo sapeva. Per con uno come quelli
non  che c' da farsi tanti film. Avr visto entrare qualcuno di
importante, un mafioso, un massone, uno tipo l'Andreotti, il
Gelli o il Sindona. Li ha visti no i film sull'Ambrosoli o sul Calvi,
no? Il giro era quello l. Parliamo di quelli l e con la mano
destra si sfreg il pollice e l'indice mimando il gesto del denaro.
Ardig avrebbe voluto afferrare una delle stampelle e
spaccargliela sulla testa. Beltrami sparava cazzate continue,
dando aria alla bocca a poche ore dall'omicidio del padre.
Evit di rinfacciarglielo e si trattenne per non perdere la
pazienza.
Pi o meno di che anni stiamo parlando?
Eh, un quarant'anni fa.
Coincideva con il racconto di Morena sull'improvvisa
ricchezza di Luvanor che nei primissimi anni Ottanta aveva
iniziato a comprare case.
Perch poi con quei soldi i miei avevano comprato la
casa qui a Como. Io sono del 1983 e gi da piccolo ci abitavo
l, per cui  successo prima. E poi...
Poi?
So che quando  venuto a mancare il banchiere mio padre
ha avuto un lascito nel testamento. Roba grossa e cos
ha messo su tutto l'ambaradan che vede con l'indice che
ruotava abbracciava virtualmente l'intera azienda vivaistica.
Beltrami senior aveva fatto il salto di qualit da giardiniere
a imprenditore grazie al suo silenzio omertoso su qualcosa
che non si doveva raccontare.
Un segreto legato al mondo delle banche e della finanza?
Comunque, la mamma diceva che quelli erano soldi maledetti.
Ecco la storia  questa.
La stessa storia snocciolata da Morena, soldi sporchi o
maledetti.
Mentalmente un altro tassello si spostava, avvicinando la
figura del transessuale Luvanor a quella integerrima del cattolicissimo
banchiere Solonio.
Non ne aveva parlato con suo padre? Intendo di questi
soldi.
Figurarsi, gi non ci parlavamo pi, da quando ha la sua
zarina...
Quindi, se le chiedessi se suo padre era preoccupato o
nervoso nelle ultime settimane non mi saprebbe rispondere.
No, invece, le so rispondere eccome. Come no! Perch
lo scorso fine settimana era salito qui senza quella l, la zarina,
sia chiaro. Voleva sapere dei conti del vivaio e vedere i
nipotini. Ha portato dei giocattoli e dei dolci per il Tyson e
la Rihanna.
Tyson e Rihanna? domand perplesso.
Dal display del telefonino apparve la foto dei pargoli di
casa Beltrami.
Il grande ha tre anni e mezzo e la piccola ne ha quasi
due.
Tyson e Rihanna...
Si morse la lingua e ripart: Lo ha trovato pensieroso suo
padre?.
Come no... ora che ci ho pensato, eh s... ma mica l'avevo
capito in quel momento. Non  che uno si mette a farsi i
film perch vede il padre musone. Se avessi saputo... ma chi
se lo immaginava che succedeva questo rebelot qui?
Rebelot. L'omicidio del padre prima era una rogna, ora
era un rebelot.
Il telefonino inizi a suonare in quel momento.
Come no, arrivo eh, un momento, dai...
L'imprenditore si rivolse al commissario: Sono arrivati
quelli dei fertilizzanti, se non ha ancora bisogno io andrei di
l in magazzino.
Si alz sulle grucce avviandosi verso il cortile.
Per tutto il tragitto Ardig non pronunci una parola.
Improvvisamente, senza un perch, il cammino omicida
di Caino entrava nel terreno del Viaggiatore.
Non poteva credere a una coincidenza. Non riusciva a
crederci.
Eppure, era quello che stava succedendo. Altro che legge
di Murphy.
Le due linee di sangue diventavano dei ghirigoro che si
intrecciavano in maniera assurda.
Se Luvanor e Beltrami erano collegati a Solonio, allora lo
era anche don Rogerio.
Ma in che modo?
Nel secondo murales di Caino c'era una figura religiosa,
un uomo vestito di nero con una croce bianca, come la sua
pelle.
Non poteva essere il sacerdote brasiliano.
Rientrato in commissariato fece una sola telefonata al
centralino della sede della Banca privata d'affari Neumann.
Una breve anticamera con amene musichette a echeggiare
nell'auricolare, poi una zelante segretaria dal tono autoritario
gli comunic di presentarsi alle diciassette.
In mezzo un pomeriggio di lettura di incartamenti e di
aggiornamenti.
Marco Pinton aveva iniziato a scartabellare sulla O'Donnell.
Ho sentito il mio amico dell'ambasciata. Dunque, la
O'Donnell  una cronista d'assalto, ha seguito inchieste di
vario genere,  stata anche reporter di guerra in Afghanistan
e Iraq nei primi anni del Millennio. E nel 2013  stata in Siria
dove, per oltre una settimana  scomparsa con il suo autista,
presa in ostaggio da un gruppo di guerriglieri locali ma poi
rilasciata.
Ardig osservava quella scheda studiando le date.
La reporter inglese era in Siria nel 2013, proprio nell'anno
in cui il Viaggiatore non aveva colpito e nei primi anni
del millennio, quando l'assassino con le forbici non era ancora
entrato in scena, era in Medio Oriente come inviata di
guerra.
Rabbrivid pensando a quelle coincidenze temporali.
Scava sul suo passato, dove ha abitato, dove ha studiato,
dove ha lavorato. E scopri dove alloggia e mettigli subito
qualcuno alle costole. Voglio una sorveglianza h24. Sorveglianza
discreta, chiaro?
Alle diciassette, quando fuori era gi buio, le finestre al
primo e secondo piano dell'elegante palazzotto in piazza
Escriv de Balaguer erano ancora accese.
La presidente era nel suo ufficio, impegnata in una lunga
serie di telefonate.
Lo fecero attendere in una saletta austera.
Due panche in legno, una pianta di Ficus, un dispenser
dell'acqua con il classico boccione. Nulla da leggere, nessuna
radio in diffusione. Solo una finestra affacciata su via
Lanzone, poco animata a quell'ora del tardo pomeriggio.
Il tempo trascorreva lentissimo, nel silenzio fino a quando
uno dei soliti men in black addetti alla sicurezza apparve
sulla soglia.
Gentilmente, mi segua.
Lo segu.
Ursula Neumann lo fronteggiava dietro la massiccia scrivania,
gli indic la poltroncina di fronte.
Il bodyguard si allontan di un metro.
Deduco ci siano novit sulla profanazione del sepolcro
di mio padre.
No, per la verit non ne abbiamo.
La donna si mosse sulla poltrona, sfoggiando un'espressione
corrugata.
E allora a cosa devo questa nuova visita.
Ardig gli porse il tablet gi impostato sulla pagina Milano
del sito de Il Giorno.
Efferato omicidio a Greco. La vittima si chiamava Ernesto
Beltrami, aveva 64 anni.
La Neumann osserv l'articolo senza battere ciglio.
Ardig intanto se la studiava.
Una donna particolare. Negli occhi una luce bizzarra.
Quest'uomo  connesso con la profanazione della tomba?
Potrebbe esserlo, stiamo indagando.
E io posso esservi di aiuto?
Non conosce quest'uomo?
Dovrei?
Immagino di s.
La banchiera sbuff, innervosita.
Dottore, non ho tempo per gli indovinelli, cortesemente
mi dica come si chiama questo signore e vediamo di arrivare
al punto.
C' scritto nell'articolo, si chiamava Ernesto Beltrami,
era un imprenditore florovivaista ma in giovent, nei primi
anni Ottanta, era stato alle dipendenze di suo padre nella
villa di Ascona.
Ah... alla Tramontana.
Lo ricorda adesso?
Sinceramente no.
Ci rifletta bene.
Mi pare di averle appena risposto. Comunque, per venirle
incontro. Ha idea del perch ho venduto quella villa
dopo la scomparsa di mio padre?
No.
Perch solo il giardino aveva le dimensioni della riserva
naturale dello Yellowstone, se mi passa il paragone, e tutta
la tenuta necessitava di un piccolo esercito di dipendenti per
il mantenimento, la sorveglianza, le pulizie. Si  mai domandato
perch oggi chi ha le possibilit economiche sceglie di
vivere in attici nelle grandi citt e non in queste Versailles
in miniatura? Proprio per questo, per non dover mantenere
uno stuolo di custodi, giardinieri e quant'altro.
Ardig incass quelle esternazioni anticipando l'epilogo
del ragionamento.
Pertanto mi sta dicendo che di giardinieri ne ha visti
passare cos tanti da non ricordarli.
Esattamente. E le aggiungo che non era opportuno che
una bambina intrattenesse rapporti con la servit o il personale.
Mio padre era un uomo schivo, riservato, e desiderava
mantenere le distanze. Sono stata chiara?
Chiarissima. Tuttavia, io sono qui perch un mese dopo
la profanazione della tomba di suo padre, con i vestiti di una
donna uccisa sepolti nella fossa, c' stato un altro delitto.
Converr che il mio incarico mi obbliga...
No, dottore, non convengo su niente avendo una serie di
telefonate che mi attendono. Per cui la prego, venga al sodo.
Come desidera. Ho fondato motivo di credere che suo
padre abbia finanziato questo Beltrami, probabilmente per
custodire un segreto, e che lo abbia poi ricompensato con
un lascito testamentario alla sua morte.
La Neumann abbozz un sorriso, mostrando una chiostra
di denti bianchissimi e perfetti.
Ha del buon tempo lei. Ha scoperto l'acqua calda. La
lista di persone sovvenzionate da un banchiere come poteva
essere mio padre, in quegli anni, per garantirsi la massima
riservatezza era alquanto lunga. Non  un mistero, sono fatti
di cronaca ormai archiviata. La discrezione era tutto e pagare
per assicurarsela era la regola. A Villa Tramontana sono
passati tutti, da Gelli a Sindona.
Le stesse parole utilizzate dal figlio della vittima.
Posso farle un'ultima domanda?
Purch sia veramente l'ultima.
Conosce una giornalista inglese, Kathleen O'Donnell?
Scrive per il New Herald Tribune.
No.
Stavolta la Neumann aveva risposto di botto, senza prendersi
un istante per riflettere come aveva fatto fino a quel
momento.
Bene, ritengo non mi possa essere di aiuto, per cui la
ringrazio e tolgo l'incomodo.
La banchiera fece cenno all'uomo della security di accompagnarlo
fuori.
Usc dal portone ma rimase sui gradini di ingresso.
Afferr la sigaretta e la accese, proprio mentre una sinfonia
melodica echeggiava dai piani superiori. Il pianoforte
a coda, quello che aveva notato nel corso della precedente
visita.
Ursula Neumann era una pianista e pure piuttosto in
gamba stando al suo orecchio da profano.
Si avvi con la musica ad accompagnarlo.
L'aria fredda di Milano lo avvolse sferzandolo.
Si era fatto l'ennesimo viaggio a vuoto.
Il cellulare squill in quell'istante.
Era Pinton.
La giornalista alloggia all'hotel Royal. In via Meravigli.
Sono praticamente a cento metri osserv il commissario.
Ho gi mandato l'agente Larini per il primo turno di
sorveglianza.
E le altre informazioni che ti ho chiesto?
Il mio amico ci sta lavorando. Spero per domani mattina.
Perfetto, grazie. Ottimo lavoro.
Ardig riprese a camminare.
Si sentiva stanco mentalmente e appesantito emotivamente
dal silenzio che lo separava da Morena.
Decise di andare da lei.
Morena lo accolse con il solito sorriso dolce, senza astio
o risentimento.
Erano trascorsi quasi due giorni da quando aveva abbandonato
frettolosamente il suo letto per correre dietro all'ennesimo
omicida di turno.
Quarantotto ore di silenzio, di menefreghismo maschile.
Tuttavia, non aveva voglia di discutere. La sua vecchia
professione l'aveva immunizzata dai facili coinvolgimenti e
dalle illusioni.
Indossava un grembiule da lavoro sopra la tuta, le mani
sporche di vernice.
Gli indic il corridoio facendosi seguire nello studio che
sembrava un'officina.
Attrezzature professionali da artigiano.
Sul tavolo da lavoro uno specchio che la brasiliana stava
dipingendo con un tripudio di colori marini.
Un'onda sulla battigia. Il turchese elettrico a rimbalzare
sul vetro.
L'effetto cromatico era impressionante.
 stupendo.
Grazie, sei venuto per acquistarlo?
Quasi, quasi. Dipende dal prezzo.
Non te lo puoi permettere.
Era quello che temevo.
E allora come mai sei qui?
Senti...
Si ferm dopo quelle cinque lettere, spaventato pi che
imbarazzato.
Non sapeva cosa dire. La fissava come un pesce lesso.
Lei apprezz la sincerit di quell'imbarazzo prendendolo
per una mano.
Va bene cos, non mi devi dire nulla. Siamo grandi,
adulti e vaccinati, no?
No, non andava bene affatto, ma accett quel compromesso
ipocrita cambiando discorso.
Hai gi cenato?
Stavo per prepararmi qualcosa.
Il poliziotto decise di proporle una cena casalinga attraverso
uno dei tanti portali con consegna a domicilio. Non aveva
nessuna intenzione di condurla in un ristorante dove i clienti
avrebbero potuto infastidirla con i soliti sguardi inopportuni.
Ti andrebbe di ordinare un deliveroo?
Perch no.
Si spostarono in salotto.
Dieci minuti a smanettare con l'iPad distraendosi, concentrandosi
sul menu.
Ne avevano bisogno di pensare ad altro, di non parlare
di loro.
Inviarono la richiesta ed effettuarono il pagamento Online.
Vitello tonnato, filetti di manzo e patate arrosto.
Restava da ingannare l'attesa.
Lei prese dalla cucina una bottiglia di Gewurtraminer e
due calici.
Ardig prese un respiro e si lanci senza rete.
Morena, senti...
Si blocc nuovamente. Da cinque lettere a undici, non
faceva progressi.
Lei stapp la bottiglia e scosse la testa.
Ti ho gi detto che va bene cos. Ne avevo voglia anch'io.
 tutto ok.
Si fissarono un istante, lei gli porse il calice, poi si avvicin
per accarezzargli il viso.
Si baciarono dolcemente.
Un istante, non due.
Poi Morena alz il bicchiere per un brindisi.
Vado a darmi una ripulita, tu intanto vai in cucina. Ho
ancora del prosciutto, se per Frog va bene...
Dalla telefonata al trillo del citofono erano trascorsi venticinque
minuti. Fuori aveva ricominciato a diluviare.
L'ascensore aveva sbarcato sul pianerottolo un ragazzino,
ventenne, sbarbato, timoroso di sporcare lo zerbino con i suoi vestiti fradici.
Frog, attirato dal campanello, lo aveva accolto scodinzolando, poi era apparsa Morena.
Appena uscita dalla doccia, in accappatoio, distrattamente
slacciato fino allo sterno. Scalza, i capelli sciolti e bagnati,
l'aria perduta di una che ha appena messo piede sul pianeta Terra.
Il ragazzino un po' titubante le stava passando i pacchetti
estratti dal cestino termico dove venivano conservati riscaldati,
sfoggiando un sorriso che sottintendeva mille cose.
Un appartamento elegante, una donna stralunata con
addosso solo un accappatoio, una scollatura generosa, una cena ordinata a domicilio.
In una frazione di secondo proiett nella sua mente la
trama classica di un film porno: la milf conturbante, sola,
che chiama il ragazzo del delivery e lo attira nella sua tana per fare follie.
Un istante dopo il sorrisino si spense.
Ardig si era materializzato sventolando una banconota
da dieci euro come mancia e un grazie diretto come un
pugno sul naso, che sottintendeva anche l'annesso arrivederci.
La porta si richiuse, inghiottendo l'appartamento, l'uomo
della mancia e la donna in accappatoio.
Il rider riprese l'ascensore invidiando il tizio vestito di
scuro che avrebbe cenato con la mora dagli occhi verdi e
avrebbe fatto scintille con lei nel dopo cena.
I fuochi d'artificio erano rimasti chiusi nella scatola cranica del rider.
Il dopo cena di Bruno e Morena era stato sparecchiare e
uscire per fare due passi con Frog.
Lei lo prese per mano, portandolo verso i muraglioni della sopraelevata ferroviaria.
Sapeva dove lo stava trascinando. Il sottopasso ferroviario
di via Spoleto, dove avevano rinvenuto il corpo di Luvanor,
era stato riaperto alla circolazione.
Macchine e pedoni se ne era reimpossessati e la vita aveva
cominciato nuovamente a scorrere laddove si era fermata la
morte che aleggiava ancora sotto quell'arcata.
Morena era passata anche nel pomeriggio per lasciare
una rosa blu a met del tunnel, in un incavo.
Si fermarono a fissare il fiore, ancora in buono stato.
A Luvanor piacevano. Le rose blu non esistono in natura,
sono create artificialmente in serra, appositamente per
soddisfare i piaceri dei clienti. Esattamente come lei. Come
noi, siamo fatte cos per far contenti gli uomini.
Tu non sei cos per quello, tu sei quello che hai voluto essere prov a rinfrancarla.
Morena scosse la testa.
Non ho sognato nulla, sai?
Del nuovo delitto?
Esatto, non so perch, ma stavolta niente.
Meglio cos.
Portami dove  successo. Tanto  qui vicino, no?
Meglio di no.
Per favore, andiamoci.
La passeggiata era breve.
Scavalcarono il Naviglio dal ponte delle Rimembranze e
scesero nel quartiere di Greco. Dieci minuti dopo erano al
Leoncavallo.
Ad attenderli di nuovo loro, i maledetti murales. Gli occhi
di Morena si inumidirono appena li vide.
Bruno avrebbe voluto portarla altrove a camminare, ma
lei aveva insistito per andare in via Watteau.
A Luvanor piacevano, ci sarebbe venuta qui.
Il condizionale tradiva tutta l'assurdit di quella passeggiata.
Sfilarono davanti al centro sociale.
Alcuni ragazzi fumavano sul marciapiede senza degnarli
di uno sguardo, immersi nei cazzi loro.
Anche Morena li ignorava, come se non li vedesse neppure,
presa dai suoi mille pensieri, fino al tunnel transennato
dal nastro isolante.
Dentro il buio, a nascondere i murales.
Lei si limit a osservare quel buco nero di cemento che si
era divorato un'altra vita.
Nessuno ha visto nulla? Possibile?
Guarda dove siamo. A parte il Leonka qui  un mortorio.
E i ragazzi del centro sociale con questo freddo non
mettono il naso fuori. Dai, andiamo via.
Lei si ostin a rimanere per qualche minuto come se cercasse
di assorbire le vibrazioni malefiche emesse da quel
budello infernale, poi lui la prese per mano portandola via.
Scesero lungo via Emilio de Marchi fino all'alzaia del Naviglio
della Martesana.
Una pista ciclabile che partiva dallo scorcio incantevole
della Cassina de' Pomm con il suo caratteristico mulino, per
risalire percorrendo controcorrente l'incantevole paesaggio
del Naviglio della Martesana.
Ad accoglierli altri murales scrostati tra cui una faccia
caricaturale inserita in un cerchio tinto di azzurrognolo.
Un'immagine inquietante che in qualche modo colp Morena.
Eccolo, lo vedi? E cos che me lo immagino quel mostro.
Ardig scosse la testa.
Quella di immaginare gli assassini come esseri brutti e
deformi era un'umanissima proiezione ancestrale per esorcizzare
la paura del male sotto una forma bestiale, persino
raccapricciante. La storia dell'umanit era scritta cos, dal
Minotauro allo stesso Lucifero nelle sue forme caprine o di
rettile trafitto da San Michele.
La realt era diversa.
Non erano tutti Pacciani, brutti e aggressivi. Spesso il
mostro era un uomo garbato, di bell'aspetto, dai modi gentili
e il sorriso rassicurante, protettivo.
Era il lupo che si travestiva da nonna per attirare in trappola
cappuccetto rosso.
Passeggiarono in silenzio tornando al ponte delle Rimembranze
di Greco.
I ricordi iniziarono a rincorrere il poliziotto.
Ricordi brutti, di una torrida mattina di giugno, era l'estate
del 2013, e sotto quell'arcata avevano rinvenuto il cadavere
di una donna decapitata, avvolta in un lenzuolo bianco.
Sembrava un baco da seta che non sarebbe mai sbocciato
in farfalla.
O ancora, cinque anni dopo, proprio su quel ponte, l'inseguimento
folle a un demonio sanguinario infilato in abiti
da prete. Un assassino ossessionato da Giuda e dal peccato,
che avrebbe finito la sua corsa investito da un treno sui binari,
dietro le case che ora stavano guardando.
Deglutiva saliva amarissima pensando a quanto crudele
possa essere l'ironia della sorte: due anni fa braccava Giuda, ora dava la caccia a Caino.
Era il cacciatore di Caino, con tanto di benedizione divina del vescovo Mondoni.
Comunque quella era la sua Milano, dopo vent'anni alla Omicidi.
Una citt disseminata di croci virtuali abbinate a macabri ricordi in ogni quartiere.
Come una di quelle strade provinciali buie e tortuose,
funestate da continui incidenti mortali ricordati da lapidi e
mazzi di fiori ai bordi dell'asfalto.
Ecco cosa stava diventando la sua Milano, una via crucis di rimembranze di delitti.
Le consuete ombre nere serali lo avvolsero, spalmandogli
addosso una glassa malinconica che anticipava la solita
depressione notturna da scacciare con dosi abbondanti di rum.
Ho bisogno di un bicchiere, ti spiace se andiamo in un bar?
Lei annu, facendosi condurre docilmente verso le strade interne.
Via Zuretti, una strada di caseggiati popolari che si snodava
fino alla zona dei bastioni della Centrale, correndo parallela
alla mitologica via Gluck cantata oltre mezzo secolo prima da Adriano Celentano.
Una strada anonima, eppure anche l aleggiavano altri
spettri. Undici anni prima, un omicidio di un ragazzino di
colore, che aveva assunto i connotati di delitto di matrice razzista.
In realt era solo uno dei tanti assurdi crimini metropolitani
senza una logica: un gruppetto di ventenni di origine
africana che si regala una bravata sopra le righe saccheggiando
un bar in una notte balorda di un sabato di settembre.
Bottino di poche decine di euro, una bravata appunto.
Poteva finire l con qualche insulto.
Invece no, perch i titolari, padre e figlio, esasperati e
spaventati, reagiscono: il figlio, afferra una spranga, insegue
uno della banda e gli spacca la testa.
Un diciottenne al campo santo e il suo giovane omicida,
un uomo incensurato, un lavoratore, in carcere per il successivo
decennio, una tragedia assurda per un pacchetto di biscotti.
Lo rivedeva quel ragazzo con la testa fracassata. Era l,
davanti a lui, davanti a loro.
Un altro fantasma che scortava Ardig in quella notte
fredda, riscaldata solo dalla mano di Morena.
Si infilarono in un bar senza pretese. Poca scelta nella specchiera degli alcoolici.
Individu un rum nero.
Avrebbe preferito un Pampero o un Havana ma data la
situazione si doveva accontentare.
Lei chiese un whisky doppio malto.
Lui fece il bis, lei no.
Un avventore appollaiato su uno sgabello se la mangiava
con gli occhi.
Un'occhiataccia di Ardig bast a fargli rivolgere lo sguardo altrove.
Rientrarono risalendo da via Sammartini, allungando la passeggiata all'ombra della sopraelevata ferroviaria ancora
percorsa dagli ultimi Freccia Rossa in arrivo o da altri treni meno veloci e confortevoli.
In quella fredda sera di inverno Milano era andata a dormire presto.
Dalle tapparelle abbassate filtrava la luce degli appartamenti, in strada giravano poche macchine.
Lei gli aveva ripreso la mano, la stringeva, come se avesse paura di perderlo.
Due naufraghi nel mare in tempesta, che si aggrappano per non farsi separare dalle onde.
Lui con l'altra mano teneva il guinzaglio di Frog che scodinzolava spensierato.
Li attendeva l'appartamento di via Popoli Uniti e la loro prima notte insieme.
...
.
...
9.
...
.
...
Milano, gennaio 2020.
...
.
...
Nel piccolo monastero degli Umiliati, adiacente all'abbazia
di Viboldone non c'era un telefono, per cui uno dei monaci
si era recato direttamente all'abbazia che ospitava il convento
femminile per fare quella telefonata.
Il professor Luca Nebuloni, non potendo allontanarsi dal
perimetro monastico, lo aveva incaricato di contattare per
lui il vicequestore Bruno Ardig direttamente sul suo cellulare
che ricordava a memoria.
Alle otto e un quarto il trillo del Samsung lo svegli mentre
dormiva da solo nel letto di Morena.
Fatic un istante a realizzare dove si trovasse. Ricordava
di aver bevuto troppo rum di pessima qualit. Il peggiore tra
quelli serviti nei peggiori bar di Milano.
E ricordava che non avevano fatto l'amore e forse era
meglio cos.
Lei non c'era. Era nel laboratorio, dove stava modellando
lo specchio che rifletteva il mare in tempesta utilizzando
una vernice di una tonalit diversa, ma sempre turchese.
Addosso i soliti leggings e la felpa.
Era bellissima.
Lo salut con un bacio sulle labbra senza dirgli altro.
In cucina lo attendeva la tavola apparecchiata. Plumcake
del Mulino bianco, fette biscottate e marmellata alla fragola.
Lui ha gi fatto colazione, ha finito tutto il prosciutto
gli sussurr dolcemente, mentre accarezzava Frog.
Era un bel modo di iniziare la giornata.
Una colazione dolce e la dolcezza di una creatura sensibile
e bellissima.
Ardig osserv la scena nella sua normalit.
Un uomo, una donna, un cane, un tavolo imbandito.
Una sensazione di soffocamento lo aggred all'improvviso.
Devo andare via subito, ho un impegno importante. Mi
hanno appena telefonato.
Lei fece per dire qualcosa, ma la parola le rimase invischiata
tra le labbra limitandosi a uscire come un sospiro.
Sono davvero di fretta, scusami.
Morena annu, mascherando la delusione con un mezzo
sorriso complice.
Vai.
Alle dieci di una mattina di ritrovato sole Ardig, il bugiardo,
il vigliacco, l'egoista, l'uomo che tramava davanti
alla vita e ai sentimenti, sfrecciava oltre i limiti consentiti in
tangenziale Est con il lampeggiante acceso.
Fuggiva da Morena, dalla casa con le travi a vista, dall'immagine
di quella tavola apparecchiata per una colazione da
coppia normale.
Sul sedile posteriore Frog ronfava sulla sua coperta, appoggiato
con il muso alla borsa utilizzata poco prima in piscina.
Non aveva nessuna fretta investigativa. Aveva preso al
volo la scusa della telefonata per inventarsi una balla per
scappare da lei.
La colazione l'aveva fatta da solo, dopo la tradizionale
nuotata, in un bar di piazzale Bacone con il solito mal di
schiena ad accompagnarlo e l'ennesima pasticca di cortisone
da trangugiare.
Se in Polizia di Stato ci fosse stato un antidoping per sostanze
farmaceutiche lo avrebbero radiato all'istante, eppure
non vedeva alternative per arginare il dolore. Lo rallentava,
lo anestetizzava, lo avvelenava senza debellarlo.
Cos spingeva a tavoletta sul pedale del gas della Giulietta
di servizio.
Accelerava per lasciarsi dietro tutto, pensieri, angosce, il
volto deluso di Morena.
E pure il dolore. Quel dolore fisico che lo flagellava e a
cui non era abituato.
Il professor Nebuloni invece al dolore era ormai abituato.
Anche se era un altro tipo di dolore.
In qualche modo era diventato una parte di lui, come
fosse un arto, un apparato.
Rimorso, preghiera e penitenza scandivano ogni attimo
delle sue interminabili giornate e lo scortavano anche ora
che aveva abbandonato San Vittore.
Si trovava a Viboldone da oltre un mese, durante il quale
aveva recuperato una minima serenit quotidiana che in carcere
era utopica, inclusa quella limitata libert di movimento
e di pensiero derivante dalla mancanza di sbarre e cancelli,
oltre a quella pace interiore che pu regalare un vero monastero,
con il suo chiostro, il suo loggiato, i suoi ambienti
spartani eppure accoglienti, rispetto a un ex monastero riconvertito
in penitenziario cittadino e riempito dalla feccia
umana di seicento criminali colpevoli dei peggiori reati.
Ardig parcheggi la Giulietta nello spiazzo esterno.
Non c'era nessuno.
Decise di lasciare Frog a poltrire in auto. Nei mesi invernali
poteva farlo, in quelli estivi no.
L'abbazia di Viboldone, lo accolse come un quadro impressionista
a sfondo bucolico.
Un'aurea incolore accarezzava il complesso monastico
dove erano tornati a nuova vita i mai estinti Umiliati, infondendogli
una sensazione di malinconia, accentuata dai
deprimenti colori del panorama agreste. Quello stesso verde
che nei mesi estivi rappresenta un inno alla vita e alla gioia,
nel grigiore invernale diventa marrone e si incupisce, richiamando
la vecchiaia che prevale sulla giovinezza e l'inesorabile
trascorrere delle stagioni e del ciclo vitale.
I monaci a met mattina non pregavano ma lavoravano,
nei campi e nelle officine, insieme ai loro ospiti laici.
Il fratello che fungeva da guardiano lo accolse con un
sorriso luminoso e gli fece segno di seguirlo lungo il loggiato
interno allo splendido chiostro con arbusti e cespugli
sempreverdi. Da una porta laterale lo introdusse all'interno
indicandogli una panca di legno, senza schienale.
Nulla da leggere, solo una parete di pietra da fissare.
Dal refettorio rimbalzava l'eco di voci allegre e qualche
risata dei fratelli addetti alla cucina. Un invitante profumo
di carne e verdure bollite accarezzava le sue narici.
Poi, da lontano, il rimbombo di passi che si facevano pi
vicini, istante dopo istante, ad annunciare il vecchio amico
che attendeva di riabbracciarlo.
Il professor Nebuloni vestiva in tuta come quando dimorava
nei tetri raggi di San Vittore. Ai piedi dei Crocs,
rumorosi ma pratici. La pelle diafana, i capelli ancora pi
ingrigiti. Uno scheletro vestito da essere umano.
Nello sguardo per brillava una luce diversa.
Come andiamo commissario? domand premuroso,
allungandogli la mano magrissima, con le vene in risalto sui
dorsi ossuti.
Solita vitaccia. E lei professore?
Gli sorrise, senza rispondergli. Poi lo invit a seguirlo nel
corridoio, fino a un massiccio portale in legno, chiuso con
una chiave grande quanto una mano.
Nebuloni fece scorrere il chiavistello, poi spinse la porta,
spalancandogli una visione sorprendente. Un'intera parete
di libri accatastati, uno sull'altro, a formare un muro in precario
equilibrio, sui cui era appoggiata una scala di legno.
Sulle altre due pareti alcuni scaffali, riempiti solo parzialmente
di un numero di volumi nettamente inferiore rispetto
a quelli impilati.
Erano migliaia, forse tremila o quattromila libri
Ecco, ammiri - annunci trionfante l'ex psichiatra -
questa  la mia nuova vita. Devo catalogarli tutti, dividendoli
per ordine cronologico e materia trattata. E ne arriveranno
ancora parecchi altri. Sono lasciti di privati o di associazioni
cattoliche.
La voce vibrava di soddisfazione. Emozionato come un
bambino messo alla prova dai grandi con piccoli banali lavoretti.
Quello che aveva di fronte, era un uxoricida che aveva arrestato
personalmente, un omicida condannato al massimo
della pena detentiva.
Eppure, Ardig era contento per lui, di pi, era commosso.
Negli occhi dell'ex criminologo era tornata ad accendersi
una luce che si era spenta in quella terribile notte di nubifragio
del 2012 quando, con la mente avvelenata da antidepressivi
e ansiolitici, aveva fracassato il cranio all'amata consorte
in un raptus inspiegabile, uccidendo lei e se stesso.
Avrebbe potuto ottenere l'infermit mentale e non sarebbe
restato dentro neanche un mese, invece aveva sempre
rifiutato di sottoporsi a perizia psichiatrica dichiarandosi
totalmente capace di intendere e volere, consapevole di andare
incontro a una pena durissima da scontare.
Un caso unico in Italia.
Era rimasto sette anni a marcire nei tetri raggi di San Vitur,
che dentro a quel girone infernale equivalevano a sette
secoli.
La attende un lavoro immane, le faccio i miei auguri, ne
avr bisogno lo lusing.
L'altro annu, prima che un velo di malinconia spegnesse
la luce che ne illuminava lo sguardo fino all'istante precedente.
Tempo ne ho quanto ne voglio. Il mio cammino di
espiazione  ancora molto lungo.
Ardig sventol una mano per blandirlo, sperando non si
intristisse ripensando al passato.
L'uxoricida spost dalla sedia un vecchio pullover con
piccoli squarci sui gomiti e un collare scalda collo di lana,
esibendoli come trofei.
Regalo dei miei fratelli, lana di pecora gli sorrise.
Bello... comment Ardig, mentendo.
Non vedeva nulla di bello nell'abbigliamento dell'ex psichiatra,
ma lo vedeva nel volto del professore, che si stava irradiando
di un insolito sorriso mentre accarezzava il collare.
Un regalo inatteso. Lo sa da quanto tempo non ne ricevevo
uno? Hai mai riflettuto sulla valenza di un dono?
Del significato? Un atto di generosit verso un altro essere
umano.
Ardig alz una mano per fermarlo.
Professore, per favore, lo sa che non ho molto tempo.
Mi dica perch ha voluto incontrarmi.
L'ex criminologo torn a sedersi, sfilando gli occhiali con
un'aria improvvisamente stanca.
Qui, come avr potuto notare entrando, conduciamo
una vita semplice,  la vita che vivevano i nostri avi, i nonni
dei nostri nonni, regolata dalla natura, dalle stagioni. Ci
alziamo quando sorge il sole, ci corichiamo quando tramonta.
Ardig allarg le braccia con fare eloquente, come dire di
non prenderla troppo alla larga e strappando un altro sorriso
a Nebuloni.
Ha ragione, proprio non riesco a non dilungarmi, qui
il tempo ha davvero un concetto relativo rispetto al mondo
esterno. A ogni modo, intendevo dirle che non avendo
elettricit con tutto quando sottintende questa scelta, televisione,
radio, Internet e tutti gli altri veleni che inquinano le
nostre menti, non riceviamo le notizie in tempo reale. Tuttavia,
le notizie arrivano lo stesso, dai fornitori, dai visitatori.
Si alz nuovamente per dirigersi verso un ripiano.
Ritorn sventolando una copia di un quotidiano, era Il
Giorno, del giorno precedente.
Qualcuno lo ha dimenticato proprio qui in biblioteca.
E ci crede se le aggiungo che era aperto proprio su questa
pagina? Se non  questo un segno del destino...
Nebuloni lo sfogli a colpo sicuro, arrivando alla prima
pagina della cronaca milanese con l'articolo dell'amico Federico
Malerba, incentrato su tardivi sviluppi dell'omicidio
di Christine Larsen.
L'uxoricida con un dito gli indic l'articolo di spalla: Un
serial killer viaggiatore uccide a Milano?.
Era una colonna di appoggio al pezzo principale, un editoriale
vergato in corsivo sempre dallo stesso Malerba.
Gli inquirenti non confermano e non smentiscono. Tuttavia,
l'ombra del serial killer internazionale aleggia sulla citt.
Internazionale  la parola chiave di questo mistero. Un assassino
chiamato dalle polizie del nord Europa con un appellativo
suggestivo e angosciante: il Viaggiatore. Non un novello esploratore,
un Marco Polo o un Cristoforo Colombo che scoprono
nuovi mondi, ma un nomade della morte. Un mostro che sceglie
le grandi metropoli per confondersi, mimetizzarsi, individuare
le sue prede femminili e aggredirle vigliaccamente. Le
uccide colpendole alle spalle, senza farsi vedere, infliggendo
loro una tempesta di forbiciate sulla schiena, per poi sfregiare
i corpi mutilandoli dei capelli. Si contraddistingue per essere
un macabro collezionista, un feticista. Potrebbe aver ucciso
una decina di donne, ma potrebbero essere di pi. La cittadina
danese ammazzata a Milano, Christine Larsen sarebbe
solo l'ultima vittima di questo spettro che adesso inquieta le
notti milanesi alimentando un macabro timore che arriva da
un passato remoto. Il killer potrebbe aver gi colpito sotto la
Madonnina, nell'estate del 1993, uccidendo Luciana Tagliabue,
il cui corpo venne rinvenuto sull'argine della Darsena
in un'afosa mattina di fine luglio, il giorno precedente della
bomba di via Palestro...
Ardig ripieg il giornale. Non aveva bisogno di proseguire
nella lettura, era stato uno dei primi a vedere quell'articolo.
Malerba gliene aveva anticipato il contenuto via WhatsApp
con una fotografia, per cui annu, rimanendo in silenzio.
Toccava a Nebuloni parlare.
Il professore non si fece pregare.
Ho una vecchia storia da raccontarle. E credo possa interessarle.
Quanto vecchia? temendo il solito preambolo partendo
dai tempi della creazione dell'universo.
Molto vecchia, tra poco sar quarantenne.
La ascolto replic, finalmente incuriosito.
Parliamo dei primi anni Ottanta, del 1982. S, era l'estate
del mundial spagnolo, mi ricordo che in quelle notti c'erano
le partite, per laggi non avevano il televisore. Io avevo
ventinove anni e mi stavo specializzando. Dopo la laurea in
Psicologia avevo scelto Psichiatria forense, presso l'istituto
dell'Universit di Padova. Era la cattedra del professor Caserin.
Ne ha mai sentito parlare?
No.
Alberto Caserin era un luminare veneziano, era uno degli
allievi del professor Franco Basaglia, lo aveva affiancato
nelle sue case di cura in Friuli, nel goriziano. E, analogamente
al suo illustre maestro, il suo obiettivo era l'individuazione
e la sperimentazione di forme alternative per curare la
malattia mentale e le sue variegate patologie, focalizzandosi
sulle forme infantili.
Bambini?
Esattamente. Il professor Caserin studiava le patologie
di disfunzione mentale e dissociazione caratteriale nella fase
preadolescenziale, precedente alla scoperta del proprio
orientamento sessuale con annesse pulsioni e derive
ossessionali che sfociano in casi estremi in fatti gravi.
Molestie o anche altro. Casi da Codice Penale.
Mi risulta che gi allora ci fossero i tribunali per i minori
e i carceri minorili.
Un momento non corra, le sto parlando di soggetti ritenuti
incapaci di intendere e di volere, pertanto non imputabili
perch, come mi insegna, sotto i quattordici anni non
c' responsabilit penale individuale e nemmeno quella di
responsabilit attribuibile ai genitori.
Il Codice Penale italiano prevede l'assoluta impunibilit,
e l'annessa non imputabilit, per i reati commessi prima
del compimento del quattordicesimo anno di et e, infatti,
in casi pi frequenti di quanto si possa ipotizzare, le mafie
reclutano dei tredicenni come sicari, proprio per sfruttare
questa loro impunibilit.
Uhm, dove vuole arrivare? lo incit Ardig, mentre
estraeva una Camel blu dal pacchetto.
Le sto raccontando di un mondo diverso, di un'Italia
che usciva dal buio degli anni Settanta, delle contestazioni
nelle piazze, del terrorismo armato, delle stragi... c'era voglia
di cambiare, di ripartire, di lasciarsi indietro tutto quel
caos, di risolvere tutti i problemi. E anche le istituzioni ecclesiastiche
vedevano di buon occhio quest'opera. Prima i
malati mentali, i pazzi, erano considerati in molti casi vittime
del demonio, indemoniati, posseduti, molti erano sottoposti
a esorcismi...
Era lo stesso concetto espresso da padre Harald in un'altra
recente chiacchierata, seppur illustrato dall'altro punto
di vista, quello dei religiosi.
...per cui curare i matti significava far trionfare non solo
la salute, ma anche il bene. E con esso la fede abbinata alla
scienza. Cos il lavoro di Basaglia era sostenuto dalla Democrazia
Cristiana come dalla Santa Sede, soprattutto nel nord
est cattolico e benpensante, anche se la Lombardia e Milano
offrivano maggiori possibilit logistiche ed economiche. E
maggiori appoggi, anche politici.
Professore, la prego, la faccia breve.
E sia. A inizio anni Ottanta il professor Caserin, uomo
devoto e permeato con gli ambienti cattolici veneti, si
trasfer a Milano, incoraggiato dalla Curia ambrosiana, per
aprire un centro specializzato nel recupero di quei bambini
problematici e tormentati mentalmente. Tuttavia...
Tuttavia?
Trattandosi di minori, in situazioni complesse, e trattandosi
di quella che a livello clinico era a tutti gli effetti una sperimentazione
senza precedenti, occorreva la massima riservatezza.
E non c'erano certezze di risultato. Tenga conto che in
quegli anni le scelte di Basaglia in Friuli, dove aveva liberato
i cosiddetti pazzi, stavano scatenando reazioni contrastanti e
una campagna di stampa molto dura. Un malato mentale in
libera uscita aveva strangolato la moglie, pertanto i timori
che simili episodi potessero ripetersi obbligavano non solo
alla prudenza, ma al massimo riserbo. Per questo Villa dei
Larici non trov alcun risalto mediatico o pubblico. Anzi la
sua esistenza venne occultata volutamente.
Villa dei Larici... ma di cosa mi sta parlando?
Di una villa di propriet della Curia, una villa messa a
disposizione del professor Caserin, immersa in un bosco,
lontano da tutto e tutti, circondata appunto da una folta
macchia di larici. Un luogo di silenzio e di pace.
Ardig sbianc, ripensando all'ultimo murales di Caino.
Raccontava proprio quello: un bosco, una villa, dei medici
e un prete.
E due demoni, uno bianco e uno nero.
In questo luogo riservato il professor Caserin con alcuni
fidati collaboratori ha seguito per alcuni anni questi bambini,
tutti in un'et compresa tra gli otto e i tredici anni, attraverso
terapie specifiche di riabilitazione mentale. Terapie
sperimentali, naturalmente. In un certo senso terapie non
autorizzate dai protocolli medici dell'epoca.
Ardig aspir una lunga boccata.
Che tipo di terapie?
Nessun elettroshock, nessuna costrizione nei letti o nelle
reti. La terapia, nella sua parte canonica naturalmente,
prevedeva un limitato utilizzo di farmaci convenzionali, attraverso
una somministrazione di ansiolitici, tranquillanti e
antidepressivi. In questo senso la cura era tradizionale. A
questa si affiancava la terapia sperimentale attraverso un
percorso riabilitativo e rigenerativo che invece avveniva attraverso
il dialogo, il confronto in psicanalisi, il tutto abbinato
a delle attivit di lavoro manuale o artigianale e allo studio
e alla lettura. L'idea del professor Caserin era di sviluppare
i talenti posseduti dai bambini, valorizzarli, farli diventare
prevalenti sulle loro ossessioni e sul retaggio dei loro crimini
commessi.
Non la seguo.
Per esempio, c'era un bambino che passava ore e ore
a suonare il flauto, per perfezionarsi, per canalizzare i suoi
pensieri e le sue energie in quell'arte, in modo che si costruisse
una sicurezza sulle sue possibilit di eccellere, in questo
caso come musicista, e ottenere una consapevolezza di poter
migliorare attraverso quel talento e di potersi far accettare
dai coetanei, dal resto del mondo. Ci pensi bene: i bambini
che si integrano pi facilmente sono quelli bravi in qualcosa,
nel gioco del calcio, nello sport, cos gli altri li vedono come
modelli, li ammirano e li vogliono come amici.
Uhm...
Poi c'era attivit fisica, ginnastica, ma anche lavoro manuale
all'aria aperta. Ogni bimbo curava l'orto, le galline,
faceva piccoli lavori artigianali nel rispetto del motto mens
sana in corpore sano. E ovviamente un ruolo fondamentale
lo aveva la preghiera, perch Villa dei Larici era sovvenzionata
dalle autorit ecclesiastiche, pertanto insieme ai
medici era prevista la presenza costante di religiosi. Dietro
alla struttura c'era una cappella per le funzioni liturgiche, al
mattino e alla sera. Ecco, la cura di Caserin era tutto questo:
dialogo, psicanalisi, lavoro fisico, studio, preghiera. Una sorta
di addestramento alla vita che li attendeva.
E lei era tra i medici?
Lo sono stato per pochissimi giorni. Non ho retto...
Ma... come?
Mi faccia spiegare. Ero un giovane assistente, doveva essere
la mia prima vera esperienza concreta con dei pazienti e
si rivel fallimentare. Ebbi un tracollo emotivo e fui costretto
ad andarmene.
Il capo della Omicidi spense il mozzicone, fremeva. Voleva
sapere tutto e subito.
Professore, cosa deve dirmi?
Nebuloni strinse i pugni, inarcando le nocche, prima di
sventolare il quotidiano aperto sugli articoli dedicati al Viaggiatore.
Non  facile. Neppure per me, mi creda.
La ascolto.
Quel posto era inquietante, spettrale. A met tra un
ospedale e un lager, una villa degli orrori. Tra pianti, urli
da accapponare la pelle, crisi isteriche. E loro, i bambini...
mio Dio... in alcuni di loro, nei loro occhi ho visto il male
assoluto. Il male puro, decontaminato dai sentimenti corrotti
di cui ci alimentiamo noi adulti: la cupidigia, la lussuria,
l'invidia, il potere.
I carnefici che lei insegue ogni giorno uccidono per soldi,
per sesso, per gelosia, per potere, per carriere, per codici
della malavita. Quei bambini erano puri dalle scorie della
societ di cui ancora non facevano parte: erano innocenti, se
mi passa il termine. Avevano ammazzato solo perch questa
era la loro natura, solo per fare del male. Erano mostri, erano
diavoli, c'era il demonio nel loro cuore. Cos ho resistito
appena sei giorni, poi sono scappato.
Il capo della Omicidi ascoltava incredulo questa ammissione
di paura ancestrale.
Uno psichiatra scappato davanti alla follia dei pazienti
che avrebbe dovuto curare.
E la villa?
Villa dei Larici risult un fallimento da un punto di vista
clinico e terapeutico per tante variegate circostanze. I metodi
alternativi selezionati dal professor Caserin si rivelarono
semplici palliativi.
L'isolamento dal mondo esterno e la coercizione obbligavano
i giovani pazienti a una condotta lineare, anche se dalle
confidenze degli altri specializzandi sapevo che saltuariamente
si verificavano scatti d'ira improvvisa o gesti autolesionistici
o aggressioni. Segnali e avvisaglie del fallimento dell'esperimento.
E infatti, una volta tornati nella societ civile, stiamo
parlando della met degli anni Ottanta, le loro pulsioni riemersero
violentemente con episodi gravi. Uno dei ragazzi si
suicid, un altro aggred dei passanti in strada con un'arma da
taglio e un altro ancora, una volta inserito nel contesto sociale,
 tornato ad ammazzare, due adolescenti se ben ricordo, un
caso che negli anni Novanta sconvolse l'opinione pubblica.
Ardig ricordava vagamente quei delitti.
E forse si verificarono altri casi, meno cruenti, che vennero
messi a tacere.
Che fine ha fatto Villa dei Larici?
Ha chiuso i battenti nel giro di qualche anno, mi pare
intorno al 1985, sia per i problemi che le ho menzionato, sia
per l'improvviso peggioramento delle condizioni di salute
del professor Caserin, vittima di un'ischemia che lo avrebbe
poi portato a morire qualche anno dopo.
E i pazienti?
Da quel che mi era stato detto erano andati ognuno per
la sua strada, sinceramente non ho saputo pi nulla di nessuno
di loro, se non per i casi di cronaca che le ho menzionato
poco fa.
Professore, la premessa  stata infinita, io ho portato
pazienza, per il mio tempo, lei lo sa bene,  davvero contingentato.
Fuori ho due assassini che stanno uccidendo, ora
mi dica quello che devo sapere.
Come vuole. Del resto, l'ho convocata per questo, no?
Appunto.
Ebbene, in quei pochi giorni alla Villa mi era stato raccomandato
di non interferire, nel senso di non rapportarmi
in alcun modo con i bambini, specie quelli ritenuti i soggetti
pi a rischio. Tra questi c'era un bambino, era terribile...
Improvvisamente i ricordi stavano sconvolgendo Nebuloni.
Lontano dall'humus di malvagi sentimenti di San Vittore,
immerso in un luogo di silenzio e preghiera, contornato da
anime generose e confortato dalla parola di Dio, lo psichiatra
si stava depurando di tutte le scorie negative che invece Ardig
assorbiva quotidianamente, in un'esistenza fuori da ogni
canone ordinario, confrontandosi con il male dell'uomo, con
la morte, con i peggiori sentimenti, con la follia.
Quale persona normale, al di fuori della cerchia di matti
del loro Circo Barnum, sprecava le giornate a esaminare
verbali di autopsie, a visionare cadaveri, a inseguire uomini
con le mani lorde di sangue?
Erano tutti soldati di una guerra infinita, fortunatamente
riservata a pochi masochisti rigorosamente volontari. Medici
legali, criminologi, avvocati penalisti, sbirri. Quelli che
maneggiavano la morte come fosse la vita, la loro vita.
Nebuloni era stato come loro, prima, e come gli altri, i
Caini, poi, attraversando entrambe le barricate.
Adesso era fuori dal campo di battaglia e non voleva rientrarci.
Nemmeno attraverso il varco di quei ricordi cos
ingrigiti dal tempo.
Commissario mio, vorrei non dover mai pi occuparmi
di simili nefandezze umane sospir, prima di indicare i libri
impilati: Guardi le meraviglie create dalle mani di uomini di
buona volont, uomini laboriosi, uomini di fede e scienza.
Si alz e and a prendere un tomo.
Era un codice miniato medievale, un trattato di botanica
con meravigliose incisioni a colori.
Ne sfogli alcune pagine, con radici, germogli. Pareva un
trattato sul paradiso.
Ardig invece era l per il suo inferno, quello dove c'erano
Caino e il Viaggiatore.
Abbiamo bisogno del suo aiuto.
Abbiamo. Noi, non solo lui.
Nebuloni allarg le braccia, rassegnato.
Mi dica del bambino che tanto l'aveva inorridita.
Un mostro, un piccolo mostro. Era praticamente muto.
Non articolava pi una parola, non si rapportava in alcun
modo con il mondo esterno dopo l'orrore commesso.
Che orrore?
Aveva massacrato la sorellina. E potrei sbagliarmi, ma
se non mi sbaglio e credo di no... beh, mi era stato riferito
che l'aveva uccisa proprio a forbiciate e le aveva tagliato i
capelli.
Si ferm osservando lo sguardo atterrito del capo della
sezione Omicidi.
Per questo quando ho letto l'articolo sul serial killer delle
forbici quel ricordo orrendo  riaffiorato.
Cosa ricorda di lui?
Mi avevano detto che per mesi era stato curato in una
clinica svizzera, uno di quei posti esclusivi, quei posti invisibili
che non si trovano sugli elenchi telefonici, che non
hanno indirizzo, quei posti dove ti internano, ti sedano, ti
riempiono di farmaci. Soffriva di varie patologie, innescate
da turbamenti mentali degenerati in ossessioni. L'aspetto
pi sconvolgente era...
Era? lo incalz Ardig.
Che si trattava di un soggetto con un quoziente intellettivo
elevatissimo. Aveva capacit di calcolo, una memoria
formidabile, aveva doti artistiche, disegnava come fosse
Giotto o Raffaello. Insomma, un piccolo genio e purtroppo
anche un piccolo demonio.
Ardig lo interruppe.
Aveva bisogno di incamerare quei dati e incasellarli nel
suo database mentale in cui, improvvisamente, Caino e il
Viaggiatore tornavano a intrecciarsi. Anzi a sovrapporsi.
Un bambino che trucidava la sorellina negli anni Settanta
diventando Caino, un bambino che trucidava con le forbici
e decenni dopo sarebbe diventato un serial killer itinerante
ribattezzato il Viaggiatore.
Il contatto a Londra aveva fatto la sua parte.
Marco Pinton a met mattina aveva gi tracciato un profilo
di Kathleen O'Donnell.
Figlia d'arte, suo padre era un giornalista economico della
BBC inviato per anni a New York. Lei era cresciuta tra
Londra e la Grande Mela e aveva studiato in un college locale
a inizio anni Novanta.
Dai controlli del passaporto avrebbero potuto monitorare
i suoi spostamenti.
Intanto l'agente Zanella, che aveva rimpiazzato Larini nel
turno di sorveglianza, annotava che la reporter aveva ricevuto
la visita, alle dieci e un quarto, della psichiatra Barbara
Lunardon.
Ardig si fece ripetere il racconto dal professor Nebuloni.
Voleva avere la certezza di quanto appena ascoltato.
 sicuro che quel bimbo avesse ucciso la sorellina?
Assolutamente, infatti alcuni operatori lo indicavano
come Caino, ovviamente non davanti al professor Caserin,
ci mancherebbe.
E quanti anni aveva?
Intorno ai dodici. Ma quel delitto era stato commesso
tre o quattro anni prima.
E a nove o dieci anni non era imputabile per rispondere
penalmente di un reato commesso.
Una condizione comune ad altri ragazzi ospiti di Villa
dei Larici. Ragazzi che avevano versato sangue prima
dei quattordici anni, per cui la giustizia dello Stato non
poteva intervenire, rinchiudendoli in un carcere giovanile.
Alcuni erano veri mostri. Erano fenomeni rari e isolati,
che sgomentavano anche la Chiesa. Per questo era stata
appoggiata l'iniziativa del professor Caserin, anche a livello
finanziario.
Torniamo a questo ragazzino. Come si chiamava?
I nomi erano secretati per noi operatori, erano menzionati
nelle schede riservate accessibili solo al professor Caserin
e ai suoi pi stretti collaboratori, ma oggi, glielo anticipo,
sono tutti scomparsi.
Per cui, secondo i suoi ricordi, quel bimbo pu essere
diventato il Viaggiatore?
Forse. Pu darsi. Magari nel frattempo  morto, oppure
 finito in carcere...
E se fosse vivo e libero?
Potrebbe essere lui. Povera creatura innocente...
Innocente un assassino seriale?
Era solo un bambino con una personalit disturbata. 
un termine che non dovrei utilizzare, anche se la mia contorta
esperienza umana mi concede una certa libert di espressione:
semplicemente era incurabile.
Detto da lei...
Appunto,  questo che intendo dire. La medicina non 
una scienza esatta,  una scienza umana. E gli uomini hanno
dei limiti, sempre,  questo che ci differenzia dal divino.
Non siamo infallibili. Non lo  la nostra medicina. Non siamo
in grado di curare ogni forma tumorale, non siamo in
grado di fermare le malattie degenerative, non siamo in grado
di restituire mobilit agli arti inferiori in presenza di una
lesione midollare. E in tutti questi casi la medicina ammette
la sua impotenza, l'ineluttabilit del fallimento. Invece, nella
malattia mentale non accade, non ci rassegniamo all'ineluttabile
fallimento delle nostre possibilit di cura. La medicina
mentale non prevede operazioni, asportazioni o amputazioni.
 un male che resta nel nostro cervello.
Mi sta dicendo che questi mostri non essendo curabili
andrebbero internati?
Inorridisco ad ammetterlo, ma purtroppo non tutti gli
esseri umani possono essere inseriti nel contesto sociale, banalmente
il fallimento di Villa dei Larici era in questo presupposto
errato: alcune patologie non sono guaribili, non
lo saranno mai, non con le attuali conoscenze mediche di
cui disponiamo, per cui l'unica soluzione  la ritenzione del
paziente, sottrarlo al mondo esterno. Questo  il nostro fallimento
di medici. I colleghi veterinari possono sopprimere
gli animali che si rivelano pericolosi. Mentre noi uomini non
possiamo farlo, non possiamo...
Ardig rimase in silenzio, soppesando la gravit di quella
conclusione.
Il Viaggiatore era un maniaco, incapace di frenare le sue
pulsioni omicide. Ma anche un genio, dotato di intelligenza
rara che gli consentiva di essere un insospettabile e di capacit
artistiche, come dimostravano i murales realizzati da
Caino.
L'altra met della sua luna nera.
Improvvisamente nella sua mente prendeva forma il contorto
labirinto in cui lo aveva condotto la sua duplice indagine.
Non c'erano due mostri ma uno solo con due volti diversi.
Entrambi terrificanti.
Caino e il Viaggiatore erano lo stesso demonio, scaturito
da chiss quale inferno e forgiato dagli errori di psichiatri ed
esorcisti della Villa dei Larici.
Un assassino da fermare a ogni costo.
Ma intanto Caino lo stava facendo danzare come una
trottola, gli narrava con i delitti e i murales la sua storia per
condurlo verso il Viaggiatore.
Era arrivato il momento di mostrargli il messaggio dell'ultimo
murales.
Lo psichiatra lo esamin con fare professionale. Poi annu.
Lo vede? E cos. Racconta la storia di Villa dei Larici.
Indic gli omini con la croce rossa.
E questi saremmo noi.
Ardig gli indic il religioso.
E lui chi era?
Ah, che personaggio oscuro... Era un sacerdote particolare.
Uno che aveva fatto il missionario in giro per il mondo,
uno che aveva il pelo sullo stomaco e non si faceva impressionare
da nulla. Ricordo che era anche un esorcista. Lo
avevano scelto anche per questo, perch aveva un carattere
e una fede diversa dagli altri. Era gi avanti con gli anni,
vicino alla settantina. Adesso non mi riesce di ricordarne il
nome.
Don Luca Urgnana?
Ecco s, don Urgnana. Proprio lui. Suppongo sia scomparso
pure lui da molti anni.
Un altro tassello andava a incastrarsi.
Ardig cominciava a comprendere perch i demoni fossero
raddoppiati, anzi sdoppiati.
Era la doppia personalit di questo assassino, il nero e il
bianco.
Anche se non comprendeva il significato di quel primo
doppio murales, dove oltre all'angelo trafitto c'era un secondo
angelo avvelenato.
Forse lo stesso Nebuloni ignorava una parte della storia
criminale di quel bambino che probabilmente aveva ammazzato
pi volte nella sua infanzia demoniaca.
Forse un'amichetta, una compagna di giochi.
Intanto l'ex criminologo aveva abbassato lo sguardo e
sembrava in trance.
Professore, va tutto bene?
S, s... no, anzi,  come se i ricordi risalissero dall'inconscio
soltanto ora. Li rivedo quei bambini, risento le loro urla
isteriche. E mi  tornato in mente un dettaglio, di cui sono
abbastanza convinto. Con Caino c'era un altro bambino, venivano
curati insieme.
E chi era?
Potrebbe essere Bruto.
Bruto?
Infermieri e medici tra di loro lo chiamavano cos. Ovviamente
il bimbo aveva un nome, ignoro quale fosse. Lo
chiamavano Bruto perch aveva ucciso il padre. Era un parricida.
Bruto come quello che ha ordito la congiura contro
Giulio Cesare?
Proprio lui. Come ricorder, Cesare non ne era il padre
in senso biologico, ma in senso adottivo, per da sempre la
figura di Bruto impersona il parricida nella letteratura e...
Vada avanti.
Ecco, ricordo che Bruto soffriva di una forma di alopecia
nervosa, per lo stress. Per cui era calvo. S, secondo me
era quello che divideva il percorso con lui.
Con lui... Caino?
Il professor Caserin aveva individuato una sorta di terapia
di coppia per questi due fanciulli. Sperando si potessero
appoggiare l'uno all'altro.
Cosa mi pu dire di questo bimbo?
Praticamente nulla, l'ho appena intravisto. Ma sono
quasi sicuro che sia lui quello che poi, una volta reinserito
nel contesto sociale, ha ucciso due adolescenti qualche anno
dopo. Un caso che aveva scosso l'opinione pubblica. I delitti
erano accaduti nella zona del saronnese. Trovi quell'uomo,
se  ancora vivo. Forse  l'unico che ha conosciuto Caino e
che pu indirizzarla all'antro dove si nasconde.
Devo visitare Villa dei Larici.
Non esiste pi. Una domenica pomeriggio, le parlo di
almeno una ventina di anni fa, trascorsi qualche ora di relax
in un agriturismo dentro il parco. Noleggiavano biciclette,
cos mi inoltrai attraverso una pista ciclabile all'interno del
bosco e andai a rivederla. La struttura era diroccata, sembrava
una casa di fantasmi.
Stavolta Ardig rabbrivid.
Dove si trovano questi ruderi?
All'interno del Parco delle Groane, lo conosce?
Il grande polmone verde tra l'alto milanese e la Brianza.
C'era stato altre volte, anche per lavoro, per degli omicidi
su cui aveva indagato.
Tecnicamente Villa dei Larici si trovava al confine tra
il comune di Cesate e quello di Solaro. Se non sbaglio ci si
arrivava percorrendo una via che immetteva su una strada
provinciale, dove c'era un distributore di carburante con un
bar. Lo ricordo perch mi ero fermato l per ristorarmi...
Nella rete rimane impigliato di tutto. Anche un frammento
microscopico di un ricordo.
Nulla scompare. Tutto resta.
La vita degli uomini, il loro passaggio, le loro attivit, non
sono biodegradabili, non vengono annientate dal trascorrere
del tempo. Qualcosa rimane sempre.
Il web traboccava di notizie sul professor Caserin, incluse
delle sue immagini.
Era un omino occhialuto con l'espressione severa.
Veniva ricordato come uno dei padri della moderna psichiatria
adolescenziale. Tornava in vita in vecchie interviste a
riviste scientifiche o in estratti di interventi a convegni medici.
Non c'era nulla per che riguardasse Villa dei Larici.
A ogni modo l'indicazione fornita dal professor Nebuloni
era abbastanza dettagliata per cercare ci che rimaneva
della casa di cura per quei piccoli malati mentali.
E Ardig ci sarebbe andato.
La sua priorit per era un'altra e, ancora una volta, le
risposte alla sua curiosit le avrebbe cercate in rete.
I delitti del caso Parona.
Negli anni precedenti su un canale tematico di Sky era
andata in onda una trasmissione condotta da un noto scrittore
di gialli, che ricostruiva con filmati e attori le storie criminali
degli omicidi che avevano sconvolto l'Italia dal dopo
guerra.
Il giallista, vestito di scuro, con il pizzetto luciferino, raccontava
magistralmente, con voce impostata e pause teatrali,
quelle storie terribili, lontane eppure ancora cos attuali.
Parlava dalla pancia di un complesso industriale, un impianto
siderurgico, in un suggestivo spettrale labirinto di
tubature e valvole.
Era una delle trasmissioni preferite da Ardig che rivedendola
ora, in rete, improvvisamente ricordava tutto di
quella sanguinaria vicenda, avvenuta poco prima che vincesse
il concorso da commissario della Polizia di Stato.
A met anni Novanta un insospettabile ragioniere, un
giovanotto dai modi garbati, aveva massacrato a martellate
due ragazzini che aveva adescato in un giardino pubblico.
Con la scusa di regalargli delle videocassette pornografiche
li aveva attirati nella propria villetta, in un comune del
saronnese dove li aveva aggrediti furiosamente con un martello
da officina, fracassandogli il cranio, per punirli dopo il
loro rifiuto a masturbarsi insieme a lui.
I Carabinieri della stazione locale erano risaliti rapidamente
alla sua abitazione, lo avevano fermato e tartassato
per giorni.
Lui aveva negato ogni addebito, con glaciale distacco, ma
un'accurata perquisizione delle sue pertinenze aveva svelato
l'orrore: aveva seppellito i due corpi nell'orto dietro alla
casa.
La trasmissione televisiva si concludeva cos, cedendo il
testimone alla memoria di Ardig.
Ricordava le immagini in alcuni telegiornali: l'arrestato
era un giovane poco pi grande di lui, non ancora trentenne,
un pelatino con gli occhiali rotondi, una sorta di Pantani che
non sapeva correre forte con una bicicletta.
Dall'archivio della Procura di Busto Arsizio, competente
sul caso, avevano ottenuto via mail l'incartamento con gli
atti processuali che raccontava il resto della storia.
Il mostro, Alberto Parona, aveva confessato senza alcuna
reticenza, palesando con le sue parole e le sue ammissioni
quei disturbi mentali, quelle ossessioni, certificati poi dalle
perizie psichiatriche.
Era stato condannato a venticinque anni da scontare in
un ospedale psichiatrico giudiziario: ne aveva trascorsi sedici
nella struttura di Castiglione delle Stiviere nel mantovano,
tornando libero nel 2011.
Da allora di lui si erano perse le tracce.
Ardig inizi ad addentrarsi nelle schede allegate agli atti
giudiziari in cerca di qualcosa.
Lo psichiatra forense, nel suo rapporto conclusivo, aveva
rilevato un sincero spontaneo pentimento dell'individuo
condannato e sottolineava come nel percorso riabilitativo
intrapreso dal Parona determinanti fossero state la
preghiera e la frequentazione delle funzioni liturgiche e dei
sacerdoti operanti nella struttura psichiatrico-giudiziaria di
detenzione del soggetto.
Un altro caino che si era redento all'ombra del crocifisso.
E forse era rimasto proprio l, acquattato in quell'ombra
protettiva.
La villa dei misteri e dei fantasmi poteva attendere.
Barbara e Kate avevano fatto l'amore nell'elegante stanza
d'albergo della reporter, poi erano rimaste mezze nude,
addosso solo due felpe identiche che Kate utilizzava in palestra.
Avevano ripreso a lavorare e a confrontarsi fino a mezzogiorno,
quando si erano preparate ed erano uscite dirette
verso un baretto dall'altra parte della strada.
Barbara aveva fretta.
Dobbiamo sederci entro le dodici e trenta perch poi
viene preso d'assalto dagli impiegati in pausa pranzo.
Erano le prime clienti.
Ordinarono due porzioni di roastbeef e di verdure alla
griglia.
L'agente scelto Zanella le teneva d'occhio dal marciapiede
sul lato opposto di via Meravigli invidiandole. Era a stomaco
vuoto e non poteva permettersi il tempo di un panino.
Padre Harald stava estraendo la bottiglia di amaro
dall'armadietto.
Ardig sorrise per stemperare la tensione.
Ogni volta che esco da qui la bottiglia  vuota, ogni volta
che torno  piena.
L'officiale sventol una mano.
 il mio vizio, insieme a loro indic i sigari.
I miei piaceri terreni, l'unica tentazione che concedo al
demonio.
Il capo della Omicidi osserv la bottiglia senza etichetta.
 un distillato preparato dai miei fratelli altoatesini che
vivono in un convento isolato tra le montagne al confine. Sono
i monti dove un secolo fa si combatteva la Grande Guerra.
Fortunatamente si ricordano di inviarmene una cassa
periodicamente, prima che la scorta si esaurisca.
E immagino si esaurisca rapidamente.
Come per le sue sigarette, no? Ma suppongo non sia
venuto per degustare questa delizia dolomitica tagli corto
l'anziano officiale, mentre si versava due dita di amaro.
Ardig rifiut il bicchierino e gli allung degli articoli
stampati, riguardanti i delitti commessi da Alberto Parona.
Il responsabile della diramazione milanese del Santo Uffizio
non si scompose scrutando il volto giovanile di quell'assassino
in quei vecchi resoconti giornalistici.
Aveva una fisionomia particolare, gli occhi stretti che
sembravano da felino in quella testa calva e lucida.
Ho conosciuto di persona quest'uomo, conosco la sua terribile storia.
E lui probabilmente conosce Caino.
Ah.
Mi serve il vostro aiuto.
Per risalire a questo individuo?
Esattamente.
Padre Harald si sfreg la barba grigia, poi sorrise.
Mi dia un po' di tempo.
Faccia con comodo, sto andando a fare una gita nel bosco
del Parco delle Groane a cercare il passato di Caino.
L'officiale non gli domand cosa andasse a fare o il perch.
Si limit a una sola richiesta: Porti anche padre Dragomir.
La sua presenza potrebbe esservi di aiuto.
Il Parco delle Groane  una riserva naturale floro-faunistica
istituita nel 1976 dalla Regione Lombardia, con una
legge apposita per proteggere e tutelare un'area boschiva di
oltre ottomila ettari che si estende tra la fascia occidentale
della cintura nord milanese e i confini della Brianza. Un bosco
intersecato da strade provinciali che lo trapassano in pi punti.
Al suo interno si trovano piccoli distretti industriali sorti
negli anni del boom economico, molti dei quali abbandonati
e fatiscenti e alcune appendici urbane periferiche, oltre a
una cittadella del divertimento, pure quella abbandonata e
fatiscente: la Citt Satellite, con strutture per bambini, un
laghetto artificiale, un'area giochi e piste per go-kart e pattinaggio.
Una derivazione dei Luna Park urbani chiusa con
il nuovo Millennio e decaduta a citt fantasma, con ruderi arrugginiti e pericolanti.
Era quella la zona dei larici e degli altri spettri che stavano
cercando, quelli dell'omonima villa.
Trovarla era stato pi semplice del previsto.
Il distributore citato dal professor Nebuloni era ancora
l, sulla strada provinciale che costeggia Cesate, lambendo Solaro, conducendo a Saronno.
C'era anche il bar.
Un caff per tutti e dietro il bancone un barista a lingua sciolta.
Aveva rilevato la pompa di benzina e il bar da pochi anni,
conosceva poco della storia di quei boschi e le annesse leggende,
anche se ne aveva sentite di tutti i colori.
Sapeva comunque indirizzarli verso i ruderi della villa
maledetta, su cui aleggiavano voci inquietanti. Le solite di
ogni bosco, di ogni luogo abbandonato, magari vicino a una
chiesetta sconsacrata o a un cimitero. Luci che saettano di
notte, presenze oscure e tutte le altre balle di cui non poteva
fregargli di meno.
In ogni caso, oltre a una squadra con Farris e gli agenti
Foglia e Linares, ben equipaggiata per fronteggiare qualunque
brutta evenienza terrena da spacciatori a satanisti, si
erano portati dietro anche la rassicurante presenza di padre
Dragomir, nel caso servisse un crocifisso per scacciare qualche demone.
Imboccarono la strada chiusa al traffico veicolare per infilarsi nel parco.
Mancava poco alle quindici, avevano un'ora di luce o poco pi.
Gli alberi senza foglie li scortavano come ombre tetre nel
silenzio del bosco dove non si sentivano i rumori tradizionali.
A gennaio non c'erano cicale, grilli o il cinguettare degli
uccellini, solo il silenzio infranto dai loro passi pesanti.
Cercavano una radura sulla sinistra, la individuarono dopo dieci minuti.
Uno spazio aperto, ingombrato dallo scheletro di una dimora
spettrale senza infissi, l'erba incolta in quello che era stato il giardino.
Le pareti esterne sporcate da scritte spray che si sovrapponevano confuse.
In quel luogo era passato di tutto. Prostitute, tossici, vagabondi,
immigrati clandestini. Ovunque bottiglie, lattine,
oggetti abbandonati, resti di fuochi accesi da chiss chi, chiss quando.
L'agente Linares estrasse la Beretta, subito imitato da Foglia.
Ardig scosse la testa, evitando di rimproverarli.
Accese la torcia elettrica, anche se c'era ancora una luce accettabile.
Appena entrato intu che la ricerca sarebbe stata rapida.
L'interno, al piano terreno si presentava deserto. Solo
rottami di qualunque materiale, legno, ferro, plastica, vetro.
E sporcizia. Persino alcuni vecchi materassi luridi con degli stracci.
Dentro a quel covo di spiriti irrequieti avevano alloggiato
disperati pronti a tutto e senza paura.
Lo spazio era ampio, diviso ancora dalle pareti.
Poteva immaginare una mensa, una sala studio con una
biblioteca, altre stanze, alcune pi piccole, forse degli ambulatori o gli studi degli psichiatri.
L'edificio si estendeva su altri due piani superiori.
Fece segno a Farris di salire, indicando a Linares di accompagnarlo
mentre proseguivano la loro inutile perlustrazione
in quel luogo dove il tempo si era fermato tre decenni prima.
La voce del suo vice rimbomb da sopra.
Venite a vedere.
Imboccarono le scale.
I due poliziotti con le torce stavano illuminando il pavimento
ormai privo di piastrelle. Era macchiato da alcune chiazze scure.
Disseminati c'erano indumenti, scarpe, pantaloni, giacca,
camicia, cappotto e pure delle mutande e una maglietta.
Ardig si chin a osservarli per mero scrupolo, pur non
avendo dubbi.
Gli abiti di un sacerdote che girava in borghese senza il
collare distintivo.
Avevano trovato il luogo dove Caino aveva effettuato la
ripresa del video memorizzato sul telefonino di padre Rogerio.
Era l che aveva inciso la croce di San Pietro sulla schiena
del prete brasiliano e probabilmente era l che li aveva
assassinati.
Non se ne accorsero distratti come erano dal pavimento,
poi con una sciabolata della torcia Farris lo illumin, facendolo
emergere dal buio.
Un murales. Uno dei soliti.
Il terzo messaggio di Caino.
Nella parte superiore, sotto un cielo bluastro, si intravedevano
dei grattacieli che facevano da sottofondo a un
delitto.
Il demone con la faccia da scheletro, vestito di bianco,
stavolta sfoggiava dei capelli colorati di verde e di viola e
stava accoltellando alle spalle un angelo vestito di nero.
Anche l'angelo aveva capelli colorati di giallo e blu e
grondava macchie di sangue che si trasformavano nelle gocce
di una pioggia rossa che inondava la parte sottostante del
disegno dove la scena cambiava in maniera incomprensibile.
Una chiesa nera sulla sinistra con la porta spalancata che
immetteva nella scena successiva dove un gruppo di uomini vegliava l'angelo morente.
Due uomini erano vestiti di scuro con la croce sul petto, uno di loro era di pelle marrone.
Eccolo padre Rogerio, per la prima volta appariva anche lui.
C'era poi un terzo uomo, elegante, con la cravatta e i baffi.
Lo stesso uomo disegnato nel precedente murales, quello
che descriveva la villa dove si trovavano.
Davanti a loro il demone con i capelli colorati.
Mentre l'altro demone vestito di scuro, quello del precedente
murales, stava costruendo un muro con dei mattoni
insieme a una figura femminile.
Dietro il muro riposava uno scheletro.
Cazzo vuol dire? protest perplesso Padre Dragomir.
Sei ripetitivo, hai detto la stessa cosa davanti al precedente murales.
Il religioso accolse l'osservazione con una stretta di spalle e
si concentr sul dipinto ascoltando le impressioni di Ardig.
La chiesa nera  la tua chiesa.
Il sacerdote annu.
E quello sarebbe don Rogerio? indic l'uomo dalla
pelle scura.
Indubbiamente, ma chi sono gli altri uomini? E soprattutto
cosa significano quei mattoni? Ci sono stati lavori di
ristrutturazione negli anni passati?
Il serbo si sfreg il mento.
Tu hai visto chiesa, cade a pezzi, i lavori servono adesso,
perch prima non li hanno fatti.
Si ferm a riflettere, poi alz la mano verso il cielo in un
gesto inconsulto.
Solo per muro di Sant'Orsola hanno fatto lavoro di restauro.
Quando?
Non so, io non ero qui, forse parete era crollata in un
punto e allora hanno chiamato pittore.
Quanti anni fa?
Come faccio a saperlo? Lavoro non  cos vecchio.
Trenta anni fa forse. Non so. Padre Rogerio sapeva. Lui era
l protest indicando il murales.
Ardig cominci a scattare foto al disegno.
I primi tasselli andavano a incasellarsi con grande complessit
nel suo mosaico mentale.
La figura femminile che aiutava a erigere il muro doveva
essere Luvanor, che da ragazzino aveva fatto il manovale e
sapeva farci con la calce.
Attraverso quel disegno poteva ricostruire il complesso
piano criminale di Caino: aveva punito il prete e il transessuale
per quella loro colpa passata, per quel cadavere nascosto
nella nicchia murata dietro l'affresco di Sant'Orsola.
Ripens alle parole del video.
Subirete... chi sbaglia... il prete nero...
Provava a mettersi nei panni di Caino, a immaginarlo
mentre riprendeva la scena dopo il duplice omicidio, nel
buio di quei ruderi senza vita.
Il video era la prima parte del messaggio, la cornice dentro
cui collocare il quadro che il killer stava dipingendo con
i suoi murales, illustrando la sua storia.
Un bambino che ha ucciso la sorellina, e forse anche la
madre o un'altra donna, che poi ha trascorso un periodo rieducativo
nella Villa dei Larici ossessionato da psichiatri ed
esorcisti senza debellare il suo male, sfociato in altri delitti,
quello di Cornelia o di Luciana.
Omicidi coperti da preti e altri individui, arrivati a seppellire
il corpo del reato all'interno di una chiesa.
Non riusciva per ancora a collocare in quel contesto il
banchiere Solonio e il suo giardiniere Beltrami, che eppure
dovevano essere collegati a quei fatti di sangue. E poi chi era
l'uomo con i baffi?
Ma quel disegno raccontava qualcosa di pi.
Fiss lo sguardo soffermandosi sullo scheletro che giaceva
dietro al muro.
Uno scheletro, non un cadavere.
Significava che quel morto era l da anni.
Un sospetto orribile lo avvolse.
Dobbiamo tornare alla chiesa dei Martiri Oscuri. Subito.
Dopo il pranzo al bar in via Meravigli la Lunardon e la
O'Donnell si erano spostate a piedi verso la stazione di Cadorna.
L'agente scelto Zanella le pedinava a distanza, tenendosi
pronto per ogni evenienza. Una volante di appoggio lo
aspettava in via Carducci.
Chiam i colleghi e si fece caricare appena vide le due
donne montare su un taxi in piazza Virgilio.
L'auto bianca si mosse in direzione nord, imboccando via
Vincenzo Monti.
Mezz'ora dopo erano di fronte all'affresco del martirio di
Sant'Orsola.
Affresco parziale, perch il dipinto copriva tre quarti della
parete muraria.
L'ultima parte era semplice vernice applicata sullo stucco
sottostante, a fare da sfondo all'affresco.
Adesso, con il senno di poi, era facile comprendere che
quella parete aveva subito ripetuti interventi di ricostruzione
nel corso del tempo, a distanza di anni.
Quel muro era stato abbattuto e ricostruito pi volte.
 qui che Caino ha abbandonato il telefonino di don
Chevron, vero?
Padre Dragomir annu con aria corrucciata.
Era qui che voleva portarci fin dall'inizio, dietro a
Sant'Orsola si nasconde la verit.
Tu pensi che dietro quel muro ci sia corpo di angelo che
sanguina?
Ardig annu, accendendosi una sigaretta anche se si trovavano
in un luogo consacrato al Signore.
 un gioco di specchi in cui dobbiamo rifletterci. Caino
ci sta portando dove vuole, ci sta raccontando la sua storia
attraverso i suoi disegni. Una storia di morte, di sangue e di
dolore, che passa dalla Villa dei Larici che aveva inserito nel
precedente murales, per darci un'indicazione, per farci arrivare
l dove avremmo trovato il successivo murales.
Un momento - obiett Farris - senza il professor Nebuloni
non ci saremmo mai arrivati.
 vero, ci stavo pensando anch'io. Per Caino era sicuro
che ci saremmo arrivati.
Improvvisamente gli tornarono in mente le parole del
professor Nebuloni mentre sventolava la copia de Il Giorno.
Qualcuno aveva dimenticato il quotidiano in biblioteca,
aperto proprio sulla pagina dedicata ai delitti del Viaggiatore.
Caino  stato al monastero degli Umiliati. Conosceva
Nebuloni, conosceva il suo rapporto con me. Cos gli ha lasciato
il giornale in bella vista. Ha fatto in modo che potesse
mettermi sulla strada giusta per arrivare a Villa dei Larici. E
quella strada ci ha portato qui.
Tutti i presenti fissarono il muro.
Poi si rivolsero a padre Dragomir.
Dobbiamo abbattere questa parete.
Prima bisogna chiamare padre Harald. Non senza suo
permesso.
Un'ora dopo erano tutti l davanti alla santa sofferente
nel suo supplizio.
Un dipinto contraddittorio, che poteva spaventare chi
lo osservava, perch la devozione e la fede non le avevano
evitato il dolore e la morte. L'ennesima sconfitta del bene
battuto dal male.
La pensava allo stesso modo anche padre Harald, che
studiava l'affresco valutando il punto dove aggredire la parete.
Bussava con mano esperta, saggiando la profondit dello
spessore.
Quindi annu, convinto.
 leggera,  un cartongesso e verr gi facilmente.
Padre Dragomir imbracciava una vanga che aveva recuperato
con una torcia elettrica dallo scaffale degli attrezzi.
Era la pala che aveva preparato nei giorni precedenti per
spazzare la neve annunciata e mai caduta.
Prova a colpire qui, vediamo di non fare troppo male al
dipinto, anche se non  un'opera importante si raccomand
il vecchio officiale senza troppa convinzione.
Sant'Orsola era sacrificabile per arrivare alla verit.
Il religioso serbo vibr tre colpi in sequenza, facendo franare
polvere e detriti con una facilit sorprendente.
Non era un esperto di edilizia, ma intuiva quanto quel
muro fosse esile.
Un divisorio, o un nascondiglio.
Altri due colpi bastarono per aprire una fessura da cui
fuoriusciva un odore sgradevole.
Dietro quello squarcio c'era il buio. Ma non solo.
Un brivido scosse padre Dragomir.
La paura che tornava. La conosceva.
Avvertiva quella percezione del male e del dolore che
aleggiava ogni istante in quella chiesa sembrava provenire
proprio da l, da quell'orlo nero.
Prese un respiro e infil un paio di dita che penetrarono
fino alle nocche.
E poi oltre, perch il cemento lesionato si stava rivelando
friabile.
Un paio di movimenti del dorso della mano furono sufficienti
ad allargare il varco fino a infilarci il polso e pure
l'avambraccio.
Il sacerdote ritrasse la mano fissando l'espressione di
Sant'Orsola sofferente.
Dietro al suo supplizio c'era il vuoto.
Avanti, non fermarti lo incalz padre Harald.
Il serbo sollev la vanga, martellando altri colpi per
ampliare quella ferita sull'intonaco, trasformandola in una
breccia.
Riesci a entrare l? chiese padre Harald.
Padre Dragomir, accaldato per lo sforzo fisico, si era tolto
il giaccone, diminuendo la sua massa volumetrica.
Girandosi lateralmente riusc a infilarsi nell'intercapedine.
Dall'altra parte della parete lo accolsero il buio e il vuoto
in cui rimbalzava il silenzio.
La polvere e la muffa aggredirono le sue vie nasali, obbligandolo
a tossire.
C'era qualcosa che lo allarmava, come se un demone lo
attendesse acquattato nell'oscurit.
Fece saettare il fascio della torcia illuminando pareti murarie
di pietre nere.
Quei muri erano quelli della chiesa.
Logico, avrebbe dovuto pensarci.
Calcol lo spazio intorno a lui: un paio di metri, non di
pi. Una sorta di loculo.
Continuando a illuminare la parete fece un paio di passi
per arrivare al muro.
Fu in quel momento che si rese conto di aver urtato qualcosa
con i piedi.
Abbass il fascio della torcia e inorrid.
 qui, venite dentro.
Sembrava la scena di un film, roba da Dario Argento dei
tempi d'oro.
Ardig riprese la vanga per scaricare sul muro una manciata
di fendenti e allargare la breccia: la parete inizi a sbriciolarsi,
venendo gi come se un terremoto stesse colpendo
solo quell'angolo, come se l'epicentro non propagasse alcuna
onda sismica.
Sant'Orsola si sbriciol crollando insieme al suo martirio,
per lasciare spazio alla nicchia cancellata da quell'opera
muraria.
Dietro la polvere c'erano padre Dragomir e la sua macabra
scoperta.
Ardig accese anche la sua torcia, illuminando la nicchia
per gli occhi stanchi eppure ancora vigili di padre Harald
che esamin la scena senza commentare, limitandosi
a riempirsi la vista con i due scheletri appoggiati sul pavimento.
Ne aveva visti tanti di corpi divorati dagli insetti nel corso
dei decenni, soprattutto durante le esumazioni nei campi
santi.
Stavolta era diverso.
I parassiti avevano succhiato la carne, le parti molli e i
tessuti lasciando le ossa pulite.
Solo la polvere le aveva contaminate.
Gli insetti avevano risparmiato i vestiti, seppur ridotti a
brandelli per diversi fattori usuranti.
Quegli indumenti stracciati parlavano per chi aveva orecchie
per ascoltarli.
Uno scheletro indossava abiti femminili estivi, sbrindellati
in pi punti. Ai piedi delle scarpe estive, aperte, con un
tacco medio. Un modello vecchio, un oggetto da museo della
moda.
I capelli fuligginosi erano ancora lunghi.
Intorno all'osso del collo una collana ossidata con un
ciondolo particolare: un mezzo cuore, la parte destra di un
cuore.
Ardig si chin per osservarlo.
Sapeva dove cercare l'altra met di quel ciondolo.
Fiss quell'ammasso di ossa e polvere.
La madre di Morena era proprio dove la figlia si inginocchiava
a pregare Sant'Orsola.
Era lei che la chiamava, con gli incubi notturni.
Morena sentiva il canto del fantasma di quella sirena.
A separarla dalla verit che cercava da quarant'anni c'era
quella parete di cartongesso affrescata da un assassino bravo
a uccidere quanto a dipingere.
L'altro scheletro vestiva con stivali militari praticamente
intonsi, un giubbotto di pelle, anche quello da militare.
I capelli erano corti e radi. Quelli rimasti erano di un
grigio polveroso.
Dei jeans rimaneva pochissimo, come del maglione che
indossava.
Si avvicin al cranio.
Intorno al collo erano sparsi numerosi anelli di ferro.
Li illumin con la torcia.
Orecchini, pure quelli ossidati, caduti sul pavimento venendo
a mancare il supporto della carne in cui erano infilati.
Ne cont una quindicina.
Padre Harald si abbass per avvicinarsi a quei due cumuli
di ossa per esalarne gli odori e gli spiriti che ospitavano.
Raccontavano due storie diverse, da coniugare con tempi
diversi.
Erano due donne giovani.
Si rialz faticosamente, iniziando a borbottare una preghiera
in latino.
Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua
luceat eis. Requiescant in pace.
L'amen conclusivo lo pronunciarono tutti mentre si tracciavano
il segno della croce.
Via Colico, periferia nord della citt.
Una strada al limite del quartiere popolare di Bovisa, attaccata
allo snodo ferroviario, a due passi dalla stazione.
Il cancello degli studi televisivi di Telelombardia aveva
inghiottito Barbara Lunardon e Kathleen O'Donnell intorno
alle 14,40.
Zanella con la volante di appoggio era rimasto l per due
ore e mezzo di noiosa attesa.
Non c'era fretta di denunciare quanto scoperto dietro
quel muro di gesso.
Quelle ossa riposavano l da decenni.
Cornelia da almeno trentatr anni.
Una macabra coincidenza temporale, gli anni di Cristo.
Il Redentore era emerso dal santo sepolcro con la luce di
Dio a illuminare la sua resurrezione.
Cornelia Larsen era emersa con la luce di una torcia insieme
all'altro scheletro, sulla cui identit Ardig preferiva
tacere per non turbare Morena e non complicare un'indagine
che entrava nella fase pi complessa.
Padre Dragomir aveva occultato l'ingresso della nicchia
accostando i due confessionali poco distanti.
Si intuiva lo stesso il vuoto dietro il legno, ma in quella
chiesa non passava nessuno tranne gli homeless che la utilizzavano
come dormitorio, per cui potevano stare tranquilli e
concentrarsi sul da farsi.
Erano rientrati in arcivescovado, nello studio ovattato di
padre Harald.
Riflettevano in silenzio, davanti ai soliti bicchieri di amaro
alle erbe dolomitiche.
Quei cadaveri - stava osservando il vecchio officiale -
riposano l da decenni. La scheletrizzazione completa del
corpo  un processo complesso e necessita dei suoi tempi.
Ritengo che le inumazioni di quelle sventurate siano avvenute
oltre trent'anni fa o addirittura in un tempo antecedente
per quanto riguarda lo scheletro in abiti da donna.
Ci conferma che i due corpi non sono stati sepolti contemporaneamente?
No, nel modo pi assoluto. Lo scheletro con i vestiti
femminili  nettamente precedente. Di almeno diversi anni,
una decina azzarderei. Forse parliamo persino degli anni
Settanta.
Un mondo perduto o quasi.
Padre Harald intuiva la complessit di quanto avevano
di fronte.
Due cadaveri risalenti a decenni ormai lontani da collegare
al video sul telefonino abbandonato davanti a quella
nicchia.
Emise un lungo respiro.
Il male era tornato a bussare alla loro porta. Un nemico
invisibile li stava attaccando raccontando con gli omicidi,
con il sangue, una storia lontana, che affondava le sue radici
in anni di cui si era persa la memoria, disseminando indizi
per potergli dare un nome e un cognome grazie alle sue prime
vittime.
Ardig gli raccont della scomparsa di Cornelia Larsen.
Padre Harald ascolt ogni sillaba, prima di tirare le conclusioni.
Pertanto lo scheletro con il giubbotto sarebbe quello
della ragazza danese scomparsa a fine anni Ottanta?
Non ho alcun dubbio.
Un silenzio pesante piomb nella stanza.
Padre Harald evit di girarci intorno.
Si fece ripassare l'iPad con la foto del murales rinvenuto
nei ruderi di Villa dei Larici.
Il disegno era una denuncia a colori.
I resti di Cornelia erano stati tumulati nella nicchia della
chiesa dei Martiri Oscuri con la complicit dei padroni di
casa.
I due religiosi erano don Urgnana e don Chevron.
La figura femminile era il transessuale, Luvanor.
E poi c'era un corpo che gi riposava l di cui tutti loro
sapevano. Perch erano stati sempre loro a murarla in quella
nicchia.
Un'altra anima tormentata che non aveva avuto nemmeno
il conforto di un funerale e di una tomba con il proprio
nome.
Era arrivato il momento pi difficile.
Indic l'uomo con la croce sul petto.
Quello  don Urgnana.
Ardig e Dragomir fissarono il vecchio officiale.
Negli anni Ottanta era lui il responsabile della chiesa
delle pietre nere. Ve ne ho gi parlato nei nostri precedenti
incontri.
L'esorcista borbott Ardig.
Don Luca Urgnana non era un religioso come gli altri.
Era dotato di un carattere, di un vigore fisico e di una
forza mentale che gli permetteva di travalicare ogni tipo di
paura razionale o irrazionale che fosse. Aveva servito sotto
le armi facendo il cappellano militare con gli Alpini in Russia,
dove aveva sofferto la fame e il freddo che gli avevano
forgiato il carattere e la fede. Per questo era un uomo a suo
modo straordinario, fuori dal comune, ed era stato scelto
per occuparsi degli esorcismi. Ha lottato contro il male fino
all'ultimo, anche quando era ammalato: se ne andato per un
brutto cancro, che lo aveva divorato dentro, senza scalfirne
la fede.
Eppure il vostro prete straordinario che moltiplicava
pani e pesci aveva acconsentito all'occultamento di due
cadaveri per proteggere un assassino sanguinario obiett
Ardig.
Padre Harald si vers un dito di amaro rivolgendogli uno
sguardo glaciale.
Don Urgnana era un uomo di saldi principi morali. Se
ha avallato un simile crimine avr avuto delle sue valide ragioni
borbott l'officiale perplesso.
E queste sue ragioni erano legate ai fatti di Villa dei Larici,
perch era lui il religioso inviato per affiancare il professor
Caserin e il suo staff.
Padre Harald annu.
 stato bravo ad arrivarci. Gliel'avevo detto no? Il Signore
la condurr lungo questa indagine illuminando il suo
cammino. Questa  una pagina oscura, che la nostra istituzione
aveva deciso di tenere riservata. Neppure io lo sapevo.
Del resto la chiesa  fatta di uomini che sbagliano. Lo sappiamo
che la strada che conduce all'inferno  lastricata di
buone intenzioni. Don Urgnana ha voluto cos coprire i suoi
errori, salvaguardando l'immagine di tutta la Chiesa che serviva
con il suo sacerdozio.
E lo ha fatto proteggendo un mostro?
L'officiale scosse la testa.
Cerca risposte che non posso darle. La verit ormai riposa
in cielo.
Ah, beh, certo come nel caso di Emanuela Orlandi, siete
bravi a custodire i vostri segreti lo provoc Ardig.
Padre Harald sbatt la mano sul tavolo con un'insospettabile
vigoria.
Ora basta, non le permetto, non da uno come lei. Non
accetto prediche dal vostro pulpito. Perch le vostre istituzioni,
quelle di cui lei  un servitore, da sempre nascondono
le verit scomode per l'opinione pubblica. Le verit sulle
stragi, sulle bombe, su Aldo Moro, su Dalla Chiesa, su Falcone
e Borsellino. Su forza, perch non va a domandare ai
suoi ministri, ai suoi prefetti, chi ha pigiato il detonatore in
piazza Fontana o alla stazione di Bologna? Voi avete i vostri
segreti e noi i nostri. E a volte si sono anche intrecciati, come
nel caso della Orlandi appunto.
Ardig alz le braccia, come a chiedere scusa.
E come nel caso del banchiere di Dio, Tommaso Solonio,
che avete fatto seppellire in un vostro cimitero per
religiosi ma nella terra dove avevano riposato le ossa di un'eretica.
Anche in questo caso la verit riposa in cielo.
Stavolta ad allargare le braccia fu padre Harald.
Direi che almeno su questo siamo tutti concordi.
D'accordo la verit riposa in cielo, ma il Viaggiatore o
Caino no. Quel mostro, chiunque egli sia,  qui fuori, in giro
per Milano. E continuer a uccidere.
Il vecchio officiale scosse il capo.
Vuole che lo fermiamo. Ci sta dicendo come trovarlo.
Ci ha fatto scoprire il segreto che celava Sant'Orsola insieme
alle colpe di padre Rogerio e del transessuale che li aveva
aiutati a edificare quella parete. Ora conosciamo i loro peccati,
il perch della loro punizione. Il perch della croce di
San Pietro. E Caino quel giorno era con loro, perch poi era
toccato a lui dipingere il martirio della santa.
Nel disegno restava ancora una figura, l'uomo in abiti
eleganti con i baffi.
 lui la chiave del mistero. Dobbiamo risalire a questo
personaggio tagli corto Ardig.
Sono passati pi di trent'anni. Potrebbe essere morto
anche lui obiett padre Harald.
Ma se fosse ancora in vita allora Caino lo sta cercando.
E probabilmente riuscir a precederci perch  in vantaggio.
Lo conosce protest il poliziotto incrociando un'occhiata
in tralice di padre Harald, che scosse la testa.
La corsa  ancora aperta. Caino non vuole distanziarci.
E le ha indicato una strada da seguire. Commissario, rifletta
senza cedere all'impulso. Il mostro ci ha portato alle spoglie
di quella giovane danese. La chiave per accedere al livello
superiore del suo disegno  quel delitto di cui ignoravamo
l'esistenza, perch il delitto della danese  legato a quello
della ragazza della Darsena. Chi conosceva quelle due ragazze,
come si chiamavano?
Cornelia e Luciana.
Ecco chi conosceva queste due anime sventurate conosceva
il mostro a cui sta dando la caccia. Riparta da loro
per dare un nome e un volto all'assassino. Riparta dal passato.
Le ombre della sera accompagnavano Ardig nel suo lavoro
solitario in ufficio.
Il commissariato di piazza San Sepolcro era quasi vuoto,
solo i due agenti al corpo di guardia. E Santoni, il funzionario
di turno, con un agente di supporto. Stavano lavorando
al computer.
Il vice stava terminando l'incartamento per il fascicolo
processuale dell'omicidio della vecchia Rosina alla cascina
di Sesto Ulteriano. Il PM lo pressava per avviare l'iter
procedimentale davanti al giudice per le indagini preliminari.
Nei corridoi aleggiava il silenzio.
Ardig era deluso.
La pista promettente di Kathleen O'Donnell si stava rivelando
un vicolo cieco.
La giornalista aveva trascorso la giovent a New York, lontana
anni luce dai Navigli e dalla Darsena. Avrebbero dovuto
mappare tutti i suoi spostamenti nelle date in cui il Viaggiatore
aveva colpito nell'ultimo decennio, ma sarebbe stato un lavoro
improbo che avrebbe necessitato di una serie di autorizzazioni
burocratiche internazionali da far venire il mal di testa.
Quella sera la O'Donnell era ospite di Lombardia Nera,
il salotto televisivo condotto da Marco Oliva, dove si sviscerava
la storia del Viaggiatore.
Ovviamente c'era anche Barbara Lunardon.
Appollaiate su due sgabelli le due donne discettavano
sull'omicidio di Christine Larsen e sulla scomparsa della sorella
Cornelia.
Ardig teneva la TV accesa a basso volume, intanto approfondiva
la stessa polverosa materia grigia.
Aveva deciso di ascoltare il consiglio del vecchio officiale.
Doveva ripartire dal passato, dove la storia criminale del
Viaggiatore si sovrapponeva con quella di Caino.
E il punto di partenza poteva essere proprio nel delitto
irrisolto della Darsena.
Il fascicolo investigativo era rimasto l per giorni, a prendere
aria sulla sua scrivania.
In questo caso pi che un col case era un jurassic case !
Il capo della Omicidi si era tuffato in un viaggio in quella
preistoria. Anche della sua vita.
Nell'estate del 1993 era un ragazzo irrequieto che attendeva
i vent'anni. Giocava a basket, studiava Giurisprudenza
svogliatamente e faticava a comprendere la direzione da intraprendere
nella vita. Non si immaginava con una famiglia,
con dei figli, con un lavoro routinario da avvocato.
Ma aveva vent'anni, ragionava allora, e quando sarebbe
cresciuto avrebbe ragionato diversamente e sarebbe cambiato
tutto.
Invece no. Non era cambiato nulla.
Era rimasto l, a quei blocchi di partenza da cui non era
mai scattato limitandosi a farsi trascinare dalla corrente degli
anni, scivolando nell'imbuto di un mestiere arrivato per
caso, di un incarico alla Omicidi che doveva essere temporaneo
e invece era diventato permanente, finendo per ritrovarselo
cucito addosso, come se non avesse mai vissuto prima e
non potesse vivere dopo. E senza.
Si ricordava che in mezzo ai referti era allegato anche il
verbale di un interrogatorio. L'unico conservato.
Lo and a cercare, un foglio dattiloscritto.
Lo stup il nome dell'audito.
Davide Parenti di cui erano riportate le generalit anagrafiche.
Le verific pur non avendo dubbi.
Era proprio lui.
Sapeva dove trovarlo.
Non doveva fare molta strada.
L'indomani gli avrebbe fatto visita.
Spense l'abat-jour stanco. Stremato.
Non aveva voglia di tornare a casa.
Si and a sistemare sul divanetto che fungeva da complemento dell'arredamento.
Si addorment cullato dal ronzio di Frog, che russava sulla sua coperta.
...
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10.
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Milano, gennaio 2020.
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Pochi milanesi sanno che il palazzo che ospita il Comune,
Palazzo Marino, prende il nome dalla famiglia che lo fece
edificare a met del 1500.
Tommaso Marino era un banchiere, figlio di un ambasciatore
dell'ultimo sovrano della storia milanese, Ludovico
il Moro, un uomo ricco e potente, che affid la realizzazione
della sua sontuosa magione all'architetto perugino Gaetano
Alessi.
Ardig si era svegliato presto. La schiena a pezzi, le ossa
anchilosate.
Si era lavato nel bagnetto dell'ufficio e cambiato la camicia.
Poi, era uscito per la colazione e la passeggiata con Frog.
Adesso attraversava il salotto buono della City, tagliando
da piazza del Duomo e dalla Galleria, per sbucare in piazza
della Scala. Il teatro a dominare un lato della piazza, il palazzo
comunale a fronteggiarlo sul lato opposto.
In mezzo la monumentale statua di Leonardo da Vinci,
a separare il tempio della musica dal palazzo del governo
cittadino.
Davide Parenti era un volto noto per i milanesi.
Per un breve periodo era stato vicesindaco di Milano,
nella precedente legislatura con la giunta arancione di Giuliano
Pisapia: in quella attuale era il presidente della commissione
consiliare Ambiente.
Un politico diverso dagli altri imbullonati alla cadrega
dei privilegi per la sua storia diversa da tutte le altre.
Si professava un anarchico di sinistra, era transitato nei
Radicali e nei Verdi, ma sempre da indipendente. Nelle ultime
legislature si era guadagnato uno scranno in consiglio
comunale con una sua lista civica dal nome suggestivo: Milano
respira.
Lista ambientalista, che si batteva per il blocco del traffico
in centro, per l'aumento del trasporto green, per l'implementazione
delle energie rinnovabili, per limitare la cementificazione.
Ma non solo.
Parenti era anche in prima fila in battaglie etiche, come
la legalizzazione dell'eutanasia e della cannabis terapeutica.
Uno spirito eternamente ribelle, da sempre legato a doppio
filo ai centri sociali e ai movimenti spontanei.
Aveva cavalcato anche l'onda di protesta dei no Expo e
negli ultimi mesi si stava battendo contro l'annunciata riqualificazione
degli scali ferroviari in vista delle Olimpiadi
invernali del 2026.
Quella mattina lo aspettava nel suo ufficio.
La segretaria lo annunci.
Si presentava come un cinquantacinquenne alto, allampanato,
magro al limite dell'anoressico, i capelli grigi volutamente
spettinati e incolti, una barba ascetica a contornargli
il viso. Ostentava un look informale, con giacca di fustagno
e dolce vita dmod.
Appariva imperturbabile.
Era uno che non si stupiva pi di nulla.
Nella sua vita ne aveva fatte e viste di tutti i colori e con
la Polizia aveva avuto a che fare tante volte.
Lo fece accomodare senza cerimonie.
Conosceva quello sbirro di cui parlavano le cronache nere
delle pagine milanesi.
Il Cacciatore di Assassini.
E supponeva cosa potesse volere da lui.
Ho visto ieri sera il talk show di Telelombardia. Avete
deciso di riaprire il caso di Luna?
Luna?
La chiamavamo cos.
Forse, dipende...
Mi dica allora. Come posso aiutarla?
Raccontandomi di Luna.
Parenti cerc il pacchetto del tabacco e le cartine.
Le arreca fastidio?
Ardig sorrise, sventolando una mano. Proprio a lui domandava
se il fumo lo infastidisse...
Cominci ad arrotolarsi una sigaretta muovendo le dita
armoniosamente, con gesti studiati mentre attaccava il
grammofono dei ricordi.
Aveva qualche anno meno di me. Non parlava di quello
che si era lasciata alle spalle. Quando l'ho conosciuta aveva
sedici anni pi o meno.
Di che anni parliamo?
Del 1985. Gli ultimi anni del Virus.
Il Virus quale? chiese stupito Ardig.
In quei giorni il virus era un altro: il coronavirus che infuriava
in Cina spaventando l'occidente impreparato a fronteggiare
un rischio pandemico che per sembrava ancora
molto lontano.
... ha ragione, ne sono passati troppi di anni per ricordarlo.
Il Virus era il centro sociale punk, il primo e unico in
Italia.
La parola punk rimbalz nella stanza.
I punk.  vero. Il capo della Omicidi li aveva solo sfiorati
e li rammentava vagamente.
Quelli con le creste colorate, le borchie, i vestiti di pelle
imbrattati di vernice, gli anfibi anche a luglio.
Lo stesso abbigliamento dello scheletro di Cornelia Larsen.
Nei suoi ricordi adolescenziali, di fine anni Ottanta, li
collocava nella zona di porta Ticinese e della Darsena, la zona
delle case occupate, dei mercatini delle pulci, dei negozi
di dischi. Si erano estinti nei primissimi anni Novanta.
Erano l'altra faccia, quella sporca, degli yuppies della Milano
da bere, dei paninari, dei fighetti sanbabilini.
Estinti gli yuppies, erano scomparsi anche loro, tutti
spazzati via dal rinnovamento portato da Mani Pulite e dalla
seconda Repubblica.
Non che sapesse molto di loro. Solo che erano un movimento
anarchico nichilista senza bandiera, pi di destra che di
sinistra, di emanazione britannica. Avevano attecchito soprattutto
nel Nord Europa, nei Paesi anglosassoni e in Germania.
A Berlino Ovest in particolare e in alcune metropoli europee.
Come Milano.
Li aveva letteralmente rimossi e la sua memoria non gli
era venuta in soccorso nemmeno quando si era trovato di
fronte al murales nei ruderi di villa dei Larici.
Improvvisamente intuiva chi fosse lo scheletrino con i capelli
viola e verdi. Un punk.
Il Viaggiatore era stato uno di loro, come l'esemplare invecchiato
e imborghesito che aveva di fronte.
Lei dunque era un punk?
Pensavo lo sapesse.
Da un cassetto della scrivania estrasse un libro.
Piccolo, un centinaio di pagine, la copertina bianca con
una foto in chiaro scuro che ritraeva un gruppetto di ragazzi
seduti su una scalinata davanti a una chiesa. Chiodi, creste,
facce smunte.
Pareva la copertina di un album dei Cure.
Era stato pubblicato da una casa editrice alternativa che
non aveva mai sentito.
Lo sorprese il titolo: Noi che ci tagliavamo.
Lo sorprese meno che l'autore fosse il politico che aveva
di fronte.
Perch vi tagliavate?
Era un nostro modo originale di protestare. Ci aprivamo
gli avambracci con i taglierini. Lo sa che un giorno
abbiamo invaso questo palazzo e lo abbiamo occupato per
ore minacciando di farci a pezzi da soli? ricord, roteando
l'indice intorno al soffitto.
Sfogli la parte centrale con la galleria fotografica.
Eccoli i punk, in bianco e nero.
Riconobbe piazza San Giorgio, piazza Sant'Alessandro e
via Torino. Ma anche le colonne di San Lorenzo e il parco di
piazza Vetra. E le alzaie dei Navigli.
Era quella la nostra Milano, sconfinare significava fare a
mazzate con gli altri ragazzi. I metallari, i dark, gli skinhead.
Gi andare oltre piazza Diaz equivaleva a entrare in territorio
nemico.
Nel libro veniva raccontato il Virus. Stava in via Correggio,
dalle parti dell'odierna CityLife, in un edificio industriale
occupato illegalmente.
Non  durato molto, pochi anni, poi ci hanno fatto
sgomberare per una speculazione edilizia e ci siamo dispersi,
chi al Leoncavallo, chi al Conchetta, chi al Vittoria, chi in
case occupate.
Il Conchetta. La zona dei vicoletti dei Navigli. A due passi
da via Gola.
Un'altra coincidenza.
E Luciana, pardon Luna, frequentava il Virus?
Esattamente. E poi il Conchetta.
Mi stava accennando al fatto che non parlava del suo
passato.
Esattamente, so che aveva perso il padre e poi che la
madre si era rifatta una famiglia con un altro uomo, con dei
bimbi piccoli, dei fratellastri che detestava. Cos lei aveva
mollato tutto, la casa, la scuola.
E come viveva?
Come tanti altri ragazzi all'epoca. Dormiva nelle case
occupate, si arrangiava con l'elemosina, con piccoli lavoretti.
Mettiamola cos: allora nessuno di noi aveva la pancetta
che obbligava ad allargare i bottoni nella cintura...
Commetteva anche attivit illegali?
Mi sta chiedendo se si prostituisse?
Per esempio.
Pu darsi, erano affari suoi.
Era una sua amica.
Lo era, ma io avevo tanti amici e amiche in quegli anni.
A met anni Ottanta avevamo occupato una palazzina abbandonata
in viale Gorizia, davanti alla Darsena. Era una
casa aperta a tutti, senza regole. Ci stavamo in una cinquantina,
magari anche di pi. Lei ci dormiva, ci passava le giornate
insieme alla sua amica.
Quale amica?
295
Cora. Mi pare fosse il diminutivo di Corinna. Era una
straniera, del nord... tedesca credo...
Ardig incass mentalmente l'assegno investigativo di
quanto aveva gi scoperto. Una semplice conferma che valeva
tanto.
Cora era Cornelia. La sorella di Christine.
Un altro squarcio si apriva nel buio in cui stava brancolando.
Il Viaggiatore aveva ammazzato prima Cornelia, seppellendola
nella cripta della chiesa dei Martiri Oscuri, potendo
contare sugli appoggi dei sacerdoti, e qualche anno dopo
anche Luciana lasciando il corpo in bella vista sulla Darsena,
rinunciando a farla sparire come l'amica.
Il perch poteva immaginarlo: forse don Urgnana non
poteva pi coprirlo, forse era invecchiato e si era gi ammalato,
oppure non aveva pi i protettori di qualche anno
prima.
Intanto Parenti proseguiva.
Erano arrivate insieme da qualche citt europea, mi pare
si fossero conosciute a Berlino Ovest. Parlava un italiano
infarcito di vocaboli di altre lingue. Per da un momento
all'altro  sparita, cos, zac! Dall'oggi al domani non c'era
pi. Aveva pure lasciato lo zaino con le sue cose.
E non vi eravate allarmati?
Ma no, in quel periodo erano tanti i ragazzi che arrivavano
e andavano via improvvisamente. Qualcuno tornava in
famiglia, per riprendere una vita borghese.
Come quella che fa lei oggi gli rinfacci Ardig, indicandogli
la canonica foto di famiglia al mare: lui, una lei, due
pargoli e una spiaggia.
Il consigliere comunale allarg le braccia.
Ogni cosa ha il suo tempo. Succede a ogni generazione:
si nasce incendiari e si muore pompieri. Ma non ho mai
rinnegato nulla, anzi. Quelli erano gli anni della nostra protesta
contro il sistema. Girava tanta droga, c'era la voglia di
annichilirsi, di autodistruggersi, di farsi male. Era il nostro
modo di ribellarci a un sistema marcio e fallito. Erano gli
anni Ottanta, quelli del disimpegno. Ormai gli anni Settanta
erano finiti, era finita la protesta di piazza, la protesta
organizzata politicamente si era conclusa con il terrorismo e la
repressione. E noi eravamo la generazione successiva, senza
bandiere da imbracciare.
Che rapporti aveva con Luna?
Buoni, insomma, amici che...
Avevate una storia?
Una storia no, non proprio. Abbiamo avuto intimit,
comunque in quel periodo era normale. In una casa comune,
in quella promiscuit.
Uhm... mi sembra che voglia mettere una distanza tra
lei e Luna.
No, no, non mi fraintenda. Luna  stata una delle meteore
transitata troppo rapidamente nel mio cielo per lasciare
un segno. E non  stata l'unica.
Che significa?
Che a Milano  rimasta poco, poi ha avuto problemi, 
finita nel giro della droga e a quel punto si  persa.
Torniamo a Cora, per favore.
Come le dicevo se ne  andata dalla sera alla mattina.
Scomparsa nel nulla. Volatilizzata.
In che anni? Nel 1987?
Non so, s, pu essere.
E Luna?
Per lei  stato un trauma, anche quello l'ha spinta verso
l'eroina, poi  stato un tunnel senza fine:  andata in giro
per l'Europa,  finita in ospedale, quindi nelle comunit di
recupero.
E sotto quel ponte della Darsena come ci  arrivata?
Non lo so bene, erano passati diversi anni. Il movimento
punk era gi al crepuscolo da un po'. Siamo crollati anche
noi con il muro di Berlino, forse banalmente siamo solo invecchiati.
Cos dei punk restava solo la scia di pochi irriducibili,
molti erano sbandati, come lei. Mi ricordo che un
giorno  come ricomparsa dal nulla. Veniva al Conchetta per
avere qualche spicciolo. Non si bucava pi ma ormai si era
persa e aveva mille malanni per via dei danni causati dall'eroina
che bruciava le vene, i nervi, i muscoli. A venticinque
anni i tossici da spade erano tutti carcasse di settantenni.
Ardig annu. Del resto, le foto del corpo erano penose:
Luciana era una larva umana e la sua scheda necroscopica
segnalava che era sieropositiva.
Forse sarebbe durata poco anche senza incrociare le forbici
del Viaggiatore.
Escluso che campasse prostituendosi.
E infatti Parenti intu il suo ragionamento.
Tirava avanti con l'elemosina. Stava nella casa occupata,
si accampava con i senza tetto, era ridotta malissimo.
Dal verbale risulta, per sua ammissione, che lei l'avesse
incontrata pi volte.
Ho cercato di aiutarla. Spiccioli, qualche vestito, roba
cos. Le avevo rimediato un lavoretto da uno che vendeva
vestiti usati, aveva un banco alla fiera di Senigallia, girava i
mercatini. Quelli che oggi si direbbero vintage... Per lei lo
aveva mollato di punto in bianco.
Perch?
Non so, robe loro. Non mi ricordo neppure chi fosse
questo tizio. Comunque, qualche giorno dopo l'hanno
trovata morta e allora con i ragazzi del centro sociale ci
siamo fatti carico della cremazione e di trasportare le ceneri
a Berlino, le abbiamo inviate a dei ragazzi punk lass,
perch diceva che voleva vivere l. E davvero non so che
altro dirle.
Ardig soppes le parole. Poi si decise.
Ha letto sui giornali del serial killer che taglia i capelli
alle donne?
L'assassino delle forbici, certo, ho collegato subito questi
delitti a quello di Luna.
E cosa ne pensa?
Non so,  vero che Luna aveva viaggiato in Europa,
boh... forse  un collegamento. So che era stata in posti come
i nostri, case occupate, centri sociali. Era a Berlino quando
 crollato il muro. Pi di cos non so davvero cosa dirle.
Ho bisogno di ascoltare tutti i punk che potevano conoscerla,
tutti quelli che riesce a recuperarmi. Non li avr persi
tutti di vista, spero...
L'uomo mosse la mano, ondeggiandola.
Qualcuno saprei dove pescarlo.
Benissimo, conto su di lei. Si attacchi immediatamente
al telefono e faccia in fretta, non abbiamo un minuto da perdere.
Aspetto sue notizie nel giro di qualche ora.
Quella mattina il New Herald Tribune dedicava un
ampio servizio all'indagine sul killer delle forbici.
Un'apertura di pagina interna, siglata dall'inviata a Milano
Kathleen O'Donnell che sparava a pallettoni con un
titolo da brividi.
The scissors killer is hiding in Milan.
Senza punto interrogativo. Non era una domanda, ma
una tesi.
Il Viaggiatore era nascosto a Milano.
Una ricostruzione sviscerata in tre colonne di reportage
in cui la cronista londinese raccontava dell'omicidio di Christine
Larsen, la donna danese venuta a Milano per cercare
tracce della sorella scomparsa nel 1987.
Un'alternativa, una punk, una ragazza che viveva in strada,
come l'amica Luciana Tagliabue, trucidata nel 1993 a
Milano, con il tipico modus operandi del serial killer itinerante.
Una grandinata di colpi alla schiena, il taglio dei capelli.
Per la cronista non sussistevano dubbi: era lui, il mostro
delle forbici.
It stayed in the city. Because its murderous methodology
predicts that some months will pass between the last murder
and the next. La O'Donnell calcava la mano utilizzando
quell'it al posto del he, per rimarcarne la natura bestiale.
Non un essere umano, bens un mostro.
Specificando che il mostro era dormiente, in attesa di
uscire dal suo antro malefico e tornare a colpire.
It's in town, looking for the next victim to kill concludeva
sicura, avvertendo la citt di prepararsi: presto un'altra
donna sarebbe stata massacrata a forbiciate.
Un agente era stato inviato all'edicola di piazza Cordusio
ad acquistare una copia dell'Herald Tribune.
Il Questore aveva ricevuto l'articolo via mail dall'ufficio
stampa della Polizia di Stato poco prima della telefonata del
capo della Polizia che, a sua volta, qualche minuto prima,
era stato allertato dal sottosegretario del ministero degli Interni.
Il Viaggiatore rischiava improvvisamente di entrare nelle
case dei milanesi dalla porta principale scatenando il panico
collettivo. Nel frattempo, stava scatenando quello istituzionale
e per questo il Questore aveva convocato istantaneamente
Ardig per una mezza ramanzina, terminata in supplica.
Faccia tutto quello che serve, chieda uomini, rinforzi,
ma lo prenda. Se quel matto uccide di nuovo io salto in aria
ma un minuto dopo salta anche lei. E chiaro?
Non era cos terrorizzato per la sua poltrona.
Prima o poi qualcuno lo avrebbe fatto saltare in ogni caso.
Promuovendolo o rimuovendolo, ma non ci stava a perdere:
prendere il Viaggiatore o Caino era la sua sfida, la sua
caccia all'ultimo respiro.
Delle beghe istituzionali se ne fotteva.
Le ore passavano lente.
Parenti stava riallacciando i suoi vecchi contatti.
Nell'attesa Ardig ingannava il tempo rileggendosi i fascicoli
sui delitti del Viaggiatore cercando di mettere a fuoco
un dettaglio che lo tormentava.
C'era qualcosa che non lo convinceva e per questo aveva
deciso di ficcare il naso in quegli incartamenti freddi forniti
dalla Lunardon.
Raccontavano di donne, citt e culture lontane per uno
come lui, che si muoveva poco e interagiva ancora meno con
il mondo intorno a lui.
Scorreva nomi e cognomi, volti e date di nascita.
Barbara aveva ragione.
Il Viaggiatore non aveva mai ucciso una mamma. Non
voleva lasciare orfani.
Di pi, scorrendo le schede delle vittime, risaltava il fatto
che nessuna di loro era sposata.
Tutte single anche nel momento del delitto.
Nei verbali forniti dalle polizie locali alla Lunardon c'erano
testimonianze di parenti, di amici, ma nessuno veniva
classificato come compagno o convivente della vittima.
Christine Larsen invece era separata. Si era sposata due
volte in Danimarca.
Con lei il Viaggiatore aveva fatto un'eccezione: non era
una vittima scelta a caso.
Non era una donna straniera incrociata in una metropoli
internazionale ed eletta ad agnello sacrificale.
Lui era venuto a Milano proprio per lei, per ucciderla.
Anzi, era tornato ventisei anni dopo Luciana, trentatr
anni dopo Cornelia, per l'unica ragione possibile: perch
non arrivasse alla verit su sua sorella, perch non scoprisse
qualcosa che avrebbe messo in pericolo la sua invisibilit.
L'aveva seguita attraverso i suoi post su Facebook e l'aveva
raggiunta senza difficolt.
Ma poi la sua doppia personalit lo aveva sopraffatto.
Forse il ritrovarsi a Milano aveva scoperchiato il vaso di
Pandora dei suoi tormenti pi inquietanti. Cos Caino era
riemerso dal suo subconscio, prevalendo sul Viaggiatore.
Iniziando un gioco pericoloso, quasi perverso.
Caino che uccideva i protettori del Viaggiatore, Caino
che raccontava il suo passato, i suoi crimini, per portarli al
Viaggiatore.
Caino stava tradendo il Viaggiatore, in un furioso braccio
di ferro tra la mano destra e la mano sinistra dello stesso
assassino.
Il telefono era squillato intorno alle quattordici.
L'appuntamento con Davide Parenti era nel caff storico
di piazza San Giorgio.
Il politico lo attendeva ai tavolini esterni imbacuccato in
una giacca a vento, intento ad arrotolarsi una sigaretta.
Lo salut con un cenno del capo indicandogli il negozio
di fronte.
E iniziato tutto da l. Era il 1978. Era l'anno in cui l'Italia
era dilaniata dalla guerra dichiarata dalle Brigate Rosse. Il
terrorismo, le bombe, le stragi di Stato, il rapimento Moro.
A noi di tutto questo non fregava un beato cazzo. Io avevo
sedici anni, ripudiavo la lotta armata e anche quella di classe,
non vedevo un futuro, non credevo in un futuro. Qui ci
venivo per caso. L in quel negozio vendevano dischi che
non trovavi da nessun'altra parte. Molti erano bootleg, sa
cos'erano?
Ardig scosse la testa.
Registrazioni di performance live, di concerti. Venivano
fatte con i mangianastri da chi stava vicino al palco o alle
casse, qualit audio pessima, ma bastavano per farti viaggiare
con la testa in altri pianeti. Tutta roba che arrivava da
Londra, come il vento del movimento punk. L soffiava gi
da un paio di anni. I Sex Pistol, i Clash, che mondo! Soli
contro tutto e tutti, senza un domani.
Ardig si accese a sua volta una sigaretta lasciando sfogare
il flusso dei ricordi.
Abbiamo iniziato in un piccolo centro sociale sfigatissimo,
proprio qui dietro, in via Santa Marta. Poi nel 1982
abbiamo occupato l'edificio di via Correggio ed  nato il
Virus, che anni, che roba...
Cosa deve dirmi?
Ho rintracciato una dozzina di vecchi amici. Stanno arrivando
qui.
Al bar?
Non sapevo dove portarli.
Nel nostro commissariato proprio qui dietro, in piazza
San Sepolcro. Vi aspetto l.
Si nasce incendiari, si muore pompieri.
Parenti glielo aveva detto nel loro precedente incontro in
mattinata a palazzo Marino e aveva ragione.
Perch il percorso nel mezzo, quello di mezza vita, dei
cinquanta inoltrati,  decisamente da pompiere.
I punk di una volta esistevano solo in quelle rare foto
ingrigite dal tempo che qualcuno di loro aveva nascosto in
fondo ai cassetti e conservato tra un naufragio esistenziale e
l'altro. Traslochi, case, matrimoni, divorzi, figli, trasferimenti,
citt, uffici, carriere, malattie.
In breve, la vita che li aveva imborghesiti tutti.
Qualcuno si era presentato in giacca e cravatta, altri in
abiti volutamente formali, ma sotto il maglione con le toppe
o i jeans scoloriti si vedeva la biancheria di marca innaffiata
da profumi griffati dagli stilisti.
I punk dei Navigli ora risiedevano in centro anche se alcuni
di loro erano ancora sulla barricata dell'eterna protesta
contro il sistema con ruoli da organizzatori.
Stavano dietro le quinte guidando i nuovi ribelli, racchiusi
nelle sigle no qualcosa.
Santoni e Pinton avevano diviso gli agenti in due squadre
per mettere a verbale i ricordi degli ex ragazzi del Virus, i
superstiti, quelli che la droga non aveva spento, quelli che
non si erano trasferiti in un altro emisfero.
Tra questi uno storico agitatore della movida sociale e
politica milanese.
Roberto Romboli, da sempre Rorro.
Un altro, come Parenti, che non aveva mai voluto farsi
ingabbiare mettendosi in tasca una tessera di partito, preferendo
restare libero di svolazzare sulle ali della protesta
passando dal rosso al verde all'arancione.
Ardig lo conosceva per via delle sue battaglie politiche
talebane e tutto sommato lo ammirava per la sua passione
e per la sua onest intellettuale.
Uno di quelli per cui la politica non era uno stipendificio,
un poltronificio, un privilegificio. Campava del suo lavoro
da insegnante in scuola pubblica, si era sempre finanziato da
solo le sue iniziative o campagne e con la pubblica autorit
aveva avuto a che fare solo per questioni legate a manifestazioni
o occupazioni, mai per corruzioni o tangenti.
Rorro aveva appena valicato i sessanta e il suo fisico appesantito
lo dimostrava. I capelli diradati, il doppio mento.
L'aria vispa, da ragazzino, incastrata in un corpo invecchiato
secondo il giusto ciclo vitale. Senza botox o altro a
mascherare gli anni trascorsi in piazza con il megafono in
mano, alla testa dei cortei.
Per anni era stato uno dei leader del Vittoria, il centro
sociale dell'isola, spazzato via per fare posto al lusso della
nuova Manhattan milanese simboleggiata dal gioiello architettonico
del Bosco verticale.
La nuova Milano a diecimila euro a metro quadrato, per
soli ricchi, che aveva preso a calci nel sedere i suoi indiani,
gli indigeni che l'avevano abitata e vissuta per generazioni
nelle case di ringhiera con le corti fatiscenti sbattendoli
altrove, in periferie sempre pi lontane dalle luci del centro e
dall'esclusivit di chi poteva abitare in quel quartiere upper
class, anche senza viverlo.
Romboli, stando ai documenti, risiedeva in via Rubattino
e insegnava nella scuola media del quartiere. A differenza di
Parenti lui non si era minimamente imborghesito.
Giubbotto preso al mercatino, Clarks di teorico color
sabbia diventata un marrone grigiastro, pantaloni di fustagno
che facevano tanto anni Settanta, un cellulare di inizio
millennio, un dinosauro dell'era geologica pre-smartphone.
A precederlo la sua diffidenza atavica per gli sbirri fascisti.
Eppure, era stato lui a chiedere udienza dopo aver
conferito con Santoni che lo aveva accompagnato.
Ardig lo fece accomodare senza tante cerimonie.
Sentiamo cosa ha da dirmi.
Non voglio assumermi responsabilit, questo deve essere
chiaro. Sono passati troppi anni per cui...
Non mettiamo nulla a verbale. Resta tutto tra di noi.
Mi ricordo bene sia di Cora sia di Luna. Due bei petali
di rosa, se mi passa il termine.
Glielo passo.
Non passavano inosservate, poi, come dire...
Gesticol con la mano, dandole aria.
Erano due facili?
No, non mi permetto di definirle cos. Eravamo tutti
facili allora, non so se mi intende. Per erano diverse. Ribelli
come tutte, svincolate dalle convenzioni. Andavano anche
con i maschi per stavano insieme.
Erano omosessuali?
S. Cora lo era sicuramente, l'altra meno.
Vada avanti.
Ecco, ai tempi della casa occupata in viale Gorizia, dove
c'erano tutti ragazzi del Conchetta, gli ex Virus insomma,
beh, c'era uno strano che le bazzicava. O meglio bazzicava
Cora.
Chi era?
No, il nome non lo ricordo. Molti lo chiamavano il
Crucco o con altri nomi del cazzo tipo Muller o Rummenigge
perch erano calciatori tedeschi.
E lui era tedesco?
Non mi ricordo, sicuramente parlava tedesco, ma anche
italiano. Poi c'era qualcosa, forse aveva un cognome di
quelli tipo Wagner per capirci o forse quei nomi strani, tipo
Klaus. Una roba cos. E un po' sembrava straniero, alto, robusto,
occhi chiari.
Lo ricorda bene...
Abbastanza, compatibilmente al fatto che parliamo di
trentacinque anni fa o gi di l.
E cos'altro ricorda di lui?
Che era diverso dagli altri. Intanto era come si travestisse
da punk, ma senza crederci. Insomma, mi puzzava e pure
tanto.
Che intende dire?
Non aveva orecchini, capelli colorati, la cresta, alla fine
era solo uno che si metteva gli anfibi e il chiodo, come se fossero
una chiave per entrare nel nostro mondo. Per quello mi
puzzava. Non so se mi capisce.
La capisco.
Era un tipo strano, che parlava pochissimo. Poi non viveva
nelle comuni o nei centri sociali, era uno che la sera
andava a dormire a casa della famiglia. Erano parecchi come
lui, facevano i ragazzi di strada, di protesta, ma con il culo
al caldo.
Perch mi sta parlando di lui?
Perch era ossessionato da Cora.
Era infatuato?
Di pi, era, so che la paragonava a sua sorella. Era uno
strano, sulle sue. Sembrava venisse solo per Cora.
E quando lei  sparita?
Sparito pure lui, tanto che qualcuno pensava fossero
andati via insieme. Per a me non quadrava quella storia.
Come mai?
Intanto Cora non sembrava volesse andarsene e con Luna
era veramente unita. Stavano bene insieme. Poi aveva un
cagnetto, un bastardino che si era portata dalla Germania in
giro per mezza Europa. Le pare che lo lasciava a noi? Poi il
cane lo ha preso Luna e lo ha tenuto lei.
No, non quadrava allora. Ma quadrava oggi.
Dobbiamo risalire a questo crucco.
Non saprei come aiutarvi.
Qualunque cosa si ricordi.
Nada. Tabula rasa. Forse l'unica cosa che posso dirvi 
che una volta, quando  finito nei guai con un altro per una
rissa con dei metallari, gi alla fiera in Darsena, ecco era finito
in Questura e da l aveva chiamato l'avvocato Porfiria che
si era precipitato in piena notte. Cio uno come il Porfiria
che aveva lo studio in largo Augusto che accorreva per un cavolo
di punk senza una lira in tasca, voglio dire: strano no?
Quel nome lo stup pi di quanto avrebbe immaginato
perch di quel principe del foro aveva un ricordo nitido per
un solo particolare: i baffi folti, ottocenteschi, a ricciolo.
Anche Lorenzo Porfiria era stato un personaggio conosciuto
nel piccolo mondo antico della Milano di una volta.
La Milano degli anni di piombo, la successiva Milano da
bere.
Era stato un avvocato e un politico, un democristiano
della corrente andreottiana.
Sarebbe dovuto andare in Parlamento se il ciclone di
Tangentopoli non avesse spazzato via la DC.
Per anni era stato consigliere comunale a Milano, all'opposizione
delle giunte socialiste, poi, negli anni Novanta si
era staccato dalla politica per godersi la vecchiaia in santa
pace. Anagraficamente se la giocava con padre Harald, anche
lui sui novanta ormai.
Da anni non lo sentiva nominare, non sapeva neppure se
fosse ancora vivo.
L'agente Scalise stava smanettando al PC, per estrapolare
informazioni ufficiali e ufficiose. La rete, come sempre, era
di aiuto.
L'avvocato Porfiria era stato uno dei legali di Michele
Sindona negli anni in cui il suo impero finanziario si sgretolava.
Di pi, era stato uno dei legali che si era scontrato a
suon di ricorsi e carte bollate con l'allora commissario della
Banca Privata Italiana, l'avvocato Giorgio Ambrosoli poi
ucciso nel 1979 da un killer americano inviato dai mafiosi
newyorkesi su richiesta proprio di Sindona.
Il suo nome compariva nel solito elenco degli affiliati alla
loggia massonica P2 di Licio Gelli.
Il solito giro di poteri oscuri e intoccabili, lo stesso del
banchiere di Dio, Tommaso Solonio. Non era una coincidenza.
Ancora una volta i delitti di Caino e del Viaggiatore lo
riportavano sulla strada del misterioso banchiere di Ascona.
Non aveva dubbi: l'uomo elegante con i baffi disegnato
nei murales da Caino era proprio lui.
Il New Herald Tribune non  una delle testate straniere
seguite dalla stampa italiana, se non per il dorso economico.
Difficilmente i suoi articoli venivano evidenziati nella
rassegna mattutina delle agenzie di stampa italiana.
E infatti solo un quotidiano, il Giorno, lo riprendeva
gi a met mattina sulla sua edizione online.
Federico Malerba era stato avvisato via WhatsApp dalla
Lunardon con una foto del quotidiano internazionale per gli
americani che vivono in Europa.
Nel giro di un'ora aveva sparato a sua volta a pallettoni
con un titolo boomerang.
Lo spettro del Viaggiatore, l'incubo del serial killer aleggia
su Milano
L'avvocato Porfiria, da quando si era ritirato dalla vita pubblica,
spendeva i suoi anni dividendosi tra una villetta in una
sperduta localit montana nelle Alpi Graie, dove si spostava
nella bella stagione, e un quadrilocale ai piani alti in piazza
Luigi di Savoia, affacciato sul lato orientale della Stazione
Centrale.
Stando all'anagrafe era vedovo da mezzo secolo.
Porfiria era un uomo solo e solitario che alla soglia dei
novantun anni, stando ai primi report ottenuti con qualche
telefonata, conservava una discreta salute oltre a un'invidiabile
lucidit mentale.
Al telefono fisso non rispondeva.
Cos Ardig si rassegn ad andare a disturbarlo di persona
parcheggiando la Giulietta sotto i bastioni della Centrale.
Non poteva non riflettere sull'adagio popolare per cui il
mondo  piccolo. Soprattutto il suo.
Questa maledetta indagine ruotava tutta intorno a quel
reticolo di strade sparpagliate intorno alla stazione e ai suoi
snodi ferroviari.
Coincidenze, eppure alle coincidenze aveva smesso di
credere da troppo tempo.
Porfiria non rispondeva al citofono.
Un portiere vecchia maniera, un sessantenne, venne a interpellarlo
uscendo dalla guardiola.
Chi cerca?
Gli brand il tesserino d'ordinanza, giusto per mettere le
carte in tavola.
L'avvocato Porfiria.
L'uomo si sorprese.
Non  qui,  qualche settimana che non lo vedo. Sar in
montagna.
Ne  sicuro?
Scherza? Lo avrei incontrato no? Sono settimane che
non passa in guardiola a ritirare la posta e non si fa portare la
spesa dai negozi. No, no,  via. Le dico di pi: la sua badante
 rientrata in Ucraina per Natale e non ha fatto ritorno per
cui non  possibile che l'avvocato sia a casa.
Non  autosufficiente?
Lo  nel senso che cammina, si muove con il bastone, va
a passeggio quando fa bel tempo. Ma per i mestieri in casa e
tutto il resto no, non lo . Infatti, da alcuni anni si alternano
due signore ucraine, sono due sorelle, fanno qui un trimestre
a testa. Quando invece va in montagna c' una signora
del posto che lo aiuta.
In montagna dove?
Nella Val di Lanzo, il paese non lo ricordo. Per di solito
va in estate perch in inverno con la neve  quasi irraggiungibile,
infatti pensavo fosse andato al mare, magari in
Liguria.
Un brivido freddo si avvinghi intorno al capo della
Omicidi, un serpente gelido che risaliva la sua spina dorsale.
Conosceva fin troppo bene quella sensazione nefanda, il
suo bastardo sesto senso che lo avvertiva che qualcosa non
andava, che il peggio stava per arrivare.
Come si chiama?
Carlo Corbetta.
Bene signor Corbetta, devo verificare che non sia in casa.
Gliel'ho gi detto, per guardi...
Il portiere era uno sveglio.
Fece due passi scendendo dal marciapiede per avere una
maggiore visione della facciata condominiale. Indic verso
l'alto.
In effetti  vero, le serrande sono sollevate. Strano...
Ha un doppione delle chiavi?
Beh, certo che le ho, ma io non posso entrare senza...
Mi assumo io ogni responsabilit. Andiamo su.
Sei piani di ascensore in silenzio.
Una porta blindata con la targa dorata: Avv. Lorenzo
Porfiria.
Si attaccarono al campanello per puro scrupolo per un
paio di minuti, poi il custode inizi ad armeggiare con le
chiavi. Disponeva di una copia della blindatura e della serratura
tradizionale.
Un minuto interminabile, poi finalmente riusc ad aprirla.
La Beretta rimase nella fondina, non serviva estrarla per
un'entrata cinematografica anche se, all'ultimo istante, Ardig
fu colto da un dubbio per cui fren il Corbetta che
stava per precederlo.
Aspetti un momento.
Spalanc la porta aprendo la vista sul salotto illuminato
dalla vetrata.
Una corrente fredda lo invest. Arrivava da dentro, dove
la temperatura era simile a quella esterna.
Il capo della Omicidi attese prima di entrare.
Vide il portaombrelli alla sua destra. Afferr un ombrello
dal manico.
Il custode lo fissava come fosse un matto.
Decise di entrare da solo, tenendosi lontano da fessure o
armadi con fondo basso.
Voleva avere la massima visuale mentre avanzava lentamente
in corridoio.
Intanto batteva il pavimento con la punta dell'ombrello
per generare delle vibrazioni.
Le vipere non hanno orecchie, non sentono le voci, ma
avvertono le vibrazioni del terreno. Fare rumore di passi,
 un modo per avvisarle della propria presenza e indurle a
nascondersi in qualche anfratto.
Stava percorrendo un corridoio di quelli di una volta, un
rettilineo lungo, con le porte delle stanze che si aprivano
sui lati, come fossero lische di pesce. Alle pareti quadri e
stampe.
Gli sembrava di rivivere la celebre scena del corridoio
di Profondo Rosso. C'era pure uno specchio che per non
rifletteva la faccia di Caino.
Eppure, non aveva dubbi: lo aveva preceduto, stava camminando
sui suoi passi.
Il padrone di casa lo aspettava nello studio.
La porta spalancata come la finestra alle sue spalle.
Accasciato sulla poltrona, gli occhi sbarrati, un rivolo
bianco colato dalla bocca macchiava i mustacchi color polvere.
Avvelenato.
La pelle aveva gi assunto la colorazione violacea tipica
di un avviato processo di decomposizione, anche se la
temperatura rigida stava rallentando il decorso biologico. I
caloriferi erano spenti.
Quel cadavere giaceva l da settimane.
Caino aveva preso tutte le precauzioni per farlo conservare,
trasformando quell'appartamento in un frigorifero con
le finestre aperte per disperdere il cattivo odore della putrescenza.
Non c'era altro da vedere.
Torn indietro correndo e facendo rumore.
Usc dalla porta e rientr trafelato sul pianerottolo.
Il portiere lo fissava con uno sguardo allucinato.
Era comprensibile. Non poteva sapere.
Non entri signor Corbetta, ci potrebbero essere dei rettili
velenosi.
L'altro lo guard come fosse un matto, senza replicare.
Si attacc al telefono. Prima di far accedere il circo Barnum,
serviva una squadra speciale, di altro genere.
Nel frattempo, cominci a tartassare il custode che
confermava quanto gi detto. Dalla settimana precedente alle
feste natalizie non incrociava l'avvocato Porfiria.
Quindi il delitto doveva essere avvenuto in quei giorni,
nella seconda o terza settimana di dicembre.
Adesso che ci penso, mi ero stupito che se ne fosse andato
via senza nemmeno salutare, sa di solito lasciava una
mancia, per l per l non ci avevo fatto caso.
L'appartamento non era stato forzato.
La porta blindata era stata aperta dall'interno, oppure da
qualcuno che aveva le chiavi per entrare.
Le guardie zoofile inviate dalla ASL avevano impiegato
un'ora a bonificare l'appartamento.
Falso allarme. Le vipere stavolta non c'erano.
Caino poteva permettersi anche quello, di suggestionarli,
di giocare con le loro paure.
Sulla scrivania li aspettava un bicchiere sporco di un liquido
schiumoso che si era solidificato creando un alone bavoso.
Eccola l'arma del delitto.
Il solito cocktail letale di veleni.
Era stato appoggiato davanti a una vecchia foto dai colori sbiaditi.
Ricordava i tempi migliori. E lontani.
Due avvocati in toga sorridevano appaiati davanti all'entrata
laterale del Palazzo di Giustizia.
Quello quarantenne, o poco pi, con i baffoni alla Bismarck
era il Porfiria. L'altro era pi decisamente giovane, non ancora trentenne.
Ardig fatic a mettere a fuoco per qualche istante, poi riconobbe anche l'altro.
Ragazzino, sbarbato, ma era proprio lui.
La voce di un agente lo richiam da un'altra stanza.
Venga a vedere commissario.
Nella camera da letto erano stati spostati uno specchio e un mobile scaffale.
Caino aveva bisogno di spazio per il suo murales a sfondo religioso.
Una serie di croci di San Pietro, di croci rovesciate, grondavano
sangue su una citt. Poteva essere Milano, ma non
erano presenti simboli identificativi come il Duomo.
Nella parte sinistra del disegno c'era una specie di lago
da cui fuoriusciva un fiume celeste, con un ponte marrone e
un argine erboso dipinto di verde.
La Darsena di una volta, di trent'anni prima.
Il demonio in scuro con il volto scheletrico osservava il demone
bianco, con i capelli verdi e viola, che brandiva le forbici.
Davanti a loro un angelo era sdraiato, con il solito sangue
grondante proprio sotto al ponte.
Eccolo, l'omicidio della Darsena.
Caino faceva da spettatore, il Viaggiatore si prendeva la
scena come se la mano destra litigasse con la sinistra.
Sulle acque, fluttuanti nell'aria, un gruppo di uomini osservava la scena.
Erano tutti contornati da piccole croci nere svolazzanti, come fossero pipistrelli.
C'era il solito uomo in abito grigio e cravatta scura e a
questo punto non aveva dubbi: era il cavalier Solonio.
C'era il prete con la croce sul petto. E anche qui non
aveva dubbi: don Urgnana.
E c'era l'uomo elegante con i baffi: Porfiria.
A completare la platea altre figure in nero di difficile interpretazione.
Una era tagliata da una vistosa striscia fucsia.
Un vescovo.
Un'altra aveva una specie di cravatta bianca e imbracciava
qualcosa con la mano destra: sembrava una bilancia. Mise
meglio a fuoco: era una toga da giudice.
Sulla destra la storia proseguiva: si vedeva un aereo e il
demone bianco che saliva la scaletta, sullo sfondo un cielo
scuro con fulmini fosforescenti.
Il Viaggiatore stava prendendo il volo.
Lo attendeva una tempesta.
Stavolta del cadavere non gliene fregava nulla.
Il corpo del Porfiria non poteva raccontare nulla che
gi non sapessero sul suo assassino, sul perch di quel delitto.
Era altro ci che cercavano. Una storia nascosta in quella casa.
Il racconto del portiere confermava che il defunto,
quell'avvocato taciturno e devotissimo, era rimasto vedovo a inizio anni Settanta.
La signora  mancata per un problema cardiaco, sar
stato il 1974 o gi di l, povera donna. Da allora riposa al
Monumentale, nel campo degli ebrei, in una cappella di famiglia.
Il campo israelitico. Ardig ormai lo conosceva bene e non si stupiva.
A stupirlo semmai era quello che il Corbetta, superando
la reticenza professionale, stava snocciolando: L'avvocato
non aveva avuto figli, non si  rifatto una famiglia. Non suoi intendo. Tuttavia....
Tuttavia?
C'era un ragazzo che...
Che cosa? Su, forza.
Diceva che era un nipote, per non si  mai capito chi
fosse in realt.
Cosa mi vuol dire?
Beh, l'avvocato non aveva fratelli o sorelle per cui non
so, un nipote, poi, un conto  un bambino che vedi da sempre,
che cresce, questo era spuntato dal nulla, che era gi
quattordicenne.
Per cui non si trattava di un bambino ma di un adolescente.
S, era un ragazzino. Io credo andasse in un collegio perch
le poche volte che lo vedevo era in occasione di qualche
ponte per le festivit.
Ricorda il nome?
No, no, mai saputo. Poi era giusto buongiorno, buonasera,
era molto timido, riservato.
Uhm  sicuro che fosse proprio il nipote?
Dottore, ma cosa va a pensare?
Per esempio a una relazione omosessuale? Anzi, pedofila.
No, no dottore. Io non ho detto questo, anzi non ho detto proprio nulla.
Va bene, e poi?
Niente veniva qui il sabato e la domenica. All'inizio era
un ragazzino tutto a modo ma, verso i diciott'anni, era diventato un po' un balordo.
In che senso?
Capellone, straccione, con i giubbotti quelli pieni di catene...
Un punk? Se li ricorda quelli con le creste?
Ecco s, uno di quelli l. Ed era strano forte, un uomo
severo come l'avvocato Porfiria che si metteva in casa un
nipote conciato cos.
Vada avanti.
Poi improvvisamente  tornato tutto ordinato e pulito,
non so, forse doveva fare l'esame di maturit e si era dato una regolata.
In che anni siamo?
Fine anni Ottanta.
E dopo?
Ha iniziato a venire di meno. Molto meno, qualche volta
 tornato, molto di rado, magari una volta ogni due o tre anni.
L'avvocato non le ha mai detto cosa facesse, che lavoro...
No, no, non era uno da confidenze.
Quando lo ha visto l'ultima volta?
Sar stato a inizio dicembre. L'ho visto arrivare una sera.
Per l'avvocato era un uomo riservato e non amava che
girassero voci. Per cui davvero non so altro.
Il portiere si trincer in un comprensibile silenzio e Ardig
decise di non insistere. Non ancora.
Intanto un manipolo di agenti, senza mandato, stava rovistando
ovunque: armadi, cassetti, bauli.
Il sostituto procuratore Laura Della Rovere osservava
perplessa e preoccupata.
Avrebbe dovuto firmare mandati retrodatati per coprire
le procedure poco ortodosse della sezione Omicidi.
Ardig era sicuro che Caino avesse voluto portarli l per
uno scopo preciso, perch nel ventre di quell'appartamento
freddo era nascosta la verit che sarebbe saltata fuori da una
scatola di ferro sepolta in un armadio quando il cielo di Milano
si era gi fatto buio.
Dentro delle vecchie foto.
Eccolo il ragazzino.
Aveva ragione il portiere: un quattordicenne o quindicenne,
biondino, gli occhi chiari.
Appariva in tre foto. Tutte in montagna con l'avvocato,
gi verso la sessantina, in tipico abbigliamento da escursionisti.
Con scarponi, piccozze e borracce.
Davano l'idea di essere un nonno e un nipote.
Fuori era calato il buio. Padre Harald si grattava la barba
osservando le foto del murales disegnato nella stanza da letto
dell'avvocato Porfiria.
Toccava a lui incastrare gli ultimi tasselli del puzzle cominciando
a dare un nome e un cognome alla figura colorata
con sfumature fucsia.
Anzi, porpora, a detta dell'inquisitore.
E cos, adesso grazie ai disegni di Caino conosciamo
tutti i protagonisti di questa orribile vicenda. Con nomi e
cognomi.
Uno di loro  il cavalier Tommaso Solonio.
E questo invece  monsignor Giovanni Crovari,  stato
un nostro vescovo, in anni ormai lontani. Si  spento una
dozzina di anni fa a Roma.
Una malattia?
Da quel che mi hanno riferito una crisi rapida, improvvisa.
Il cuore ha ceduto nel sonno.
Uhm...
So bene a cosa pensa, che possa essere stato avvelenato.
E l'unica risposta che mi sento di dirle  che  possibile, che
non possiamo escluderlo, ma non abbiamo riscontri. All'epoca
non c'era motivo per dubitare che si fosse trattato di
un attacco cardiaco.
Chi era monsignor Crovari?
Un funzionario, se mi passa il termine. Era il tesoriere
della Curia ambrosiana ed era un vescovo particolare, a met
tra un ambasciatore, un diplomatico e un ministro. Un'eminenza
grigia. E infatti era ostile al Cardinal Martini che non
gradiva quel suo operare sempre nell'ombra, sempre tra le
pieghe se mi passa il termine.
E poi?
Nei primi anni Novanta, dopo l'esplosione di Mani Pulite,
 stato nominato cardinale e trasferito a Roma con diversi
incarichi diplomatici anche all'estero.
Dal ritratto che me ne ha fatto deduco avesse rapporti
con le banche, con il mondo del cavalier Solonio e dell'avvocato Porfiria.
Senza dubbio, era sicuramente il referente milanese dello IOR, la nostra banca vaticana, per cui interagiva con la
finanza bianca milanese dati gli stretti rapporti tra lo IOR e
gli istituti di credito milanesi. Incluso il Banco di Ascona.
Dunque un uomo di potere.
Come ogni vescovo.
Un potere cos grande da convincere, o costringere, un
sacerdote come don Urgnana a tacere dei delitti di un giovane assassino?
Padre Harald annu con un'espressione solenne.
Era una chiesa diversa quella. Riuscivamo a tenere tacitati
i nostri tanti scandali quotidiani. Sacerdoti omosessuali
o pedofili, che frequentavano prostitute, che avevano rapporti
con suore, che avevano figli non riconosciuti con le
loro parrocchiane... succedeva anche allora, ma la paura del
nostro abito, di quello che rappresentava, era la radice che
compattava il terreno, anche quello marcio, evitando smottamenti
e frane. Non so se mi capisce.
Perch mi racconta tutto questo?
Perch monsignor Crovari faceva da imbuto degli scandali.
Scivolavano tutti sulla sua scrivania. Era lui a bloccarli,
con trasferimenti o elargizioni. Trovava lavoro al marito della
parrocchiana finita a letto con il don di turno, pagava l'affitto
alla famiglia del bimbo molestato al catechismo o all'oratorio,
spostava in qualche convento remoto o diocesi isolata la
suora o il sacerdote che avevano una relazione. Vado avanti?
No, comincio a comprendere che dietro all'idea di patrocinare
la Villa dei Larici ci fosse sempre monsignor Crovari.
 probabile. Era un uomo pratico, uno che trovava soluzioni
per problemi. Che faceva favori a tanti. Magari anche
agli amici altolocati che avevano figli con patologie mentali.
E quando non erano favori erano ricatti.
Compreso don Urgnana.
Che, come le ho detto, era un sacerdote particolare, diverso
dagli altri. Non aveva amanti, perversioni. Possedeva
la forza e il rigore per combattere il male con l'esorcismo,
senza farsi corrompere dal demonio. Eppure, aveva un'umana
debolezza, l'amore paterno per quel bimbo orfano che
aveva allevato in quella missione matogrossiana e che aveva
costretto a indossare un abito talare per farlo invecchiare al
suo fianco.
Tuttavia, don Rogerio non era votato al sacerdozio, soprattutto
negli anni giovanili: per questo occorreva coprire
le sue malefatte. La chiesa dei Martiri Oscuri stava gi diventando
il punto di ritrovo dei transessuali brasiliani proprio
per via delle frequentazioni di don Rogerio. E questo lo
rendeva vulnerabile, anzi ricattabile.
Quindi il Viaggiatore  stato coperto dalla chiesa, dai
suoi religiosi. Non lo avete denunciato, siete arrivati al punto
di murare il cadavere di una ragazzina pur di lasciarlo in
giro, libero di continuare a uccidere.
Padre Harald annu nuovamente prima di indicare l'altra
figura del murales.
Ma il Viaggiatore  stato coperto anche dalle vostre istituzioni
laiche. Da un giudice che sapeva tutto e ha taciuto
per amicizia e per convenienza.
Ardig strinse le mani per la rabbia, per la delusione.
Emanuele Serlio.
Padre Harald si sorprese: Come fa a saperlo?.
A casa dell'avvocato c'era una loro foto insieme. Serlio
aveva lavorato nel suo studio legale prima di intraprendere
la carriera di giudice. Era stato l'avvocato del giardiniere, il
Beltrami, quando era stato fermato per scontri di piazza e
poi il pubblico ministero che aveva il fascicolo del delitto
della Darsena e lo ha insabbiato in un nulla di fatto. Erano
tutti amici, Solonio, Porfiria e Serlio. Che delusione. E io che
lo consideravo il giudice senza macchia e senza paura...
Non solo per amicizia per l'avvocato. Anche per convenienza.
Monsignor Crovari ha ricambiato quel silenzio
complice sponsorizzando negli anni la figura di Serlio negli
ambienti giudiziari: un magistrato di dichiarata appartenenza
ebraica apprezzato e spinto dalla chiesa Cristiana. Un bel
biglietto da visita. Anche cos si fa carriera, non solo con le
doti professionali.
Ardig scosse la testa disgustato.
Cos adesso sappiamo chi e perch ha oltraggiato la sua
tomba. Nessun episodio antisemita. Caino ha voluto ricordarci
che il bene e il male, il bianco e il nero, sono ovunque
e sono in chiunque. Anche un uomo irreprensibile come
Serlio aveva un suo scheletro nell'armadio. Anzi, purtroppo
due scheletri di due giovani donne.
Il capo degli officiali allarg le braccia, poi i suoi occhi
chiari cominciarono a stringersi come fossero fessure.
Ho scoperto dove si trova Bruto.
Ardig lo squadr, sorpreso.
Abbiamo svolto le nostre ricerche. Aveva ragione,  ancora
ospitato in una nostra struttura. Ci vada domani mattina.
Gli snocciol il nome di una localit che non aveva mai
neppure sentito.
Ha mai visto l'orrido dei Serrati? Ha un panorama mozzafiato.
Sar una gita interessante. Vedr.
Quella sera Kate O'Donnell e Barbara Lunardon erano
uscite per l'ultima volta.
La reporter era stanca di girare a vuoto e il suo quotidiano
si era stancato di finanziare quella trasferta infruttuosa.
Londra la attendeva l'indomani per altri casi da seguire.
Il virus cinese spaventava l'Europa: forse l'avrebbero inviata
a Hong Kong per un'inchiesta sulla reale portata della
pandemia.
Kate detestava gli addii come gli arrivederci a data da
destinarsi, cos aveva cenato da sola in hotel, concedendo
a Barbara solo un'innocua passeggiata nelle vie del centro.
Scarpe comode e gambe in marcia.
Il canto del cigno milanese era stata una vasca nel quadrilatero
della moda che nelle ore serali era deserto e bellissimo.
Vetrine illuminate e marciapiedi vuoti.
Via Montenapoleone, via Verri, via Borgospesso, via della
Spiga, via Sant'Andrea.
Due ore mano nella mano ma senza sfiorarsi con le labbra.
Da amiche, da complici in una citt silenziosa a far da
spettatrice discreta.
Alle loro spalle un'altra coppia, un uomo e una donna, entrambi
eleganti: camminavano tenendosi a distanza, facendo
esattamente lo stesso itinerario.
Dietro di loro una figura invisibile chiudeva il corteo cercando
di non farsi vedere, limitandosi a un solo rischio: qualche
foto con l'iPhone, seppur da distanza ragguardevole.
A mezzanotte Barbara e Kate erano davanti all'entrata
dell'hotel Royal.
L'altra coppia aveva proseguito lungo via Meravigli, dirigendosi
verso corso Magenta.
L'ombra invisibile era transitata tenendosi defilata, continuando
a camminare, seguendo un'intuizione, concedendosi
solo un'occhiata maliziosa, rallentando l'andatura mentre
le due donne si erano abbracciate cominciando a baciarsi.
Non sarebbero andate oltre, non sarebbero andate a letto.
Un taxi alle cinque avrebbe prelevato Kate per riportarla
all'hub di Malpensa dove era attesa all'imbarco per Londra
alle 7,30.
...
.
...
11.
...
.
...
Milano, gennaio 2020.
...
.
...
Gennaio si chiudeva con il freddo, quello vero, quello del
generale Inverno che si prende la scena nei giorni della Merla,
i giorni a cavallo con febbraio che, nella tradizione popolare,
sono i pi freddi dell'anno.
La strada era brinata. Una patina bianca, sottile, si sbriciolava
sotto le gomme.
Erano partiti prestissimo da Milano, andando contro
corrente.
L'onda interminabile del traffico dei pendolari che intasano
la maledetta A4 al mattino  tutta verso Milano. Migliaia
di bergamaschi e bresciani in coda diretti verso il capoluogo.
Loro andavano in direzione opposta, viaggiando veloci.
Non avevano una localit precisa da impostare sul navigatore.
Quel posto non aveva un indirizzo e nemmeno il nome di
un santo a cui appellarsi.
Mezz'ora pi tardi stavano arrampicandosi lungo la strada
provinciale della Val Brembana, attraverso la Val Taleggio,
nell'appendice estrema del territorio bergamasco occidentale
dove quel piccolo monastero sbucava dal nulla in
mezzo a un'area boschiva, affacciato come una finestra su
una gola scavata dall'acqua di un torrente montano prosciugato
nei secoli.
Padre Harald aveva ragione, la vista da quell'orrido era
mozzafiato.
E anche il monastero aveva il fascino del tempo che da
quelle parti, in mezzo alla natura incontaminata, sembrava
trascorrere pi lento che altrove.
In quella struttura isolata, circondata dal silenzio, vivevano
una manciata di vecchi monaci benedettini e cistercensi,
diversi per ordine di appartenenza e per il saio che indossavano,
ma accomunati dall'et e da quell'ultima missione:
spegnersi serenamente tra la preghiera e il riposo. Ad accudirli
alcuni religiosi dell'Est.
Un piccolo gregge di anime innocenti governate dal rigore
di padre Arkadiusz, uno dei tantissimi polacchi accolti
nelle case del Signore nell'infinita scia delle vocazioni polacche
durante il quasi trentennale pontificato di Giovanni
Paolo II.
Il monaco era gi stato informato della loro venuta e del
perch salivano fin lass.
Anche Alberto Parona li attendeva. Era l'unico ospite laico
in quel luogo.
Lavorava nella cantina dove una volta sorgevano le stalle.
Si attendeva un pezzo d'uomo, alto, robusto, con le mani
grosse, invece il pluriomicida si presentava come un uomo
cinquantenne di statura media e di corporatura gracile. Il
volto anonimo, gli occhiali rotondi, la testa lucida e una barbetta
incolta gli conferivano un'aria candida, da intellettuale.
Stava pulendo con delle pagliuzze degli enormi secchi
metallici per il latte.
Un odore acre gli fece storcere il naso.
Qui prepariamo le forme di taleggio, in questi contenitori
mettiamo il latte a cagliare li inform, vedendo entrare
due sbirri grandi e grossi, Farris e Linares, e uno tutto di
nero vestito e dall'aria incazzata. Non aveva dubbi su chi
fosse il capo.
Dunque  lei il commissario di Milano?
Ardig annu, senza neppure presentarsi, limitandosi ad
allungargli il mini iPad con la foto gi impostata del murales
del sottopasso dove era stato ammazzato l'ex giardiniere
Beltrami.
Parona fiss quel disegno senza scomporsi.
Impieg qualche secondo a realizzare, poi un sorriso
obliquo gli deform il volto.
Ha capito di cosa di tratta?
La villa dei Larici, merda, che incubo... Lo ha fatto lui,
vero?
Sa di chi stiamo parlando?
Se siete venuti fin qui, state cercando lui. Era un vero
portento nel disegno e nella pittura.
Oggi si fa chiamare Caino...
Lo chiamavano cos anche gli psichiatri del gulag...
...e ha commesso una serie di delitti. Dobbiamo fermarlo.
Parona socchiuse gli occhi e si stiracchi.
 proprio vero che dal proprio passato non si fugge
mai. Prima la casa di Giuda...
Ardig trasal sentendo quel nome, ripensando alla caccia
a un altro assassino folle, tre anni prima.
...e adesso la villa dei Larici.  destino che questi spettri
tornino a farmi visita insieme a voi sbirri che... si interruppe,
per non offenderli.
Il capo della Omicidi lo fiss dritto in faccia: Sappiamo
tutto della villa, del professor Caserin, di don Urgnana. Tutto.
Ci serve soltanto sapere chi sia Caino.
Parona appoggi la pagliuzza metallica su un ripiano di
legno.
Perch dovrei aiutarvi? E stato uno dei pochi amici che
ho avuto nella mia vita.
Perch  Caino che vuole essere aiutato, che vuole essere
fermato. Ha disseminato indizi come fossero le molliche
di Pollicino. Ha voluto che le seguissimo, ci sta chiedendo
di arrivare fino a lui.
Parona scosse la testa.
Probabilmente ha ragione.
Chi era?
Si chiamava Kaspar, era quello il suo vero nome.
Sentendo il nome, il capo della Omicidi avvert un'ondata
di calore, quasi liberatoria.
Aveva un anno meno di me. Oggi dovrebbe avere cinquantadue
anni. Era svizzero, per del Canton Ticino. Era il
mio compagno di stanza. Ma una volta uscito da quella villa
non ho pi saputo nulla di lui.
Come fa a essere sicuro che sia proprio lui?
Dai disegni, era un artista, usava i disegni per comunicare.
Kaspar non parlava.
Era muto?
No, no. Di notte quando gli incubi lo tormentavano
parlava eccome. In italiano e in svizzero. E poi quando era
da solo pregava ad alta voce. Solo che di giorno non riusciva
a dire una parola per lo shock che aveva subito. Non aveva
accettato il trauma di aver accoppato la sorellina. Per quello
era diventato Caino.
A noi risulta che l'abbia massacrata a forbiciate.
E vi risulta male. L'aveva avvelenata con un veleno per
i topi. Le aveva fatto trangugiare quella roba amara raccontandole
che era una pozione magica. E poi era rimasto l a
osservarla mentre agonizzava.
Nel primo murales di Caino c'era un angelo rosa con il
barattolo del veleno, eppure...
Ma a noi hanno detto...
Non me ne frega un cazzo di quello che vi hanno detto,
la storia di Kaspar  questa. Ha ucciso la sorellina per gelosia
e qualche mese dopo sua madre si  tagliata le vene per il
dolore di una bimba morta e di un bimbo assassino, anzi di
un bimbo Caino. E anche il padre  mancato, subito dopo.
Cos Kaspar  finito in un orfanotrofio di preti che lo hanno
poi sbattuto in quel lager che era la villa dei Larici.
Dobbiamo trovarlo.
Parona allarg le braccia.
Sono trascorsi quarant'anni. Di quel periodo ho ricordi
confusi, spesso intrecciati a incubi. Eravamo intontiti da farmaci
e intrugli del cazzo. A volte non sono nemmeno certo
di essere passato di l, che sia stato tutto reale.
 davvero sicuro che Kaspar non abbia ucciso la sorellina
con le forbici?
Parona si port un dito indice alla tempia, tambureggiandola.
L'arancia meccanica funziona benissimo, non sono mai
stato pazzo io. Ho fatto fuori il mio vecchio perch ogni
notte veniva nel mio letto a toccarmi, a farmi giocare diceva
lui. E una notte ho giocato anch'io, con il coltello per la
carne. Mentre lui dormiva. Pam un colpo dritto qui indic
il pomo d'adamo.
Cazzo c'era sangue ovunque, dovevate vedere che roba.
Sembrava vino, come sgorgava... voleva giocare e abbiamo
giocato, cazzo.
Gli brillavano gli occhi di una terribile luce diabolica.
E i due ragazzini che ha trucidato a martellate?
Agit la mano, sventolandola. Mi sfottevano, ridacchiavano
di me. Volevo solo dargli una lezione, umiliarli per
poi la situazione mi  sfuggita di mano, capita di sbagliare...
ma non ero pazzo, non lo sono mai stato. E se vi dico che
non era Kaspar a giocare con le forbici dovete credermi.
E chi era?
Una bambina terribile. Un po' pi piccola di noi. La vestivano
sempre di bianco. Per un po' l'hanno messa in camera
con Kaspar che si era molto affezionato a lei, la chiamava
sorellina.
Ardig inorrid rivedendo il demone bianco dei murales.
Mi parli della bambina.
Ah, ne so pochissimo. Mica era trattata come noi. Stava
da sola, mangiava da sola, le portavano da mangiare dai ristoranti,
con i vassoi termici.
E perch?
Perch era diversa dagli altri, da noi.
In che senso?
Era circondata da attenzioni particolari, protetta, come
se fosse pi fragile degli altri. Una delle regole per rieducarci
era farci faticare, farci vivere in modo spartano. Lei invece
anche l stava nella bambagia, viziata e riverita. E anche i
Mengele...
Chi?
Mengele, ha presente il medico nazista?
Gli fece segno di proseguire.
Anche loro erano, come dire... ossessionati, quasi intimoriti.
Cazzo, era la paziente speciale. Intorno a lei era come
se ci fosse un segreto da custodire. Come se il suo delitto
fosse pi grave di quelli commessi da noi. C'era qualcosa
che nessuno sapeva.
Qualcosa di lei ricorder, no?
Parona scosse la testa.
Solo che suonava sempre il pianoforte. Lo ricordo perch
erano venuti addirittura a portargliene uno nuovo su in
camera, in quel posto dove non doveva entrare mai nessuno,
che era riservato manco fosse l'Area 51, eppure erano venuti
a portare un pianoforte a coda per quella l.
Il capo della Omicidi barcoll per un istante ripensando
all'ultima volta in cui aveva visto un pianoforte a coda...
Ogni indagine si basa necessariamente sull'elemento fortuna.
La dea bendata gioca sempre un ruolo decisivo.
Ardig lo sapeva, lo aveva imparato in vent'anni in prima
linea e quel giorno ne stava avendo una conferma.
Aveva predisposto una sorveglianza e gli annessi pedinamenti
sul soggetto sbagliato.
Faceva seguire Kathleen O'Donnell convinto che potesse
essere lei il Viaggiatore e invece era stata la O'Donnell a
condurli dal Viaggiatore.
La cronista britannica era volata in Inghilterra quella
mattina ma la sera precedente era ancora sotto osservazione.
L'agente Foglia l'aveva tampinata tutta la sera, senza mai
perderla di vista, fotografandola ogni dieci minuti. Negli
scatti, in mezzo tra la sorvegliata e il sorvegliante, una coppia
che non poteva essere l per caso, per oltre un'ora mezza.
Lui era il Belmondo della security della Banca Neumann.
Lei era l'amministratore delegato, Ursula, la banchiera che
suonava divinamente il pianoforte a coda.
La matassa si era dipanata con un colpo di fortuna inatteso,
nonostante una serie di errori.
Ora sapeva di essersi sbagliato. C'erano davvero due demoni,
uno bianco e uno nero.
Il Viaggiatore e Caino era due soggetti diversi.
Sollev il telefono per chiamare De Piccoli, il responsabile
della Scientifica.
Mi serve una comparazione urgente del DNA femminile
trovato sul corpo della Larsen.
Il collega prese nota.
Raffronto con quale DNA?
Con quello del cavalier Solonio.
Quella sera Ardig si stava intrattenendo in ufficio.
Le ore scorrevano veloci insieme ai pensieri ingarbugliati.
Per sbrogliarli era ricorso a un vecchio giochetto che aveva
acquisito in un'altra notte insonne alcuni inverni prima,
guardando a un'ora assurda una vecchia replica di una puntata
dell'ispettore Derrick, l'infallibile detective di Monaco
di Baviera che non sbagliava mai un colpo.
In quella puntata di fine anni Settanta l'investigatore,
dubbioso sul da farsi, si metteva alla scrivania, illuminata
dall'abat-jour e cominciava a ritagliare dei bigliettini con la
carta dell'ufficio, tutti uguali, sui quali aveva scritto il nome
di un sospettato.
Li piegava in due per farli diventare dei cavalieri, da
muovere sulla tavola come fossero in una scacchiera virtuale
per schiarirsi le idee e arrivare a individuare il ruolo e le responsabilit
di ognuno.
Cos aveva deciso di imitarlo, estraendo dal cassetto un
banale foglio della stampante e delle forbici per mettersi a
giocare anche lui, scrivendo i suoi cavalieri.
Partendo dal primo, che cavaliere lo era stato davvero in
senso di onorificenza, Tommaso Solonio.
Poi tutti gli altri personaggi incontrati in questa tragedia.
Precedenza agli accoppati: Don Rogerio, il trans Luvanor,
il giardiniere Beltrami, l'avvocato Porfiria. A seguire i
fantasmi di don Urgnana, di monsignor Crovari, del professor
Caserin, del giudice Serlio.
Tutti gli spettri evocati nei murales di Caino.
E poi loro, le vittime innocenti.
La sorellina del mostro, Cornelia, Luciana, Christine.
E infine c'era lo scheletro senza nome, la donna con gli
abiti estivi.
Una donna giovane, una venticinquenne o trentenne secondo
la stima di padre Harald, scomparsa all'inizio degli
anni Ottanta.
Lo stesso periodo in cui scompariva nel nulla anche la
Tolissi, nel giugno del 1980 lasciando la povera Morena in
balia degli incubi in cui appariva la figura di Sant'Orsola.
Un altro spettro che meritava un suo cavaliere.
Li muoveva, li spostava, li allineava, cominciando a dipanare
la storia narrata con il sangue e la morte da Caino, illustrata
con i murales disegnati in giro per Milano, pur senza
una legenda per interpretarli.
Adesso aveva tutti gli elementi per comprenderli.
Una donna avvenente uccisa quarant'anni prima e sepolta
in una nicchia coperta dal dipinto di Sant'Orsola.
Marisol Tolissi, una prostituta brasiliana di origine italiana,
venuta nel Bel Paese con una bimba ermafrodita e un
cugino transessuale, sparita poi nel nulla e rinvenuta quarant'anni
dopo in una nicchia celata da un muro fatto appositamente
in una chiesa diversa dalle altre.
Era quello il segreto grazie al quale si erano arricchiti Luvanor
e il Beltrami, un fiume improvviso di denaro in cambio
del loro silenzio complice.
Ardig spostava quei cavalierini di carta e il mistero via
via si chiariva.
Luvanor era stato pagato per aiutarli a far sparire la cugina:
il suo corpo e il suo ricordo. E non solo per quello.
Doveva prendersi cura della bimba orfana, facendola
crescere serenamente, evitando che si ponesse troppe domande.
Quando erano arrivati gli incubi, era entrato in scena
don Rogerio con i suoi esorcismi da quattro soldi, facendola
passare per un'indemoniata. Anche il giardiniere Beltrami
era stato pagato per il suo silenzio: non aveva taciuto di un
meeting tra influenti massoni o uomini di poteri, ma di un
delitto orribile, per il quale non ci sarebbe stata giustizia.
Quel segreto aveva vincolato anche tutti gli altri, ognuno
nei rispettivi ruoli: il banchiere Solonio, l'avvocato Porfiria,
i religiosi, don Urgnana, don Chevron e monsignor Crovari.
Ognuno di loro si era preso una fetta e una responsabilit
di quel delitto da nascondere e di quel segreto da custodire e
non rivelare mai, nemmeno in punto di morte.
Mosse il cavaliere di Caino, poi si ferm.
Riguard le immagini del primo murales, quello disegnato
sulla saracinesca all'angolo con via Gola.
Da una parte una bimba uccisa con il veleno, da Caino.
Dall'altro il demone bianco, che uccide a forbiciate un angelo
in rosa.
Eccolo l'errore che li aveva fuorviati.
Non aveva compreso, fino a quella mattina, fino alla
chiacchierata con Parona, che Caino non stava raccontando
la sua storia, quella di un assassino dalla doppia personalit.
Stava narrando la storia di due baby mostri, uno vestito
di nero e l'altra di bianco, che si erano incontrati nella selva
oscura della villa dei Larici, intrecciando i loro destini maledetti.
No, non era il suo il segreto. Non era per lui che si erano
mossi banchieri, massoni, porporati.
Era per lei, per la bambina con le forbici.
Il demone bianco che avrebbe spiccato il volo dopo aver
ucciso anche Cornelia e Luciana.
Caino era solo una spalla in quella storia, forse un complice,
comunque non il protagonista su quel palcoscenico
omicida dove c'era solo una prima donna: Ursula Neumann.
Questo era il vero segreto da custodire, quello del futuro
Viaggiatore, della bambina demoniaca che continua a uccidere
una volta cresciuta, quando esce dalla gabbia di Villa
dei Larici e cerca la sua strada nel mondo alternativo dei
punk.
Cos la rete di protezione si allarga ad altri personaggi
oscuri e corrotti, come il giudice Serlio con le sue omissioni.
Torn a fissare la foto del murales.
La verit era sotto i suoi occhi fin dall'inizio. Andava solo
codificata.
La villa non era sul mare, semplicemente quel mare era
un lago su cui si affacciava Ascona.
La verit lo aspettava oltre confine.
...
.
...
Milano, febbraio 2020.
...
.
...
La caccia a Caino era sospesa, sarebbe ripresa a tempo debito.
Prima veniva il Viaggiatore. Prima veniva Ursula Neumann.
Il DNA poteva bastare a inchiodarla.
I laboratori della Scientifica avevano riscontrato il 50%
di coincidenza della mappatura genetica tra il campione del
cavalier Solonio e quello femminile rinvenuto sui vestiti di
Christine Larsen. Non occorreva altro per fermarla.
Eppure, Ardig non voleva farsi sfuggire la preda con
una prova debole, su cui i periti avrebbero cavillato troppo
a lungo, concedendole tempo e modo per scomparire e ricominciare,
protetta da soldi e contatti.
Per questo stava correndo dove tutto era iniziato.
Erano trascorsi quarantanni dai fatti della villa di Ascona,
quasi trent'anni dal delitto della Darsena.
Quei decenni erano un fossato invalicabile senza un ponte
di ricordi riscontrabili.
Per una decina di giorni Ardig e i suoi uomini avevano
scavato in un passato ormai troppo remoto ricostruendo
sprazzi di una verit lontana.
Solonio aveva avuto altri tre figli dal precedente matrimonio.
Uno di loro lo aveva gi raggiunto nell'al di l per cause
naturali, gli altri due erano sulla settantina e da quasi mezzo
secolo vivevano negli Stati Uniti dove si erano occupati
dell'altro ramo dell'impero di famiglia. Investimenti miliardari
di vario genere, dall'immobiliare al commercio all'ingrosso.
Un colosso economico imponente.
Di giocare al piccolo banchiere del Monopoli con un minuscolo
istituto di credito privato non ne avevano voglia,
per quello lo avevano lasciato alla sorellastra.
Negli anni avevano diradato i rapporti con quel padre
ingombrante, dopo la scomparsa della madre e il nuovo matrimonio
del genitore.
La famiglia Solonio era un vicolo cieco.
E anche quello di Porfiria si era rivelato un ramo secco.
Senza eredi, senza parenti stretti, senza nessun testimone
della sua vicenda personale.
Restava lei. La preda.
Era sempre rintanata l, in piazza Escriv de Balaguer,
nella sua banchetta, e nella sua tana, una villa a poche centinaia
di metri, immersa nel verde, protetta da telecamere e
antifurti. Era sorvegliata a vista, senza saperlo.
Da giorni gli agenti della Omicidi la monitoravano senza
mai perderla un istante.
In attesa del momento giusto.
Ascona  un borgo storico di cinquemila anime affacciato
sulla sponda svizzera del lago Maggiore.
Ardig non era mai stato in quella zona, Linares con le
sue conoscenze geografiche forse faticava persino a sapere
che la Svizzera confinava con l'Italia...
Il navigatore satellitare li condusse a destinazione nel giro
di un'ora.
Nei mesi invernali il piccolo comune lacustre, di fatto ormai
agganciato all'adiacente Locarno, si presentava pressoch
deserto. Il Monte Verit, la collina totalmente innevata
alle spalle dell'abitato, regalava un panorama da cartolina.
Il capo della Omicidi ordin all'autista di parcheggiare
in piazzetta, individuando subito l'ufficio della gendarmeria
cantonale. Inutile fare il giro dei bar sperando di far spettegolare
i ticinesi, notoriamente riservati di natura.
Tuttavia, la fortuna sorrideva alla sua audacia transfrontaliera.
Al comando locale c'era un capitano vicino alla pensione,
Ivano Regazzi, un sessantaquattrenne dall'aria severa
che conosceva vita, miracoli e pure la morte di quell'angolo
incantato bagnato dalle acque del lago.
Ascolt la richiesta di Ardig e dopo aver saputo della
profanazione del sepolcro del banchiere Solonio e degli
omicidi avvenuti nelle ultime settimane a Milano non si fece
pregare.
Ne ero sicuro che prima o poi qualcuno sarebbe venuto
quass per fare luce su quella domenica maledetta ammise,
senza reticenze.
Ormai comunque sono passati cos tanti anni, protagonisti
e testimoni sono tutti morti, per cui che senso ha mantenere
il segreto? borbott Regazzi, invitandolo a seguirlo
nel caff pi vicino, dal nome al quanto inflazionato, Caf
du lac, il caff del lago.
Dentro non c'era anima viva.
Si accomodarono a un tavolo di legno con la tovaglia a
scacchi bianchi e rossi. Cappuccino per Regazzi, espresso
per Ardig.
Per un minuto l'unico rumore fu quello dei cucchiaini
che giravano nelle tazzine, poi il gendarme cantonale si decise.
Io non ero andato su alla villa quel pomeriggio. Non
ero di turno, non ero nemmeno qui in stazione, lo avrei saputo
l'indomani. C'erano andati il capitano Maggiar, che 
scomparso da parecchi anni, con altri agenti, che oggi sono
pensionati. Nei giorni successivi erano sconvolti. Hanno impiegato
settimane e settimane a riprendersi. E anche il paese
per un po' mica  stato lo stesso.
Perch, anche la gente sapeva?
In quella villa lavoravano una quindicina di nostri concittadini,
per le pulizie, la cucina e tutto il resto. Il cavalier
Solonio per Ascona era come l'avvocato Agnelli a Torino,
facendo le dovute proporzioni. Dava lavoro a tutti, faceva
girare soldi per tutti. Per cui, per rispondere alla domanda,
in molti sapevano ma hanno taciuto per convenienza, perch
era meglio per tutti, anche se poi le notizie giravano, a
bassa voce. Qui tutti lo sapevano. Anche il prete, anche il
sindaco, anche i politici.
Quando  accaduto il delitto?
Il giorno preciso non me lo ricordo. Era una domenica,
intorno al 15 giugno. Stiamo parlando del 1980.
Ardig annu lasciandolo continuare.
I colleghi sono stati chiamati che era fine pomeriggio.
Era andata su una pattuglia, poi  stato avvertito il capitano
Maggiar che  salito dopo, quando lo hanno informato della
gravit dei fatti. Non era un delitto come gli altri e poi Ascona
 sempre stato un posto tranquillo. Non era mai successo
niente qui e non sarebbe pi successo nulla nei decenni successivi.
Fu una domenica maledetta.
Vada avanti.
C'era una giovane donna, su un lettino a sdraio, vicino
alla piscina. Stava prendendo il sole, di schiena. Indossava
solo gli slip. Era praticamente nuda...
Si ferm un istante. Poi riprese.
Dissero che lo spettacolo era orribile. Era stata... mio
Dio che roba... la bambina era piccola, aveva dieci anni,
eppure con quelle forbici le aveva bucato la schiena. Una
cinquantina di colpi le aveva dato prima che il giardiniere
la fermasse.
Per cui mi conferma che era stato Ernesto Beltrami...
Assolutamente. Il giardiniere era stato l'unico testimone.
Gli altri inservienti presenti quel pomeriggio non avevano
assistito al delitto che era avvenuto nel parco della villa,
dove c'era la piscina. Qualcuno di loro aveva sentito le urla,
ma era accorso quando era gi avvenuto il delitto.
E il cavalier Solonio?
Si era assentato per una riunione. La ricostruzione che
avevamo fatto all'epoca era che la donna avesse trascorso la
mattinata con il banchiere, che avessero pranzato insieme
e poi, nel primo pomeriggio, lui fosse andato a Lugano per
un incontro di breve durata, roba di un paio di ore, per cui
aveva chiesto alla brasiliana di intrattenersi, per cenare insieme.
Cos la Tolissi si era messa a prendere il sole in piscina
mezza nuda, scatenando la gelosia della piccola Ursula che
non voleva che quella donna prendesse il posto della madre
defunta.
Le cose andarono cos. Il cavaliere fu avvisato e rientr
precipitosamente da Lugano. Con lui c'era anche l'avvocato
milanese, quello che  stato ucciso qualche giorno fa.
Lorenzo Porfiria.
Esattamente. I dettagli ormai li ho dimenticati. Comunque
potr comprendere che fu imposto il massimo riserbo alla servit.
E poi?
Regazzi stort il volto in una smorfia indecifrabile.
Poi sono successe tante cose che sono passate sopra la
nostra testa. La legge confederale elvetica tutela i bambini,
anche in caso di omicidio, per cui un procedimento non si
poteva aprire. Il capitano Maggiar sapeva che non ci sarebbe
stato alcun processo, non ci sarebbe stato un colpevole da
portare alla sbarra. E il cavaliere si era comprato il silenzio
di tutti a suon di milioni di franchi, di posti di lavoro, di raccomandazioni.
Cos la storia  stata insabbiata. E del corpo della brasiliana si sono occupati gli amici del cavaliere. Per
anni mi sono domandato dove l'avessero fatta sparire. Pensi
che ho sempre avuto paura che l'avessero fatta affondare nel
lago e che un giorno quel corpo sarebbe riaffiorato a galla, insieme a tutta questa storia.
E la bambina?
Ah, ne ho sentite di tutti i colori sul suo conto... dicevano
che l'avevano internata in qualche clinica su dalle parti
di Neuchatel. Ne sono girate di storie. C'era chi diceva che
le avevano cambiato il nome, perch la legge confederale
lo permetteva nei casi pi gravi, e che dopo fosse andata in
America dai fratelli pi grandi, chi a Londra, chi raccontava
che era stata mandata in un seminario per suore. Poi, sul
finire degli anni Novanta  riapparsa sulla scena, prendendo
le redini della banca dall'avvocato Porfiria che in tutti gli
anni, nell'ombra, avvalendosi di alcuni fidati prestanome,
si era occupato della gestione del patrimonio del cavaliere Solonio.
Come  possibile che negli anni nessuno abbia mai detto
nulla, che nessun giornalista abbia mai saputo.
No, dottore, siamo ticinesi noi, mica come voi lombardi,
sappiamo tenerci i nostri segreti. Nessuno faceva domande
o cercava risposte. E il cavaliere qui in paese non lo ha
mai pi visto nessuno, nemmeno per un caff, anche perch
poi sono iniziati tutti gli altri guai della sua banca, con il
Sindona, il Calvi, tutti quei casotti gi da voi in Lombardia, con i processi, i suicidi...
E la villa?
Ah, quella l'hanno venduta quando lui se ne era andato
da poco. Erano i primi anni Novanta. I figli grandi, quelli
che stavano in America, l'hanno ceduta a un connazionale...
Stavolta avevano parlato senza bere l'amaro, rimasto nel
solito armadietto con la vetrina. Solo quando Ardig smise
di raccontare il vecchio officiale si alz per andare a prendere il suo nettare.
La camminata era diventata faticosa, come se nelle giunture
delle sue articolazioni stesse finendo l'olio.
Dovrebbe riposarsi, padre.
Mi piacerebbe, mi creda. Avrei voluto ritirarmi nelle
mie montagne per i miei ultimi anni. Sarebbe stato bello
chiudere i miei giorni respirando aria buona.
E perch non lo ha fatto?
Perch il Signore per me aveva in serbo altri disegni.
Perch il mio posto  qui, con quelli come lei, Caino, il Viaggiatore...
Grazie per avermi paragonato a degli assassini seriali.
Sono anche loro uomini, in carne, ossa, sangue e peccati.
Come me e come lei. Non spetta a noi giudicarli. A noi spetta fermarli e renderli innocui.
Anche con la morte?
A mali estremi... indic il punteruolo con la fiala di
veleno appoggiato su una mensola, l'arma in dotazione a
ogni officiale, retaggio di un passato in cui quel moderno
inquisitore era stato la prima linea per punire il male, per
debellarlo nel nome di Dio.
Un'arma letale, la punta trafiggeva una vena all'imboccatura
del collo e il veleno entrava in circolo immediatamente.
Negli altri incontri non lo aveva mai notato. Questa volta
lo stiletto era posizionato in modo da essere facilmente rilevabile
da un occhio attento. Non era un caso.
Cosa utilizzavate? Cianuro? Curaro?
Padre Harald vers l'amaro prima di rispondere.
Un misto di veleni naturali estratti da funghi tossici e
dal siero di rettili, incluso quello di vipera.  prodotto dai
nostri fratelli erboristi dei conventi di montagna.
Incluso il siero di vipera ripet Ardig prima di mettere a fuoco quel dettaglio.
Don Chevron, Luvanor e Beltrami sono stati uccisi con
uno dei vostri stiletti, vero?
Il capo degli officiali fece roteare l'amaro nel bicchierino.
Lo assapori lentamente, lasciandogli prendere aria per esaltarne gli aromi.
Ardig scosse la testa con un mezzo sorriso indecifrabile.
Lo stupore prevaleva sulla rabbia.
Caino  uno dei vostri.  stato lei ad autorizzarlo a eliminare tutti quei...
Quei cosa? Quei poveretti? Quei criminali? Abbia coraggio, completi la frase.
Il capo della Omicidi tracann il contenuto del bicchiere per digerire l'amaro boccone.
Perch?
Perch il Viaggiatore andava fermato, con ogni mezzo, con le buone e con le cattive.
E avete scelto le cattive.
Avevamo alternative forse? Cosa crede, che la signora
Neumann non abbia agganci potenti per sottrarsi alla cattura?
Che non ci siano poteri forti, ancora cos forti, da stritolare
me e lei e lasciarla libera di colpire ancora?
Il poliziotto si fece versare dell'altro amaro.
Ne aveva bisogno.
Quando abbiamo saputo la verit sul delitto di quella
donna danese e tutta la storia orrenda che c'era dietro, tutte
quelle donne uccise in Europa... lei cosa avrebbe fatto?
Voi sapete dove si trova Caino, non  vero?
Lo sappiamo. E adesso  in serenit, lontano da tutto
questo. Non colpir pi. Mai pi.
Tocca alla nostra giustizia non alla vostra chiudere questa
storia.
Padre Harald scosse la testa.
Quel ragazzo ha pagato tutta la vita per quel suo crimine
infantile.
Chi  Kaspar?
Ormai non ha senso, non lo sa nemmeno lui. Le basti
sapere che era rimasto orfano. L'omicidio della sorella aveva
innescato il suicidio della madre e la morte di crepa cuore
del padre. Pu immaginarsi il carico di dolore e di rimorso
che gravava su un bambino di soli dieci anni? La chiesa lo ha
adottato, cercando di fare il meglio per lui.
Ovvero rinchiuderlo a Villa dei Larici?
In orfanotrofio era un pericolo per gli altri bimbi, doveva
essere curato.
E poi?
Alcuni dettagli non mi sono arrivati. Posso immaginare
che don Urgnana abbia ricevuto una segnalazione su questo
bimbo, forse da un sacerdote ticinese, su questo non so. Deduco
che in quella villa abbia stretto un rapporto di amicizia
con Ursula, in cui forse rivedeva la sorellina avvelenata.
E a quel punto il cavalier Solonio deve averlo affidato alle
cure dell'avvocato Porfiria, come suo tutore. Ma anche su
questo ne so pochissimo. Come degli anni giovanili, della
frequentazione dei punk e dei primi delitti di cui  stato
complice silente, aggiungendo altro dolore, altro rimorso.
Per questo ha scelto la via del Signore.
Diventando un religioso.
Ma senza prendere i voti. E un converso. E in venticinque
anni ha servito il Signore con le sue arti, quelle per la
pittura e il restauro.
E quelle dei veleni.
Il veleno lo aveva in circolo, ricorda cosa le avevo detto?
Caino ha nel sangue il veleno del peccato trasmesso da va.
Potevate fare tutto da soli, senza mettere in mezzo noi
della Polizia.
No, senza di lei questa storia sarebbe stata insabbiata e
io estromesso. Sono un vecchio, non ho pi il potere di un
tempo. Avevo bisogno di una forza come la sua.
Ma perch il video, i murales...
Caino ha improvvisato. Non avevo idea del video, dello
sfregio sulla schiena di don Rogerio, dei murales. Ha fatto
tutto lui. Di una cosa ero sicuro: che lei sarebbe andato fino
in fondo. Bene, ora ci vada, vada dal Viaggiatore e chiuda
questa storia, nel nome di Dio.  pronto?
A questo punto credo di s.
Ardig si alz e lo fiss con aria stanca.
C' un'ultima cosa.
Padre Harald ancora una volta gli lesse nella mente.
Morena, deve sapere la verit sulla madre.
 cos.
Ci penseremo noi, ci penser padre Dragomir, la solleviamo
di questa incombenza se la affligge cos tanto.
Suonava come un insulto.
Ardig il vigliacco lo accett. Se lo meritava.
La paura dei rapporti umani e dei legami era il suo veleno.
Dal tardo pomeriggio gli uomini della sezione Omicidi
stavano monitorando con discrezione l'entrata della Banca
Neumann.
Ardig attendeva acquattato dietro l'angolo di via Lanzone.
Attendeva paziente, con le solite Camel blu a fargli compagnia.
La banchiera fece capolino intorno alle 20,25.
Abitava poco lontano, in una splendida villa in via San
Pio V, nel cuore pi esclusivo della citt vecchia, in quelle
strade poco battute dalla massa, con muri coperti di edera e
nessun nome sui citofoni.
A quell'ora, l'ora dei TG, quel quartiere di una Milano cos
diversa era deserto, la gente con le zampe sotto al tavolo.
Il cacciatore di Caino attese qualche secondo finch la vide.
Sbucava dalla scalinata, accompagnata dal suo Belmondo.
Il poliziotto si avvi a passo svelto, attraversando la strada.
La Neumann lo vide arrivare, rallentando e accogliendolo con una smorfia dai mille significati.
Buonasera Ursula.
La donna non si scompose, limitandosi a un'occhiata rapidissima
su entrambi i lati della strada.
Due poliziotti grandi e grossi, con il tesserino appeso al
collo, attendevano solerti.
Farris e Foglia, la fanteria pensante.
Il capo della Omicidi decise di concederle un istante prima
di avvicinarsi.
Le andrebbero due chiacchiere da soli?
Il suo Belmondo fece per intromettersi, lei con una mano
lo ferm, annuendo.
Ha voglia di visitare la meraviglia della nostra Cappella
Sistina, le va? Non  lontano.
Imboccarono via Lanzone per risalire da via Cappuccio
fino alla chiesa di San Maurizio Maggiore, una manciata di
minuti in silenzio glaciale.
Belmondo era rimasto con Farris, pronto a stenderlo se
avesse provato a seguirli.
Svoltarono l'angolo trovandosi di fronte la facciata di
quello storico edificio di culto, situato nel perimetro di quella
che era stata la civis romana, in seguito divenuto un monastero
femminile benedettino.
Nel primo decennio del Cinquecento sotto la sua volta
avevano lavorato alcuni dei pi celebri allievi di Leonardo
da Vinci, dal Boltraffio a Bernardino Luini con i suoi figli.
Avevano affrescato le nicchie della navata, su commissione
delle famiglie nobiliari milanesi, con soggetti religiosi.
Conosco bene questa chiesa protest lei.
Le meraviglie del nostro patrimonio artistico meritano
sempre di essere riviste, non crede?
La donna si fece accompagnare.
La condusse fino alla cappella della Resurrezione, affrescata
proprio dal Luini.
Restarono in silenzio qualche istante ad ammirare quella
meraviglia.
La chiesa deserta, la quiete intorno a loro, rotta improvvisamente
da Ardig.
Suo padre credeva nella possibilit della resurrezione.
Lei non rispose.
Altrimenti non avrebbe scelto di farsi inumare nello stesso
terreno dove avevano riposato le ossa della Boema. No?
Nessuna risposta.
E quella statua senza sesso dentro all'abbazia? Quella
scultura era per Marisol vero? Per ricordarla per sempre?
Ancora nessuna risposta, per cui Ardig prosegu continuando
a parlarle in tono pacato, quasi didascalico.
 stato Kaspar a portarci qui da lei. Lo sa?  stato lui a
raccontarci la storia del Viaggiatore.
Che storia? protest Ursula, come se fosse emersa dal
torpore che la anestetizzava.
Ardig estrasse dalla voluminosa giacca a vento il mini
iPad che aveva in dotazione. Scorrendo sulla gallery cominci
a mostrarle le foto dei murales disseminati da Caino sui
muri di Milano.
Ursula rabbrivid.
Per la prima volta in vita sua ebbe la consapevolezza di
essere arrivata in fondo alla corsa.
Tre decenni di omicidi e di invisibilit raccontati in quei
disegni.
Si tocc il medaglione dorato che portava al collo. Tastarlo le infuse un sollievo che sfociava in coraggio.
Ardig attese ancora, poi riprese.
 iniziato tutto in un giorno di sole, una domenica pomeriggio,
nella vostra villa di Ascona, nel patio vicino alla
piscina, non  cos?
Lei deglut, poi sbott.
La odiavo quella.
Perch temeva potesse diventare la sua matrigna?
Anche, forse, non solo. Era bella. Pi bella di tutte, anche
delle mie bambole. E quei capelli cos lunghi, mi faceva
impazzire di rabbia.
Cos' successo quella domenica?
Non lo ricordo neppure pi io. L'avevo vista con mio
padre qualche giorno prima. Li avevo spiati mentre facevano
l'amore. Ero una bambina, non so nemmeno cosa ho capito.
So soltanto che l'ho odiata e che ho deciso che doveva
morire.
E poi?
Non lo so davvero, sono trascorsi troppi anni. C'era
quel giardiniere che potava il roseto, ho visto le cesoie, le
ho prese,  successo tutto cos in fretta... ricordo solo che
poi, per colpa sua, mi hanno tagliato tutti i capelli in quella
clinica dove mi hanno internato. Per anni ho sempre avuto
i capelli rapati, era terribile, non potevo sopportarlo. Sono
stata per anni rinchiusa nelle cliniche, l'avvocato Porfiria mi
faceva tenere sotto farmaci... poi  invecchiato, ha mollato
la presa e cos finalmente sono potuta uscire e ho potuto
prendere in mano la mia vita...
Eccola la storia del mostro delle forbici.
Il resto poteva intuirlo.
Il Viaggiatore era nato da errori e omissioni, da indulgenze
e segreti.
Il sangue delle sue vittime ricadeva su ognuno di loro.
Qualcuno era morto nel corso degli anni. Gli altri li aveva
puniti Caino, per mondarsi delle proprie colpe.
Rimaneva lei, Ursula da rinchiudere in una struttura
dove avrebbe avuto assistenza e adeguata sorveglianza per
molti anni.
La invit docilmente a seguirlo.
Andiamo in commissariato,  qui vicino. Facciamo due
passi.
Il momento era arrivato.
Ardig si gir per avviarsi verso l'uscita, dandole le spalle.
Le forbici apparvero improvvise da una tasca del soprabito.
Lucide e affilate, brillavano nella penombra.
Ursula cal il primo fendente poco sotto il collo, squarciando
il giaccone.
Un istante dopo Ardig si volt con un sorriso luciferino.
Le forbici erano rimaste incastrate nel tessuto imbottito.
Sopra il corpetto in kevlar mi hanno inserito una protezione
con un gel colloso sfil il giaccone, osservando divertito
le forbici incastrate. Sembrava un'opera d'arte surreale.
Dalle nicchie laterali intanto erano emerse delle ombre
silenziose.
Santoni, Pinton e gli agenti Zanella e Linares si materializzarono
lungo la navata.
Ursula li squadr con lo sguardo, poi fece un passo indietro
e and a inginocchiarsi sotto l'affresco della Resurrezione.
Un solo istante.
Ardig impieg un attimo di troppo a rendersi conto che
stava armeggiando con il ciondolo ovale dorato che indossava.
Fece scattare una sicura, estraendo una perla trasparente,
un confetto di plastica imbevuto di un liquido color ambra.
Noooo...!
Il cacciatore di Caino scatt con un balzo, scrollandola.
Lei si volt con un sorriso demoniaco a serrarle la bocca
in un'espressione allucinata.
L'ultimo lampo della sua follia le balen negli occhi, poi li
rovesci, rantolando qualcosa di incomprensibile.
Un rivolo bianco risal dalla bocca, schiumoso, a precedere
le convulsioni.
Il corpo cominci a singultare.
Gli ultimi tremiti.
Padre Dragomir, rimasto appartato, corse verso di lei,
estraendo il suo crocifisso di pietre rosse.
Ardig fece un passo indietro indicando ai suoi uomini
di lasciarli soli per l'estrema unzione senza ungenti. Solo con
la preghiera.
La stessa recitata per Luvanor.
Per istam san et unctionem indulgeat tibi Dominus quidquid deliquisti.
...
.
...
Epilogo.
...
.
...
2 marzo 2020.
...
.
...
I notiziari radio parlavano solo del virus Covid19, delle quarantene
della zona rossa del basso lodigiano e del padovano,
delle vittime, dei malati.
Il Governo stava per chiudere le frontiere regionali, sigillando
le singole regioni dentro i propri confini per frenare i
contagi e la trasmissione del virus.
Per quello si erano mossi quella mattina prima della serrata.
Forno Alpi Graie  l'ultimo paese della Val di Lanzo, il
capolinea di una tortuosa strada provinciale che risale dalla
periferia torinese di Venaria lungo la valle aggrappata al
Gran Paradiso, sfilando tra piccoli borghi quasi disabitati
nei mesi invernali e ripopolati in quelli estivi dai torinesi che
possiedono la seconda casa in quelle alture e dove anche
l'avvocato Porfiria aveva la sua magione estiva.
Il piccolo abitato, situato a 1200 metri di altitudine sul
mare, frazione di un paesotto sottostante, a inizio marzo era deserto.
Una decina di anziani, una stalla con le mucche, un piccolo
spaccio di prodotti alimentari aperto qualche ora al
mattino e una pensione senza pretese che ospitava qualche appassionato di sci nordico.
Sullo sfondo, ad abbracciare Forno, le montagne, che
iniziavano a impennarsi appena fuori dalle stradine di sassi che delineavano quel borgo silenzioso.
In lontananza si intravedeva il caratteristico santuario incastrato sul fianco della montagna.
Padre Dragomir aveva studiato la sua storia nei giorni precedenti.
Era stato eretto intorno al 1630 e intitolato alla Madonna
di Loreto, la Madonna nera, per via di un'apparizione in
quegli anni, testimoniata da un abitante locale.
La chiesa, con l'annessa cappella era stata edificata a
1340 metri, nel fianco del Vallone di Sea. Una sorta di terrazza
di roccia sospesa nel vuoto, circondata dalla macchia verde montana.
L'autista di padre Harald, superata la piazzetta di Forno,
oltrepassato il ponte sul torrente Stura, lo aveva accompagnato
lungo una strada sterrata, ad andatura lenta per non
bucare una gomma fino a un altro ponte pedonale, su un tratto secondario della Stura.
Aspettami qui ordin il sacerdote serbo, avviandosi lungo il ponte sopra il torrente.
Lo attendeva uno spiazzo di erba e sassi, prima di un imponente duplice scalinata.
Non c'era altra via per raggiungere il santuario se non inerpicarsi su quei gradini.
Centosettanta, suddivisi in rampe alternate.
Ogni gradino intitolato a una famiglia locale, attraverso un diverso tipo di ex voto.
Molti erano affiancati dai fondi metallici dei lumini accesi nei mesi estivi.
Padre Dragomir cominci la sua salita.
Milano era semideserta anche quella mattina, traffico ai minimi storici, nessun trenino ai semafori. Molte saracinesche abbassate.
Il coronavirus da un paio di settimane stava aggredendo
la Lombardia partendo dalla bassa lodigiana per risalire
nel bergamasco e nel cremonese, mietendo decine di vittime
ogni giorno. Gli ospedali presi d'assalto, i reparti di terapia intensiva al collasso.
Ardig si era fermato davanti alla facciata di pietre nere della chiesa dei Martiri Oscuri.
La storia della peste nera si stava ripetendo cinque secoli dopo.
Non ci sarebbero stati roghi e fosse comuni, ma Milano si stava scoprendo fragile e spaventata come in quei giorni lontani.
La paura nell'aria, il timore negli sguardi della poca gente ancora in circolazione.
Anche nel No.Lo. i passanti si contavano sulle dita di una mano.
Ardig dopo mille tentennamenti si era deciso ad andare da lei per spiegarsi, per parlarle, per ammettere i suoi errori e i suoi timori.
Si attacc al citofono, suonandolo ripetutamente.
Nessuna risposta.
Dalla strada vedeva le finestre dell'appartamento di Morena con le tapparelle abbassate.
Si spost di qualche metro.
Anche la bottega de I piccoli sogni aveva la serranda calata
e un cartello adesivo appeso Chiuso fino a data da destinarsi.
Il ragazzo del bar a fianco usc notandolo, mascherina sulla bocca, un grembiule allacciato a vita.
La Morena ha tirato gi l'altro ieri, il 29 febbraio.
Ho visto, non sa quando riapre?
Eh no, ma aveva avvisato con un altro cartello che dal
primo marzo avrebbe chiuso, sa con questo maledetto virus...
mi ha detto che ne approfittava per andare in Brasile, da dei parenti che ha laggi.
In Brasile?
Eh, s, voleva riportare in patria le ceneri di quella poveretta
di Luvanor.
Capisco.
Doveva ritirare un oggetto?
Annu, per non contraddirlo.
Mi spiace per lei,  arrivato tardi.
Ardig si strinse nelle spalle.
Ha ragione, sono arrivato tardi.
Faceva freddo, anche se il sole splendeva alto.
A mezzogiorno i vecchi sacerdoti che mantenevano viva
quella casa del Signore erano a convitto. Salendo un gradino
dopo l'altro sentiva di avvicinarsi al cielo, a Dio che lo aveva
voluto l, in quel momento, per quella missione terrena e divina.
Arriv in cima stanco e affannato.
Lo accolse una fontana con un mestolo ferroso.
Lo riemp di quell'acqua pura e gelida che gli generava
un fastidio sui colletti scoperti delle gengive. La sentiva scendere limpida, purificatrice.
Rilass la vista qualche istante godendosi il panorama
della valle che si apriva sotto quella balconata privilegiata, contornata da parapetti in pietra.
Tra la chiesa e la canonica, attaccata alla cappella, c'erano
delle piccole officine e un laboratorio, quello degli erboristi.
Le teche delle vipere erano vuote.
I rettili uscivano dalle tane con la primavera inoltrata, per scaldarsi con il sole.
I religiosi e i montanari che li aiutavano le catturavano
nei mesi estivi per poi metterle sotto alcool ma solo fino al
collo, appoggiandole con degli stecchetti di legno.
Successivamente veniva estratto il veleno per i medicinali,i vaccini, gli unguenti e gli altri utilizzi chimici e cosmetici.
Fratello Gaspare aveva lavorato in quei laboratori per
anni, anche se il suo vero talento era la pittura. Per questo
si era specializzato nei restauri degli affreschi con il tradizionale metodo della tempera a pennello.
Era tornato a rifugiarsi in quella montagna silenziosa dopo i mesi terribili trascorsi a Milano.
Gli affreschi delle abbazie di Chiaravalle e Viboldone lo avevano obbligato a un lungo soggiorno milanese.
Non aveva previsto nulla.
Era successo tutto improvvisamente.
Ursula era tornata a uccidere nuovamente, dopo i delitti
compiuti nel Nord Europa. Bracconieri silenziosi seguivano le sue tracce.
Nella sua citt era sicura di contare sulle vecchie complicit.
Si sbagliava. E il suo istinto omicida l'aveva tradita,
costringendola a fermare Christine Larsen prima che arrivasse
troppo vicina a una verit che sospettava da tanti anni.
Quella ricerca della verit l'aveva divorata dentro, impedendole di costruirsi una vita.
Era pronta a tutto per sapere, per questo l'aveva fermata.
Il resto lo aveva fatto lui. Caino.
Per togliersi dalle vene il veleno inoculato in una vita
sbagliata. Di penitenza e preghiera per quelle omissioni, per quella complicit criminale.
Fratello Gaspare stava lavorando a un crocifisso ligneo
inviato da una chiesa di un paese della valle.
Operava con un piccolo pennello accarezzando il legno.
Sussult impercettibilmente quando scorse la figura di padre Dragomir.
Il medaglione con San Michele Arcangelo al collo.
Lo stiletto acquattato sotto la manica.
Comprese che il suo tempo si stava per esaurire.
La sua clessidra aveva travasato tutta la sabbia da una parte all'altra.
Ti aspettavo. Lo accolse senza avvertire nessuna paura, solo un sollievo che lo pervadeva.
L'altro annu senza dire una parola.
Fratello Gaspare appoggi il pennello e si ripul le mani sporche di vernice rossa con un detergente, con un gesto evocativo e purificatore.
Erano pulite, ora.
La vernice e il sangue non si vedevano pi.
Si incammin verso l'esterno, verso il parapetto affacciato sullo strapiombo.
Padre Dragomir lo segu a qualche metro di distanza, iniziando a pregare a bassa voce, in latino.
Anche Kaspar cominci a pregare insieme a lui, mentre si avvicinava al muretto e vedeva il vuoto correre verso di lui.
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Nota dell'Autore.
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Questo mio dodicesimo romanzo, l'undicesimo con il commissario Ardig nel ruolo di protagonista, ha avuto un tempo di gestazione insolitamente breve, poco pi di quattro mesi, da dicembre ad aprile, e la sua seconda parte  stata scritta durante il terribile momento della pandemia.
Momento che ho vissuto dalla citt di Bergamo dove abito dal 2015, epicentro assoluto di questa tragedia.
Nel libro, volutamente ambientato nel gennaio del 2020, non si parla del virus, ma inevitabilmente ogni pagina ha risentito di quanto accadeva intorno a ognuno di noi in quelle drammatiche settimane di marzo.
Il cacciatore di Caino in qualche modo completa una quadrilogia (non programmata) anticipata da In nome del male, Il codice di Giuda e Nemesi Nera, tutta incentrata su indagini a sfondo religioso, con annessa presenza di figure e simboli religiosi, quattro libri legati dai richiami al peccato, alla giustizia divina, ai personaggi di Giuda e Caino.
Ancora una volta ad affiancare Ardig in questa indagine ci sono gli estinti inquisitori del Santo Uffizio.
Sullo sfondo si possono notare richiami a omicidi compiuti in un recente passato da alcuni assassini saliti alla ribalta della cronaca nera, ma come sempre ogni riferimento a fatti e persone  da intendersi come puramente casuale e non collegato in alcun modo alla realt, essendo solo frutto della mia fantasia.
Altrettanto fantasiosa  da considerarsi la descrizione del sepolcro nel cimitero di Chiaravalle dell'eretica Guglielmina la Boema (effettivamente sepolta l) e il collegamento con un inventato banchiere massone (lo ripeto: inventato!) scollegato a qualsiasi richiamo alla realt.
In questo noir mi sono preso infine una licenza nella descrizione di Milano: non esiste la chiesa dei Martiri Oscuri e non esiste un luogo di culto comparabile e con una storia inquietante come quella narrata in queste pagine.
Ho scelto il No.Lo. e i quartieri della Stazione Centrale come ambientazione perch volevo raccontare i sottopassi ferroviari, i murales e altre curiosit di una zona affascinante per mille diverse ragioni.
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Ringraziamenti.
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Consapevole di essere ripetitivo, come ogni volta, premetto che  molto lunga la lista delle tante persone che devo ringraziare se anche questo mio romanzo ha visto la luce.
Cominciando come sempre da ognuno di voi, da voi lettori, la benzina del mio motore produttivo e motivazionale.
Senza di voi non avrei la spinta per scrivere: grazie per la vostra attenzione, per le mail che mi inviate, per le recensioni che fate sui social o sui portali, per ogni gesto verso di me.
Sembrano parole di circostanza, ma non lo sono.
Ancora una volta vorrei ringraziare siti, blog, gruppi di lettura, di appassionati di gialli e noir che pubblicizzano i miei romanzi sui social: in particolare grazie a Contorni di Noir, La Bottega del Giallo, Il Giallista, ThrillerNord, ThrillerCafe, Librilamiavita 2.0, LibriThriller, I Thriller di Edvige e altro tra le righe, Thiller storici e contemporanei, Thriller Storici e dintorni, Libri Gialli, Thriller, Crime Polizieschi, Il Libro Giallo, Giallo Thriller Noir e Spy Story, Thrillerpages, Io thriller e tu?, Thriller italiano, Giallo e cucina e a tanti altri gruppi che per ragioni di spazio non riesco a citare.
Grazie ad alcune lettrici speciali come Ilaria Bonacina, Barbara Galimberti, Sandra Greco Renini, La Pizia, Stefania Cuzzolin ed Elena Cartotto, studiosa di dottrine esoteriche.
Grazie a tutto lo staff Mursia che mi segue per gli eventi e tutto il resto: grazie a Huguette, Antonella, Fiamma e Simone.
E grazie a Fiorenza Mursia per la fiducia che ha riposto in questi undici anni nel sottoscritto.
Grazie a Valentina Di Rienzo per la sua ennesima splendida copertina e alla giornalista Debora Bionda per la professionalit con cui mi affianca nelle presentazioni.
Grazie a Marco Oliva che, ospitandomi come opinionista nella sua trasmissione Lombardia Nera, mi permette di addentrarmi nella pi cupa realt criminale lombarda, raccogliendo spunti per i miei noir, e grazie a Telelombardia e ad Antenna3 per gli spazi che mi offrono come giallista, per commentare la cronaca nera.
Grazie alla redazione de Il Giorno, al direttore Sandro Neri, al caporedattore sportivo Giulio Mola e a tutti i colleghi.
Grazie infine alla mia compagna Liliana e ai miei genitori
Antonio e Marinella per il loro supporto morale.
...
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FINE.